Stress: un’altro modo per affrontarlo (parte 1)

bruce nauman

Stress: una forma di linguaggio!

Cosa pensereste se vi dicessimo che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?
Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana: “ l’uomo non può non comunicare”.
Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.

Ok, se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato lettura. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.

In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’Altro.
La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.
Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’Altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.)
Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.
Nella maggior parte dei casi chi lavoro sotto la gogna dello stress non riesce a interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.
Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.
Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare.
Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani deve andare a lavoro.

Transessualità

 

 

kahlo

Frida Kahlo, autoritratto.

 

 

Visto il clamore che di recente si è creato intorno ad una realtà che, diversamente da quanto il mondo politico vorrebbe farci credere, esiste da sempre, mi pare giusto spendere qualche considerazione sull’argomento transessualità.

La prima domanda di fronte alla quale spesso si assiste all’ignoranza più disarmante o, peggio ancora, al pregiudizio altrui è questa:

Chi sono le persone  transessuali?

E’ bene specificare subito chesi tratta di persone del tutto normali sotto il punto di vista biologico e anatomico, ma che soffrono nell’appartenere al sesso determinato geneticamente. Nutrono cioè  la persistente convinzione di appartenere al sesso opposto. Patiscono nel sentirsi prigionieri in un corpo che percepiscono diverso da quello che vorrebbero avere, desiderando di vivere nel ruolo dell’altro sesso e di essere riconosciuti dalla società come appartenenti al genere, verso il quale si sentono psicologicamente orientati. Questo disagio è così perturbante che per molti  individui l’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso diventa una meta indispensabile. Elemento peggiorativo per l’esistenza  delle persone transessuali è il circuito  nel quale la società, attraverso un’azione discriminante ed espulsiva, spinge verso la prostituzione (spesso identificata come unico lavoro possibile) sovrapponendo l’immagine della persona transessuale a quella, dell’oggetto sessuale, della trasgressione e del meretricio.

Molti si chiedono,spesso in termini moralistici e retorici, perchè sempre più uomini e donne siano attratti dai transessuali. E’ bene specificare che fin dai tempi più remoti l’immaginario erotico dell’uomo si è alimentato di fantasie collegate a persone con caratteristiche  sessuali di entrambi i sessi. Nel transessuale, come è noto, vi è la compresenza del maschile e del femminile. Anche in alcune divinità si celebra la compresenza degli opposti, ad ogni modo anche le scelte sessuali come molti altri tratti dell’essere umano possono trascendere una direzione precisa, che esclude il suo opposto, ma contemplare la composizioni di elementi opposti.Secondo alcuni autori  il transessuale moltiplica i segni sessuali  realizzando così una nuova nozione  di “individuo”, tipico del nostro tempo, che si riconosce solo nella libertà illimita-ta, senza argini e senza confini. E’ interessante prestare attenzione alle opinioni   di chi sceglie la compagnia dei trans, (pur avendo una vita familiare e di coppia ) e alle motivazioni che vengono da loro riportate: il trans sembrerebbe ridurre l’ansia da prestazione permettendo di scegliere il ruolo da assumere (attivo/passivo) in base alle circostanze, gli eventi etc. Il rapporto transessuale consentirebbe inoltre  di aggirare l’angoscia  collegata al rapporto con un altro dello stesso sesso e delle stesse sembianze  dell’individuo.  In questo senso il transessuale  rappresenterebbe un’ideale di trasgressione.

Altro stereotipo e luogo comune è quello di chi crede che e i frequentatori di trans siano omosessuali. La risposta è non sempre,  non necessariamente. Capita frequentemente  in persone eterosessuali (magari all’interno di coppie regolari e con figli) in forme episodiche e saltuarie che non sempre si traducono in atti sessuali veri e propri.

