Rapporto tra psiche e malattie autoimmuni

 

La nostra esperienza di ricerca e clinica all’interno del reparto di reumatologia di Prato, ci ha permesso di approfondire i determinanti  rapporti tra psiche, comportamento, sistemi nervoso, neuroendocrino e immunitario. Per attività neuroendocrina si intende la capacità del sistema nervoso di secernere sostanze (ormoni) che, immesse nel circolo sanguigno andranno ad agire su organi e cellule di altre parti del corpo.

Le ricerche hanno evidenziato come la psiche e i grandi sistemi biologici (ormonale, nervoso, immunitario), lavorano in sinergia in influenzandosi a vicenda grazie a numerose vie di comunicazione bidirezionali.

Queste vie sono rappresentate sia dai nervi, sia da numerose sostanze prodotte e riconosciute dalle cellule dei diversi sistemi che costituiscono il linguaggio attraverso cui essi comunicano. Si notato  infatti che le cellule del sistema immunitario hanno recettori per le sostanze prodotte dal sistema nervoso che in tal modo regola la funzione immunitaria. Le cellule immunitarie d’altra parte producono sostanze importanti nei fenomeni infiammatori (citochine) che una volta raggiunto il cervello, sono in grado di influenzare l’umore, il pensiero, il comportamento. 

Varie molecole agiscono nei vari sistemi (nervoso ormonale e immunitario) venendo spesso solo artificiosamente assegnate all’uno o all’altro. Ad esempio alcune cellule del sistema immunitario non solo sono sensibili, ma anche producono una molecola importante per lo sviluppo e le funzioni del sistema nervoso (il fattore di crescita nervoso NGF) il quale ha importanti effetti anche sull’immunità, sulle infiammazioni e la riparazione dei tessuti.

Tutto ciò spiega i meccanismi che sono alla base di circostanze note da tempo come ad esempio il fatto che eventi stressanti, in particolare di perdita, deprimono la funzione immunitaria o che l’isolamento psicosociale è predittivo di una maggiore probabilità di contrarre malattie e di mortalità per tumore, malattia cardiovascolare e una moltitudine di altre cause. Di contro relazioni personali di supporto hanno un effetto benefico sull’immunità e la salute. Continua a leggere

Infanzia e Videogiochi

Quanto segue è l’articolo che ho scritto per una testata giornalistica specializzata in videogiochi. Vista l’attualità dello stesso volentieri lo riporto.

Piazza della Signoria era gremita. una moltitudine si sussurri, voci e grida. Sul volto dei bambini attoniti ed eccitati tremolava la luce del fuoco, la fuliggine come nera neve scendeva placida sulle teste degli astanti, una colonna di fumo toccava il cielo. Era una bella giornata di Maggio e correva l’Anno Domini 1498. Lo spettacolo per Firenze era il rogo di Savonarola.
San Marino è una Repubblica famosa dentro le cui mura si trova il “Museo della Tortura” gita istruttiva questa. Dalla crocifissione, alla ruota, dal gatto a nove code allo schiaccia-dita. Tanti gingilli che sono serviti per straziare le carni e lacerare l’anima di dolore a tanta gente, innocente o colpevole che fosse non importa. Le torture di piazza nel medioevo erano un’attrazione, la morte era la compagnia di ogni uomo o bambino, la si trovava senza fatica dappertutto, nelle strade, nelle case, nei pensieri. Il concetto d’infanzia è relativamente moderno. Prima non esisteva e il piccolo era semplicemente un uomo in miniatura, cui non spettava nulla di più (o niente di meno) di ciò che spettasse ad un individuo formato. L’uomo è sempre simile a se stesso. La rivoluzione tecnologica, ha cambiato solamente i mezzi con cui mediare, filtrare e modificare il senso di realtà ma non ha portato nessuna evoluzione o involuzione nel costituirsi dell’essere umano. Cambia il contesto ma non l’essenza.
Tutto ciò che c’era esiste ancora anche se in forma diversa.

