Disoccupazione e Depressione


Queste le fredde cifre tratte da Repubblica del primo dicembre 2009: “più di due milioni di disoccupati in Italia. E’ la prima volta dal marzo del 2004 che l’Istat rileva un numero così elevato di senza lavoro. A ottobre il tasso di disoccupazione è salito all’8% dal 7,8% di settembre. Il numero delle persone in cerca di lavoro è di 2.004.000, in aumento del 2% (+39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% (+236mila) su base annua. Il tasso di disoccupazione giovanile – aggiunge l’istituto di statistica – a ottobre è aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre.”
A questo sconsolante quadro si aggiungono le innumerevoli situazioni di lavoro precario cui adesso sembra addirittura dover aspirare un giovane. Ma se la precarietà crea ansia, non potendo disporre di una progettualità a lungo tempo, non potendo investire nel domani, la disoccupazione si correla molto frequentemente con disturbi ben più gravi. Il primo e quasi inevitabile è un abbassamento del tono dell’umore che dalla tristezza può arrivare ad una vera e propria patologia depressiva. La persona che si ritrova senza un lavoro a quaranta o cinquanta anni vive una condizione di profondo disagio, determinata da un insieme di fattori che coinvolgono non solo la parte meramente economica (certo essenziale) ma anche e soprattutto il ruolo sociale che viene a modificarsi. Il lavoro è vita perché struttura la personalità, in una qualche misura si è ciò che si fa (anche se, non sempre si ha la fortuna di fare ciò che si è). Ecco dunque che quando manca la routine quotidiana del lavorare viene a mancare una parte essenziale non soltanto del mondo esterno ma anche del cosiddetto mondo interiore. Con pesanti ricadute sul senso di auto-efficacia e di autostima. Queste persone vengono spesso lasciate al loro destino, non ci si preoccupa delle conseguenze, a volte tragiche, che questa nuova condizione può produrre. Uno Stato che aneli davvero al benessere dei suoi cittadini dovrebbe disporre di maggiori ammortizzatori sociali e di un sostegno psicologico gratuito per tutte quelle situazioni a rischio, e non “stupirsi” a posteriori per i gesti sconsiderati di omicidio/suicidio che troppo spesso si è costretti a leggere in cronaca.

Dott. Cristiano Pacetti

Transessualità

 

 

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Frida Kahlo, autoritratto.

 

 

Visto il clamore che di recente si è creato intorno ad una realtà che, diversamente da quanto il mondo politico vorrebbe farci credere, esiste da sempre, mi pare giusto spendere qualche considerazione sull’argomento transessualità.

La prima domanda di fronte alla quale spesso si assiste all’ignoranza più disarmante o, peggio ancora, al pregiudizio altrui è questa:

Chi sono le persone  transessuali?

E’ bene specificare subito chesi tratta di persone del tutto normali sotto il punto di vista biologico e anatomico, ma che soffrono nell’appartenere al sesso determinato geneticamente. Nutrono cioè  la persistente convinzione di appartenere al sesso opposto. Patiscono nel sentirsi prigionieri in un corpo che percepiscono diverso da quello che vorrebbero avere, desiderando di vivere nel ruolo dell’altro sesso e di essere riconosciuti dalla società come appartenenti al genere, verso il quale si sentono psicologicamente orientati. Questo disagio è così perturbante che per molti  individui l’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso diventa una meta indispensabile. Elemento peggiorativo per l’esistenza  delle persone transessuali è il circuito  nel quale la società, attraverso un’azione discriminante ed espulsiva, spinge verso la prostituzione (spesso identificata come unico lavoro possibile) sovrapponendo l’immagine della persona transessuale a quella, dell’oggetto sessuale, della trasgressione e del meretricio.