Come sempre nell’imbecillità del dibattito televisivo trova spazio qualcuno che non ha altre argomentazioni se non quella di accusare il mondo transessuale di essere sostanzialmente immorale, malato nell’anima. Questo aprirebbe una riflessione molto lunga e forse inutile, certi pregiudizi sono molto difficili da estirpare. Ci sarebbe da chiedersi se non sia malata una società che ha sempre opposto resistenza alla varietà e alla libertà sessuale; che nello stupido sforzo di negare, o quanto meno di far tacere ciò è sessualmente diverso, in realtà non fa altro che ripudiare  una parte di se stessa.

Dott. Ettore Bargellini

Il disagio della civiltà (2)

D. Hopper, morning sun

D. Hopper, morning sun

…segue dalla prima parte

Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.

Freud, infatti, non ha mai inteso legittimare una società costruita sulle fantasie d’onnipotenza alle quali l’individuo vorrebbe anelare. Questa sarebbe nient’altro che una prospettiva regredita alla fase orale, quella del tutto e subito, dove l’adulto, come un bambino tiranno, si dimostrerebbe incapace d’integrare al principio di piacere quello più evoluto di realtà.

In ogni caso, noi, uomini civilizzati, non siamo diventati esattamente così. La nostra civiltà ha preso un’altra e più sofisticata direzione, ed è proprio qui che le parole di Freud assumono un senso tragicamente profetico. Lo psicanalista introduce uno scenario nel quale il soggetto potrebbe perdere ogni volontà d’espressione della sua natura, sostituendo all’essere felice, un aborto: la riduzione dell’infelicità. Questo, inutile negarlo, è un’autoinganno, un meccanismo difensivo utile al sano come il delirio al folle. Nonostante il passare del tempo, Freud vorrebbe ancora metterci in guardia da un vecchio equivoco, quello slittamento, più o meno consapevole, che ci fa prendere per piacere la sopportazione della sofferenza.

Certo, questa prospettiva potrà lasciarti pesanti strascichi di frustrazione culturale, ma contemporaneamente ne saggerai il prodigioso effetto disincantatore. Ti sarà più facile scorgere nell’ammiccamento costante alla libertà di fottere e consumare o nell’immagine d’individui sempre capaci di scegliere e di godere i frutti che la civiltà mette a disposizione, nient’altro che un grande sedativo.

Ecco cosa vedrebbe ancora Freud e che, ne sono certo, potresti scorgere anche tu. La civiltà odierna, come quella di un secolo fa, impegnata a fornirci strumenti per rendere più tollerabile il compromesso con la nostra dimensione perennemente svuotata e inappagata. La nevrosi origina dunque dal paradosso al quale è esposto l’uomo moderno. Istituzione, religione, arte o scienza, possono rivelarsi le mura edificate dalla cultura per arginare le forze primitive che si agitano dentro e fuori l’individuo. Ma, mentre il re si arrocca in un castello inespugnabile, i suoi sintomi non possono far altro che ricordargli quanto sia solo e paralizzato.

Purtroppo, nella fretta di difendersi, l’uomo non ha potuto progettare vie di fuga, eccetto qualche feritoia (i sintomi nevrotici) o la demolizione dell’intero edificio (la psicosi).

A questo punto spetta come sempre a te, lettore caro, scegliere dove collocare Freud e le sue idee. Rammenta però, prima del rogo o della beatificazione, che per l’analista, le voragini dell’inferno come quelle dell’inconscio, non hanno mai rappresentato un confine invalicabile.

Già nel febbraio del 1914 si congederà così da alcuni suoi contestatori incoraggiando altre intelligenze a seguirlo.

“..che il fato riservi una comoda ascesa a tutti quelli per cui il soggiorno negli inferi della psicoanalisi sia diventato sgradevole. A noialtri  sia concesso di portare a termine in pace il nostro lavoro nel profondo.” (Vedi Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), Biblioteca Boringhieri N.11, p.

Dott. Ettore Bargellini

Il disagio della civiltà (1)

Office_in_a_small_city_hopper_1953

Di seguito Vi propongo alcune riflessioni sull’opera freudiana: il disagio della civiltà.