Fatto questo prologo a mo d’introduzione spero di potermi addentrare adesso con calma e coscienza in quello che sarà l’argomento di questo mio scritto, ovvero la violenza nei videogiochi.
Molto prima che si mettesse il suffisso “video” esistevano (e fortunatamente per qualcuno esistono ancora) i giochi, quelli da fare in strada. Quei giochi spesso erano violenti, o simulavano violenza. I bambini sanno essere terribilmente crudeli, e non hanno mediatori culturali atti a sfavorire la discriminazione: vedono un difetto e lì picchiano, stigmatizzano, offendono e allontanano. Questa è violenza psicologica, poi ci sono spesso le zuffe, i calci, i cazzotti. Questa è violenza fisica. Certo, le cose non vanno sempre così, ma spesso si. E’ compito di un buon genitore insegnare il lecito ed il non lecito, ciò che è male e ciò che è bene, in sintesi è compito dei genitori in primis, e delle istituzione poi EDUCARE i bambini, dargli quello che Freud chiama super-io. E finché si tratta di qualcosa che un genitore conosce, perché ci è passato anche lui, allora la cosa è fattibile, anche se difficilissima. Quando la cosa è addirittura sconosciuta come può essere un videogioco allora la questione diventa irrisolvibile. Di qui la paura.

Più volte ho sentito colleghi psicologi sparare a zero sulla violenza nei videogiochi, li capisco, non sapevano ciò di cui parlavano. Più volte ho sentito redattori difendere a spada tratta i videogiochi, di fronte a qualunque attacco, li capisco, non sapevano ciò di cui parlavano. I primi parlano senza conoscere il prodotto, i secondi senza considerare le implicazioni psicologiche sugli utenti. Come scritto nell’introduzione questo è un mondo violento, governato da persone violente, e, checché se ne dica retto dalla legge del più forte. In questo mondo grondante di sangue, negli ultimi duecento anni abbiamo voluto ritagliare un posto d’onore all’infanzia, a quel periodo sacro e inviolabile che va dagli 0 ai (più o meno) 12 anni. Un’isola felice, cui non dovrebbero arrivare altro che giochi, sorrisi e zucchero. Eppure basta accendere una volta la televisione in casa per farne uscire budella e storie di turpe umanità alle prese con sgozzamenti, assassinii e guerre varie. E se provate a togliere dallo schermo la violenza e il sesso rimarrete con la stupidità e l’ingordigia (al cinema spesso non va meglio). Ma l’umanità occidentale contemporanea vuole (secondo me a ragione) che, utopisticamente almeno l’infanzia sia, quando possibile preservata da questo. Vogliono questo, ma spesso si dimenticano di fare i genitori, si scordano, che esiste anche il “no” e che questo deve essere dosato con giusto tempismo e soprattutto con grande fermezza. L’importante sembra essere che il “bambino non pianga”, perché se piange c’è da durare fatica, bisogna spiegare il perché della nostra decisione, sopportarne le grida e poi consolarlo in qualche altro modo, insomma c’è da perderci un bel po’ di tempo. E ai genitori moderi proprio questo manca. Quindi hai 8 anni e vuoi GTA, Scarface o Saints Row? Bene, dopo passo dal negozio e te lo compro. Basta che tu sia felice.

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Attention Deficit Hyperactivity Disorder

Il Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattivita’ (Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD) insorge di norma nella prima infanzia, prima dei sette anni, e per poterlo diagnosticare deve mantenere il quadro sintomatologico per almeno 6 mesi. Secondo il DSM IV (il manuale di riferimento per gli psichiatri) esistono tre possibili varianti di questo disturbo:

1) ADHD a predominanza di iperattivita’ e impulsivita’, cui manifestazioni principali sono l’essere irrequieto, non riuscire a restare seduto in classe, correre di qua e di la, arrampicarsi, difficolta’ a impegnarsi nel tempo libero, difficolta’ ad aspettare il proprio turno, etc.

2) ADHA a predominanza di disturbi dell’attenzione: spesso il bambino non riesce a mantenere l’attenzione nei compito o nelle attività propostegli, ha difficoltà ad ascoltare quando gli si parla direttamente, è facilmente distraibile da stimoli esterni, etc.

3) Tipo misto: un mix di quanto sopra.

Questi bambini “terribili” vengono come già scritto, curati in America con degli psicofarmaci, al fine di riportargli a degli standard societari più accettabili senza cambiare i modi di rapportarsi dei genitori ai loro figli, semplicemente si “cambia” il figlio. Senza mettere in discussione il programma scolastico o il metodo d’insegnamento (magari non così interessante nell’epoca della velocita’) si dosa una pillola e si aspetta che il “piccolo barbaro” si plachi. Io credo che qualunque comportamento sia in parte figlio del contesto (dell’ambiente) e in parte frutto della persona, nel caso di un bambino la sua plasticità, il suo essere in divenire, dovrebbe essere elemento sufficiente per far sì che la soluzione fosse cercata in chi ha d’intorno, non in lui. Che si torni a fare i genitori e gli insegnanti come si deve è certo più difficile che apporre una firma su una ricetta medica.