Molti si chiedono,spesso in termini moralistici e retorici, perchè sempre più uomini e donne siano attratti dai transessuali. E’ bene specificare che fin dai tempi più remoti l’immaginario erotico dell’uomo si è alimentato di fantasie collegate a persone con caratteristiche  sessuali di entrambi i sessi. Nel transessuale, come è noto, vi è la compresenza del maschile e del femminile. Anche in alcune divinità si celebra la compresenza degli opposti, ad ogni modo anche le scelte sessuali come molti altri tratti dell’essere umano possono trascendere una direzione precisa, che esclude il suo opposto, ma contemplare la composizioni di elementi opposti.Secondo alcuni autori  il transessuale moltiplica i segni sessuali  realizzando così una nuova nozione  di “individuo”, tipico del nostro tempo, che si riconosce solo nella libertà illimita-ta, senza argini e senza confini. E’ interessante prestare attenzione alle opinioni   di chi sceglie la compagnia dei trans, (pur avendo una vita familiare e di coppia ) e alle motivazioni che vengono da loro riportate: il trans sembrerebbe ridurre l’ansia da prestazione permettendo di scegliere il ruolo da assumere (attivo/passivo) in base alle circostanze, gli eventi etc. Il rapporto transessuale consentirebbe inoltre  di aggirare l’angoscia  collegata al rapporto con un altro dello stesso sesso e delle stesse sembianze  dell’individuo.  In questo senso il transessuale  rappresenterebbe un’ideale di trasgressione.

Altro stereotipo e luogo comune è quello di chi crede che e i frequentatori di trans siano omosessuali. La risposta è non sempre,  non necessariamente. Capita frequentemente  in persone eterosessuali (magari all’interno di coppie regolari e con figli) in forme episodiche e saltuarie che non sempre si traducono in atti sessuali veri e propri.

Come sempre nell’imbecillità del dibattito televisivo trova spazio qualcuno che non ha altre argomentazioni se non quella di accusare il mondo transessuale di essere sostanzialmente immorale, malato nell’anima. Questo aprirebbe una riflessione molto lunga e forse inutile, certi pregiudizi sono molto difficili da estirpare. Ci sarebbe da chiedersi se non sia malata una società che ha sempre opposto resistenza alla varietà e alla libertà sessuale; che nello stupido sforzo di negare, o quanto meno di far tacere ciò è sessualmente diverso, in realtà non fa altro che ripudiare  una parte di se stessa.

Dott. Ettore Bargellini

Perversione/parafila: disturbo sessuale?

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Etimologicamente la parola perversione deriva dal greco antico “pervetere” cioè “andare contro”, contro la società, contro i suoi costumi, contro le sue leggi morali. La parola perversione porta con se dunque anche una marcata dose di giudizio, il pervertito non solo è quello che compie atti non comuni, ma li compie disattendendo le leggi che dovrebbero regolare il suo comportamento. Non a caso quando ci si riferisce a qualcuno etichettandolo come “pervertito” non lo si fa certo senza sapere di offenderlo in una qualche misura. Così già da tempo nella classificazione clinica dei disturbi mentali, si è sostituita la parola perversione con la parola “parafila” che etimologicamente significa “amare vicino”, quasi a dire che le pratiche del parafiliaco, non saranno convenzionali, ma non fanno male a nessuno… diciamo che il parafiliaco, arriva vicino ad un oggetto del desiderio “normale” ma non ci arriva (o lo supera direbbero loro), e allora per eccitarsi deve farsi camminare sopra con i tacchi a spillo, o farsi urinare addosso, o ancora farsi legare con cinghie di cuoio prima di abbandonarsi all’atto carnale. Va da se che questo cambio di lemma  porta un cambio di prospettiva. Il parafiliaco non fa niente d’illegale, non usa violenza e, solitamente,  chiede l’esaudimento dei suoi desideri a persone senzienti che si prestano a soddisfarle, traendo da quelle pratiche reciproco piacere.  Fin qui tutto bene, il problema è quando queste fantasie sono vissute come “infestanti” dalla persona che le subisce, quando cioè la parafila è “ego-distonica” non viene cioè accettata ma combattuta. Allora la consapevolezza del bisogno di atti così peculiari può far nascere una crisi personale anche molto profonda che può risolversi o negandosi l’accesso alla sfera sessuale oppure prendendone atto e accettandosi per quello che si è.  Nell’elenco che segue le forme più comuni di parafila.

  • Esibizionismo: il bisogno o il comportamento che porta all’esposizione dei propri genitali ad una persona ignara.
  • Feticismo: l’uso esclusivo di oggetti non direttamente attinenti alla sessualità (es. scarpe, indumenti) o parti del corpo di una persona, al fine di innescare o aumentare l’eccitamento sessuale;
  • Frotteurismo: il bisogno o il comportamento che porta a toccare o palpeggiare il corpo di una persona non consenziente;
  • Masochismo: bisogno o comportamento sessualmente eccitante ricercato nel voler essere umiliati, provare dolore o soffrire in altri modi;
  • Sadismo: bisogno o comportamento sessualmente eccitante nel produrre dolore o umiliazione della vittima;
  • Feticismo di travestimento: eccitazione e/o piacere sessuale nell’indossare abiti del sesso opposto;
  • Voyeurismo ( o scoptofilia): il bisogno o il comportamento che porta a spiare persone ignare mentre sono nude, in intimo o impegnate in attività/rapporti sessuali;

 

Dott. Cristiano Pacetti

Il disagio della civiltà (2)

D. Hopper, morning sun

D. Hopper, morning sun

…segue dalla prima parte

Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.

