la psicologia ed il Reparto di Reumatologia d Prato

E’ con l’orgoglio di chi ha visto crescere giorno dopo giorno un progetto e l’ha visto diventare grande e forte che pubblichiamo l’articolo che il Tirreno ci ha dedicato. Non vorremmo aggiungere altro se non la nostra gratitudine a chi a creduto che questo potesse diventare possibile e ha dato il suo contributo.

 

Dott. Cristiano Pacetti &

Dott. Ettore Bargellini

Stress: un’altro modo per affrontarlo (parte 1)

bruce nauman

Stress: una forma di linguaggio!

Cosa pensereste se vi dicessimo che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?
Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana: “ l’uomo non può non comunicare”.
Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.

Ok, se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato lettura. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.

In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’Altro.
La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.
Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’Altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.)
Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.
Nella maggior parte dei casi chi lavoro sotto la gogna dello stress non riesce a interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.
Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.
Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare.
Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani deve andare a lavoro.

Bevi responsabilmente

La frase che da il titolo a questo post è completamente priva d’ogni possibile significato. Non esiste un modo “responsabile” di bere alcolici perché non esistono quantità minime consigliate. L’OMS ha infatti da tempo classificato l’alcol nella categoria “droghe” togliendo qualunque soglia di sicurezza alle bevande alcoliche. L’alcol è altresì la principale causa di incidente stradale, come riportato in questo bell’articolo sul blog di Ciannilli Luigi Antonio. Ogni giorno la conta dei giovanissimi morti in lamiere contorte è un macabro e infinitamente triste rito che si ripete uguale a sé stesso, per noi che lo guardiamo ma che ha dietro uno strazio (quello dei sopravvissuti, genitori e parenti) difficilmente immaginabile. Lo stato che fa? Citando De André si potrebbe dire che: “S’arrabbia, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Perché se da una parte abbassa il tasso alcolico rilevabile in un guidatore dall’altra permette cose vergognose come questa:

Jack

L’età media degli avventori di un noto locale fiorentino era attorno ai 17 anni, e fra i tavolini all’aperto vagano due ragazzi molti carini (un ragazzo e una ragazza), questi PR avvicinavano chiunque gli passasse a tiro ed il compito che avevano era quello di consegnare dei “gratta e vinci” sponsorizzati dalla Jack Daniel’s. All’interno di questi tagliandi 4 possibili cocktails realizzabili con il suddetto whiskey. Grattando e trovando le giuste combinazioni di frutta si potevano vincere T-shirt, cappellini, moschettoni ecc, (tutto a marchio Jack Daniel’s). Senza contare lo slogan che accompagna la nuova campagna: “Jack on the Beach” (bere whiskey in spiaggia…l’apoteosi del benessere!).  A mio personale parere di uomo prima che di clinico trovo assolutamente riprovevole che si permetta la diffusione di certe strategie di marketing che vanno a colpire direttamente i giovanissimi, uno ad uno, istigandoli (perché di istigazione si tratta) a bere alcolici.  Non è moralmente accettabile che  si possa fare pubblicità così ad una delle principali cause di morte (diretta o indiretta) dei giovani.

Dott. Cristiano Pacetti

Anoressia in passerella

image

Il termine anoressia si riferisce alla perdita di appetito, mentre nervosa indica le motivazioni emozionali del disturbo. Il termine anoressia è per lo più inappropriato in quanto molti soggetti anoressici non perdono appetito o intresse per il cibo. Anzi mentre digiunano, molti di loro manifestano una sorta di ossessione per il cibo; arrivano perfino a leggere continuamnete libri di cucina e a preparare manicaretti per la loro famiglia.

Da un punto di vista psicodinamico M. Selvini Palazzoli scrive che “il cibo non è per le anoressiche affatto negativo come cosa in sé, […] ma è amabile, desiderabile, interessante, importante, continuamente presente allo spirito […]. È l’atto di cibarsi che è divenuto angoscioso e pericoloso. Nessuna azione, neppure un delitto, assume per l’anoressica un significato di auto-degradazione e sconfitta quanto il satollarsi”. (1981, p. 83-84). 

Quattro sono i criteri diagnostici per l’anoressia nervosa:

  • Peso corporeo inferiore all’85% del peso normale per età e statura
  • Intensa paura d’ingrassare che non si attenua neppure col forte dimagrimento
  • Percezione distorta del proprio corpo
  • Nei soggetti di sesso femminile lo stato di emaciazione estrema causa spesso amenorrea (interruzione del ciclo mestruale)

Il D.S.M. IV distingue due tipologie di anoressia nervosa, una definita come sottotipo con restrizioni dove il decremento ponderale è dovuto a restrizioni alimentari; l’altra chiamata sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione in cui il paziente fa seguire a grandi abbuffate condotte di tipo eliminatorio come procurarsi il vomito o prendere forti quantità di lassativi.