Dott. Cristiano Pacetti

Ritalin

 

In America ormai da decenni una delle diagnosi più frequentemente utilizzate nei confronti dei bambini con un età compresa tra i 6 e i 13 anni è quella di “disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività”. Questa diagnosi autorizza gli psichiatri a prescrivere al piccolo una medicina il cui nome è “Ritalin”. Purtroppo questa usanza si sta sviluppando anche da noi. Ma prima di parlare della diagnosi (cosa che avverrà nel prossimo articolo) vorrei illustrarvi che cosa è il questa pillola. Il Ritalin (cui nomi commerciali possono essere: Ritalin, Ritalina, Concerta (capsule a rilascio prolungato), Metadate, Methylin e Rubife) è composto da uno stimolante analogo alle amfetamine, il metilfenidato (MPH). Dall’otto Marzo 2007 è possibile acquistarlo anche in Italia sotto la prescrizione medica. I bambini sotto trattamento con Ritalin hanno spesso nel breve termine dei miglioramenti comportamentali (almeno per quanto riguarda le persone che devono avere a che fare con loro), risultano più gestibili e attenti in classe, meno “bizzosi” coi genitori e più ligi alle regole che fino a quel momento i genitori non erano riusciti a far rispettare. A lungo termine però gli effetti del Ritalin non sono ancora stati indagati con efficacia, si sa però che nel bambino si struttura una dipendenza dalla sostanza, cosa questa che da sola, potrebbe bastare a sconsigliarne l’uso, ma i denaro in gioco è tanto (troppo) e molto spesso la via più semplice (una pasticca) è certo più luccicante di quella più difficile (imparare a fare il genitore).

Dott. Cristiano Pacetti

Attacchi di panico

La sintomatologia ansiosa che si concretizza in quegli che vengono definiti “attacchi di panico” è purtroppo una delle più diffuse specialmente nella fascia d’età che va dai 18 ai 30 anni. Descrivere in maniera veritiera la sensazione provata in quei momenti non è facile, e credo, neanche possibile. Ma cosa sono questi “attacchi”?

Sono episodi acuti di ansia caratterizzati da un vero e proprio terrore insostenibile che ostacola una qualsivoglia organizzazione del pensiero e dell’azione. Il panico che può associarsi e fenomeni di de-personalizzazione (sensazione di distacco da sé stessi) e di de-realizzazione (senso di irrealtà del mondo) è accompagnato da forti segnali fisici come ipersudorazione, pallore, palpitazioni, tremore, nausea, sensazione di soffocamento etc. Tra gli attacchi di panico si possono distinguere:

  1. Attacchi di panico provocati dalla situazione quando questi si verificano sempre in concomitanza con una data situazione ad esempio guidando la macchina o sul treno.
  2. Attacchi di panico sensibili al contesto quando esiste si una relazione col contesto ma meno stretta del precedente esempio
  3. Attacchi di panico non provocati (inaspettati) quando questi si verificano in presenza di stati mentali in apparenza benigni, come durante il rilassamento, oppure in situazione cui paiono del tutto ingiustificati

Perché si possa parlare di diagnosi di disturbo di panico vi debbono essere attacchi di panico inaspettati e ricorrenti; l’esclusiva presenza di attacchi di panico causati dalla situazione riflette invece, con ogni probabilità, la presenza di una fobia.

Fortunatamente le patologie dello spettro ansioso hanno un’eccellente probabilità di remissione se adeguatamente affrontate. A questo proposito un percorso di tipo psicoterapeutico è sicuramente quello che, oltre alla risoluzione in tempi relativamente brevi, offre anche la minor percentuale di possibilità di ritorno della sintomatologia.