Troppo spesso si tende a considerare l’impianto teorico di Freud come esclusivamente rivolto alle dinamiche psichiche individuali. Questo interessante saggio ha il merito di allargare la prospettiva sulla complessa relazione uomo – società. Come sempre l’autore sa colpire e scavare nel profondo.

Buona lettura

Immagina, caro lettore, il fantasma di Sigmund Freud, gettare il suo occhio clinico e sulla civiltà di oggi. Diciamo che al padre della psicanalisi è venuto in mente di verificare se i disagi sofferti dalle sue vecchie pazienti (per la maggior parte erano donne) siano gli stessi che ancora adesso affliggono il genere umano e forse anche te. Il dottore vuole inoltre sincerarsi che le sue argomentazioni, sul rapporto tra uomo e civiltà, siano sempre attuali e attendibili. Capirai più tardi da dove lo spirito del primo psicoanilista osserva il nostro mondo. Forse dal paradiso dei lungimiranti, dove seguaci ed estimatori l’hanno sempre elevato, forse dal girone degli eretici e blasfemi, dove qualcuno l’avrebbe voluto cacciare volentieri dopo aver letto di un testo così irriverente.

Con ogni probabilità l’autore resterebbe sorpreso nel constatare l’evoluzione e la diffusione dei disturbi mentali. Nel suo studio si erano per lo più presentate giovani donne borghesi e frustrate. Allora erano isteriche, pazienti designate da una società dominata da severe imposizioni e protocolli comportamentali. I loro sintomi erano l’unico compromesso tra un Super-io castrante e la componente più intima e vorace della psiche umana: l’Es.

La psicopatologia moderna ha visto praticamente sparire quel tipo di quadro clinico, i rari casi che ancora resistono hanno dovuto cambiare almeno il nome. Oggi dobbiamo chiamare quel male, disturbo da conversione, isteria era “troppo freudiano”.

Ma se l’isteria non dev’essere neppure diagnosticata, nel frattempo la nosologia psichiatrica annovera centinaia di declinazioni attraverso le quali la mente può urlare la sua insofferenza al mondo. La depressione si è aggiudicata il titolo di male del secolo, gli psicofarmaci detengono il primato nelle vendite medicinali e, quel tentativo di rivolta che è la psicosi, al quale Freud aveva dichiarato la sua impotenza, è diventata una tra le reazioni umane più frequenti quanto irrisolte.

Detto questo sarebbe un errore se tu, alla luce di quest’epidemiologia, ritenessi il tentativo freudiano di comprendere e risolvere i conflitti psichici, sostanzialmente fallito, immaginandoti un Freud deluso.

Sicuramente il neurologo viennese guarderebbe alla nostra triste e complessa civiltà con interesse e un certo orgoglio; è di fatto stato lui il primo a spingersi con metodo oltre il puro e semplice dato fisico della sofferenza psichica, aprendo la strada a tutte le successive teorie e classificazioni della mente.

Immaginati quindi il dottor Freud concentrarsi, non tanto sulla dimensione individuale e intrapsichica dei conflitti umani, ma allargare la sua prospettiva sulla nostra intera società. In effetti una necessità simile l’aveva già avvertita intorno al 1829, quando pubblicò, per l’appunto, il saggio che stringi tra le mani.

A differenza della maggior parte dei suoi lavori, dedicati alle dinamiche contrastanti che si giocano all’interno di ogni psiche, qui l’autore si riferisce alla responsabilità e all’impatto che l’istanza socioculturale ha sulle vicissitudini mentali. Com’è noto l’autore riconobbe nella funzione regolatrice, repressiva e superegoica della civiltà di allora un elemento di conflitto con la natura pulsionale umana. Da qui, l’inevitabile disagio.

Ma che razza di mondo potrebbe osservare oggi Freud?

Come conciliare le teoria freudiana, che vuole un individuo addomesticato nell’aggressività e libidicamente represso, al massimo sublimato, con quello che è diventato il nostro contesto?