Fin qui la la descrizione, sempre più spesso però sulle passerelle delle grandi firme della moda si vedono “arrancare” donne che non hanno niente di sano e, cosa ben più grave, che si pongono come modelle/modello per le coetanee. So di non dire niente di nuovo, so che questo argomento viene ciclicamente trattato in tv, tra un’intervista e una ricetta, ma ogni volta lo stupore mi sovrasta. Come mi sorprende che la moda si sorprenda (perdonate il gioco di parole) del successo di ogni nuova testimonial un pò più in carne rispetto alle colleghe.

Dott. Cristiano Pacetti

Il senso del ritmo è innato

baby_drummer-2

Il senso del ritmo si manifesta nei bambini prima di quanto si pensasse. Un team di ricercatori internazionali ha osservato le reazioni del cervello di un gruppo di bebè di due o tre giorni di vita per mezzo della risonanza magnetica e ha scoperto che i neonati riuscivano a seguire in modo coerente il ritmo della musica, reagendo quando la si interrompeva.
LO STUDIO – Per lo studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, sono stati esaminati 14 piccolissimi. Gli scienziati hanno osservato nel loro cervello un’attività elettrica simile a quella delle rispettive 14 madri (che li tenevano in braccio) esaminate simultaneamente durante una seduta in cui è stata suonata musica con un forte ritmo. Le risonanze magnetiche al cervello hanno rivelato che i bebè seguivano il ritmo e, come chiunque ascolti della musica, hanno cominciato ad anticipare le note, aspettandosi che il batterista continuasse con lo stesso ritmo e reagendo se invece si interrompeva.

CONSEGUENZE – La scoperta potrebbe cambiare il modo in cui i medici considerano le abilità musicali dei bambini, ha dichiarato un o degli autori dello studio, Istvan Winkler della Hungarian Academy of Sciences di Budapest. Molti ricercatori hanno finora pensato che i bambini imparino la musica ascoltando gli adulti, ma la nuova ricerca suggerisce che il ritmo potrebbe essere un’abilità innata, «già scritta nel cervello umano». E sarebbe una qualità prettamente umana: non dipenderebbe dal fatto di sentire il battito del cuore della mamma o la sua voce quando il feto è ancora nell’utero. I ricercatori fanno infatti notare che i primati a noi più vicini, gli scimpanzè, sentono anch’essi il battito del cuore materno prima di nascere, e tuttavia non hanno il senso del ritmo.

Freud e la cocaina

 vinmariani1

 

Quella che segue è l’introduzione scritta dal dottor Bargellini per una nuova edizione di un vecchio classico della psicoanalisi ovvero: “Sulla Cocaina” di S. Freud. Nella speranza che possa stimolare la vostra curiosità alla lettura.

 

Se escludiamo l’alcool sniffare, fumare, assumere cocaina rappresenta adesso la modalità più comune per accedere a stati di alterazione psicofisica . La cocaina non è più esclusiva degli strati abbienti della società, non è appannaggio di fotomodelle o imprenditori, oggi la polvere bianca si trova  raccolta in “pezzi”, appallottolata in piccole confezioni di cellofan nelle tasche della gente comune, nelle borsette delle signore, nelle mutande degli spacciatori, negli zaini degli studenti, nella cassaforte dei politici,  ovunque. L’hanno beccata disciolta nelle acque dell’Arno in percentuali imbarazzanti, ce ne sono residui nella maggior parte delle banconote che maneggiamo (non tutti si possono permettere il foglio da cento come Scar face), viene scaldata, poi la si frantuma (di solito con la stessa carta di credito utilizzata per prelevare i soldi) suddivisa in strisce o “botti”,  poi si tira su. Sniff, da una narice, sniff ,dall’altra. Ecco fatto, niente aghi, nessuna traccia di sangue, nessun rischio di contrarre sindromi nefaste, nessuna stigmate sociale da eroinomane, se mai l’illusione di appartenere ad una folta schiera di personaggi  tra i quali si possono certamente riconoscere vip, attori,  calciatori, presidenti, insomma quelli che ci vengono reclamizzati come vincenti. Farsi di cocaina oggi è terribilmente semplice e a buon mercato, e sebbene si assista ad un crescente allarme e presa di coscienza attorno ai rischi connessi a questa sostanza, il fenomeno cocainomania continua la sua inesorabile espansione. Ma come si è arrivati a tutto questo? Ma la coca non era una pianta sudamericana utilizzata e masticata dalle popolazioni indigene durante le loro ritualità? Ma chi diamine ce l’ha portata dalle nostre parti? Vi sorprenderà  sapere che tra i primi sostenitori e diffusori dell’alcaloide in occidente possiamo placidamente riconoscere il veneratissimo Sigmund Freud. Quella che segue è una breve prefazione de me  scritta  per una ri-edizione del celebre saggio freudiano  Uber Coca, sua prima, inestimabile pubblicazione. “Nella mia ultima depressione ho fatto uso di cocaina e una piccola dose mi ha portato alle stelle in modo fantastico. Sto ora raccogliendo del materiale per scrivere un canto di preghiera a questa magica sostanza” Tali entusiastiche parole non appartengono a nessuna rock star degenerata né sono riconducibili ad uno dei tanti tossici durante la sua luna di miele con la sostanza. Può apparire paradossale, ma questa non è una lettera appassionata firmata   Diego Armando Maradona, trattasi invece di un prezioso carteggio intrattenuto dal Dottor Sigmund Freud con la sua signora: Martha Bernays . A Vienna correva l’anno 1884. Dovrà ancora passare del tempo prima che Freud incominci a frequentare le pionieristiche lezioni del Professor Charcot presso l’università della Sorbona, ancora non è al corrente dei fenomeni ipnotici e dissociativi, l’isteria non rappresenta affatto il centro dei suoi interessi,ergo teoria e metodo psicoanalitici  sono ben lungi dall’essere partoriti. Possiamo serenamente dire che all’epoca il giovane dottore, né aveva trovato una precisa collocazione all’interno del panorama medico – scientifico, né era riuscito  dare alla sua vita professionale e di coppia sufficiente stabilità. Certo niente di paragonabile alle difficoltà che un giovane di oggi deve incontrare per poter guardare al futuro con un minimo di tranquillità, ma è certamente interessante notare come l’incontro del padre della psicoanalisi con la cocaina va a collocarsi in una fase non facile e turbolenta della sua vita.