Dott. Cristiano Pacetti

Sicurezza stradale

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La principale causa di morte tra i giovani è l’incidente stradale. I numeri del fenomeno sono da bollettino di guerra. La necessità di intervenire rispetto a questo grave e triste fenomeno ci ha spinti ad elaborare un progetto formativo che si differenziasse da quanto già proposto nel tentativo di spostare l’attenzione sul versante emotivo e promuovere una guida più responsabile. Il progetto è patrocinato dalla Provincia di Prato ed è attualmente in svolgimento presso diversi istituti scolastici partesi. Questo a nostro avviso è un modo diverso di approcciarsi al problema delle morti sulla strada ed ai comportamenti di rischio. Tale proposta formativa è stata inoltre fortemente sostenuta dalla Associazione “Marco Michelini” Onlus. Alla quale va uno speciale ringraziamento da parte nostra.

Dott. Ettore Bargellini e Dott. Cristiano Pacetti.

Elettroshock!

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Quando le conoscenze sul funzionamento del cervello umano erano agli albori si pensava che, in casi di conclamata gravità una forte scossa localizzata potesse smuovere la materia cerebrale, come se all’interno del cranio ci fossero dei “cristalli” che in conseguenza dell’elettricità si mettessero in moto, e poi, si riposizionassero, nella speranza di una conformazione migliore della precedente. Nel frattempo il soggetto pativa convulsioni talmente forti da provocargli in alcuni casi lussazioni alle articolazioni o rottura degli arti. E i giorni seguenti il trattamento non erano certo migliori. Oggi l’intervento lo si fa in anestesia completa e l’elettricità viene mirata in zone particolari della corteccia cerebrale, il voltaggio si è abbassato, ma ancora non sappiamo con certezza perché dovrebbe funzionare. Certo qualche caso di gravissima depressione lo avrà anche guarito, ma i risultati non sono permanenti e gli effetti collaterali possono essere devastanti.  Oggi (Anno Domini 2008) c’è chi propone di aumentare il numero di centri italiani in cui poter effettuare questa “delicata” pratica. (Dott. Cristiano Pacetti)

Terapia Elettro Convulsivante

Aricolo su LaRepubblica 

Il fumo e le decisioni

Uno studio diretto dal neuroscienziato Read Montague del Baylor College of Medicine di Houston, sosterrebbe che il fumare abbia delle conseguenze negative sulla capacità decisionale delle persone soprattutto quando queste devono compiere delle scelte in campo economico. Sembra infatti che nella situazione sperimentale creata dagli studiosi americani i soggetti che fanno uso di tabacco non riescano ad imparare dagli investimenti sbagliati tanto quanto invece fanno i non fumatori. Azzardo da parte mia che forse non è il tabacco come sostanza psicoattiva a creare questa differenza ma i tratti di personalità peculiari del fumatore (della persona dipendente), la quale davanti ad evidenze scientifiche, comprovate e indubitabili sui danni del fumo non smette il suo vizio (e cioè non impara).

L’articolo lo trovate qui.  (Dott. Cristiano Pacetti)

Dubbi sugli antidepressivi

Il quotidiano inglese “Indipendent” ha pubblicato qualche giorno fa il risultato di uno studio sugli antidepressivi i quali, stando ai ricercatori non avrebbero mostrato risultati significativi rispetto al placebo nella cura della depressione. «Stando ai risultati – ha osservato il professor Kirsch – non sembrano esserci grandi motivi per prescrivere gli antidepressivi se non alle persone affette da depressione grave».

L’articolo intero pubblicato sul Corriere della Sera lo potete trovare qui. (Dott. Cristiano Pacetti)

Incontro di sensibilizzazione alle Scuole Elementari di Prato

Elementari

Stiamo attivando per le scuole elementari pratesi un corso di sensibilizzazione.

L’incontro si propone di offrire agli insegnati delle scuole elementari, e delle medie inferiori, le informazioni necessarie per meglio comprendere le problematiche di ordine psicologico che possono verificarsi durante le prime fasi dello sviluppo dell’individuo.
Il nostro modello teorico di riferimento focalizza l’attenzione sui sistemi e i contesti nei quali il bambino vive e si relaziona, e vede il sintomo, o il comportamento problematico, come un elemento da valutare, interpretare e risolvere attraverso il coinvolgimento dei contesti di riferimento (famiglia, scuola, gruppo dei pari). La scuola è uno dei principali contesti di formazione e scambio entro il quale l’individuo cresce e si relaziona, è quindi importante per il corpo docenti saper registrare tempestivamente comportamenti disfunzionali al fine di attivare risorse idonee alla promozione del comportamento del minore.