In un epoca dove in apparenza sembriamo pienamente liberi di autodeterminarci, dove sesso e ostentazione di forza imperversano incontrastati, quest’opera potrebbe seriamente rischiare di essere smentita.

Volendo essere brutali, tu lettore, potresti obiettare:

<<Ma com’è possibile sentirsi repressi ora che si può fare quasi tutto?>>

Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.

(continua)

Educazione sessuale

 

totemandtaboo[1]

Anno Domini 2009.

E` di pochi giorni fa la notizia che la ASL di Milano ha deciso di rivolgere i corsi di educazione sessuale esclusivamente ai ragazzi con piu` di 16 anni di eta`. Tutti gli altri ne saranno esclusi. E` davvero sconsolante trovarsi ancora alle prese con decisioni e provvedimenti del genere. Viviamo infatti in una societa` che ha trasformato il sesso e la comunicazione attorno ad esso  un elemento onnipresente ed una fonte di guadagno. Dal sottile ammiccamento al messaggio inequivocabile fino alla volgarita` piu` stupida e gratuita, la propaganda sessuale imperversa, senza senso e senza  sosta. In ogni angolo del palinsesto televesivo, nelle pubblicita`, nella retorica   cinematografica.  A questo punto rasenta davvero l` imbecillita` escludere l` educazione sessuale dalla proposta scolastica delegandola sempre di piu` a tutto cio` che sta fuori dell`istituzione scuola. Tutto questo assomiglia tristemente ad una resa. Essendo la scuola incapace di svincolarsi dai lacci moralistici e dalle ingerenze di chi continua a vedere nell` educazione sessuale un tabu` , allora,  fino a che uno studente non  avrà compiuto 16 anni, rinuncia all` argomento. Tace. Non e` necessario citare le innumerevoli ricerche epidemiologiche che ribadiscono come le prime attivita` sessuali si collochino ben prima dei 16 anni. Basterebbe togliersi il prosciutto dagli occhi e trovare il tempo e la voglia di guardare i ragazzi ed il loro ambiente attuale. Non voglio farne una questione politica ne` morale, penso sia giusto vedere e interpretare la sessualita` secondo i propri criteri e la propria cultura di riferimento. Ogni persona ha di certo il diritto di mantenere le proprie posizioni in merito al sesso prematrimoniale, alla masturbazione  o all`omosessualita . Ma parlare di EDUCAZIONE SESSUALE e` decisamente un`altra cosa. La divulgazione di tematiche fondamentali per la salute e lo sviluppo dei giovani come la profilassi, l`anatomia genitale,  l`igiene,  le malattie veneree e la loro trasmissione dovrebbero essere un dovere formativo e scientifico delle nostre istituzioni e non qualcosa di facoltativo e riservato ai quasi maggiorenni.

Dottor Bargellini,(Istanbul)

La Follia

images

La follia ci alberga, in quanto essa appartiene, in misura diversa, ad ognuno di noi. La follia non è solo dei pazzi. Tutti noi, per esempio, conosciamo gli stati allucinati e deliranti tipici del sonno. Nell’esperienza onirica, come nella pazzia, i concetti di tempo, spazio e di causalità degli eventi si allentano o si perdono del tutto. Vi è cioè uno slittamento dei processi mentali propri del pensiero razionale verso quelli caratteristici della follia. Al risveglio, lentamente, tutto si ristabilisce. Potremmo dire allora che la follia, a prescindere dalle sue declinazioni, è caratterizzata dall’avanzamento delle istanze profonde e pulsionali (insite in ogni essere umano) sulla ragione e le capacità difensive dell’io. Questo succede non di rado,il caso più banale è quando si assumono dosi sufficienti di alcol o di altre sostanze psicoattive. A quel punto la componente razionale si inibisce per lasciare il campo a quella dei processi bizzarri della follia. In conclusione ciò che ci separa dai folli non è la presenza o l’assenza della follia; ma è solo la quantità di questa. Essere folli o no è dunque un fattore quantitativo e non qualitativo.

Dottor Ettore Bargellini