Si  laurea con sensibile ritardo in medicina (1881) e si trasferisce Inghilterra, poco dopo torna a Vienna dove si dedica alla studio e alla ricerca in zoologia. Quest’ultima disciplina lo lascia piuttosto insoddisfatto, decide allora di cambiare e concentrare i suoi sforzi nella fisiologia. In questo periodo della sua esistenza si applicherà alle seguenti branche mediche: neurologia, istologia, dermatologia, persino l’oftalmologia riuscirà a solleticare i suoi interessi. Ad ogni modo il successo ed i riconoscimenti ai quali Freud sarà destinato non si concederanno mai attraverso queste materie. E se dal punto di vista professionale la situazione non si è ancora del tutto definita,  il giovane sembra avere non trascurabili fragilità anche sul versante mentale. Come è noto a quel tempo Freud soffriva di depressione, fatica cronica ed altri sintomi  di natura nevrotica. E’ quindi legittimo pensare che il rapporto dell’autore  con la sostanza andasse ben al di là di un semplice interesse scientifico per essa,  e che la cocaina rappresentasse piuttosto un possibile rimedio ai suoi disagi. Non a  caso  Freud si rivolge così alla fidanzata in una lettera  del 21 Aprile del 1884: “Ho letto della cocaina (….) Me ne sto procurando un po’ per me e poi vorrei provarla per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…”

Continua a leggere

Adolescenza e televisione

Il consumo televisivo da parte dei teenager dal 1997 a oggi è aumentato di circa il 75%. Nel 1997 guardava la tv più di 3 ore al giorno il 19% degli adolescenti, oggi questa percentuale sfiora il 30%. Parallelamente, si è dimezzo il numero di adolescenti che guarda meno di 1 ora di tv al giorno. E questo aumento di ‘video dipendenza’ incide molto sia sull’aumento del consumo di alcol tra i giovanissimi, sia sulla moltiplicazione di fenomeni come il bullismo. E’ quanto emerge da un’indagine presentata al 64esimo congresso nazionale della Società italiana di pediatria, che si chiude oggi a Genova, su ‘Abitudini e stili di vita degli adolescenti’, che la Sip svolge dal 1997, su un campione nazionale di 1200 studenti di terza media. L’indagine ha evidenziato, in particolare, che tra chi vede più di tre ore di tv al giorno a chi ne vede meno c’è una nettissima differenza, in peggio, nei comportamenti e nello stile di vita. “Sia in ambiti nei quali era prevedibile aspettarselo, spiegano i pediatri, come sudditanza dalla pubblicità, aumento dell’aggressività, maggiore insoddisfazione del proprio aspetto fisico, sia in ambiti meno prevedibili, con un netto aumento nel consumo di sostanze alcoliche, fumo e droga, peggiore qualità della alimentazione, rapporti più rarefatti con gli adulti”. Spiega il vice presidente della Sip, Gianni Bona: “A incidere negativamente non è solo la quantità di televisione, ma anche la qualità. La Tv popone sempre più modelli fisici e comportamentali basati su una scala di valori decisamente discutibile: bellezza, coraggio, forza, ricchezza, invincibilità, che condiziona inevitabilmente gli adolescenti sia nel rapporto con il mondo degli adulti che con il gruppo dei pari. A questo si aggiunge l’overdose di spot pubblicitari che a dispetto di codici di comportamento e autoregolamentazione che si sono succeduti negli anni continuano ad aumentare”. Ai tempi di ‘Carosello’ la quasi totalità della pubblicità trasmessa dalla tv era concentrata in quei 5 ‘siparietti’ da poco più di un minuto l’uno. Oggi, secondo le rilevazioni effettuate dalla Società italiana di pediatria, “Italia 1, la rete più seguita dagli adolescenti italiani, nella fascia oraria pomeridiana, che dovrebbe essere protetta, di spot ne trasmette circa 50 ogni ora. Facendo semplici calcoli risulta che se uno spettatore guardasse solo 2 ore di questa emittente nella fascia oraria pomeridiana in un anno vedrebbe oltre 35.000 spot pubblicitari”.