Freud, infatti, non ha mai inteso legittimare una società costruita sulle fantasie d’onnipotenza alle quali l’individuo vorrebbe anelare. Questa sarebbe nient’altro che una prospettiva regredita alla fase orale, quella del tutto e subito, dove l’adulto, come un bambino tiranno, si dimostrerebbe incapace d’integrare al principio di piacere quello più evoluto di realtà.

In ogni caso, noi, uomini civilizzati, non siamo diventati esattamente così. La nostra civiltà ha preso un’altra e più sofisticata direzione, ed è proprio qui che le parole di Freud assumono un senso tragicamente profetico. Lo psicanalista introduce uno scenario nel quale il soggetto potrebbe perdere ogni volontà d’espressione della sua natura, sostituendo all’essere felice, un aborto: la riduzione dell’infelicità. Questo, inutile negarlo, è un’autoinganno, un meccanismo difensivo utile al sano come il delirio al folle. Nonostante il passare del tempo, Freud vorrebbe ancora metterci in guardia da un vecchio equivoco, quello slittamento, più o meno consapevole, che ci fa prendere per piacere la sopportazione della sofferenza.

Certo, questa prospettiva potrà lasciarti pesanti strascichi di frustrazione culturale, ma contemporaneamente ne saggerai il prodigioso effetto disincantatore. Ti sarà più facile scorgere nell’ammiccamento costante alla libertà di fottere e consumare o nell’immagine d’individui sempre capaci di scegliere e di godere i frutti che la civiltà mette a disposizione, nient’altro che un grande sedativo.

Ecco cosa vedrebbe ancora Freud e che, ne sono certo, potresti scorgere anche tu. La civiltà odierna, come quella di un secolo fa, impegnata a fornirci strumenti per rendere più tollerabile il compromesso con la nostra dimensione perennemente svuotata e inappagata. La nevrosi origina dunque dal paradosso al quale è esposto l’uomo moderno. Istituzione, religione, arte o scienza, possono rivelarsi le mura edificate dalla cultura per arginare le forze primitive che si agitano dentro e fuori l’individuo. Ma, mentre il re si arrocca in un castello inespugnabile, i suoi sintomi non possono far altro che ricordargli quanto sia solo e paralizzato.

Purtroppo, nella fretta di difendersi, l’uomo non ha potuto progettare vie di fuga, eccetto qualche feritoia (i sintomi nevrotici) o la demolizione dell’intero edificio (la psicosi).

A questo punto spetta come sempre a te, lettore caro, scegliere dove collocare Freud e le sue idee. Rammenta però, prima del rogo o della beatificazione, che per l’analista, le voragini dell’inferno come quelle dell’inconscio, non hanno mai rappresentato un confine invalicabile.

Già nel febbraio del 1914 si congederà così da alcuni suoi contestatori incoraggiando altre intelligenze a seguirlo.

“..che il fato riservi una comoda ascesa a tutti quelli per cui il soggiorno negli inferi della psicoanalisi sia diventato sgradevole. A noialtri  sia concesso di portare a termine in pace il nostro lavoro nel profondo.” (Vedi Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), Biblioteca Boringhieri N.11, p.

Dott. Ettore Bargellini

Il disagio della civiltà (1)

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Di seguito Vi propongo alcune riflessioni sull’opera freudiana: il disagio della civiltà.

Troppo spesso si tende a considerare l’impianto teorico di Freud come esclusivamente rivolto alle dinamiche psichiche individuali. Questo interessante saggio ha il merito di allargare la prospettiva sulla complessa relazione uomo – società. Come sempre l’autore sa colpire e scavare nel profondo.

Buona lettura

Immagina, caro lettore, il fantasma di Sigmund Freud, gettare il suo occhio clinico e sulla civiltà di oggi. Diciamo che al padre della psicanalisi è venuto in mente di verificare se i disagi sofferti dalle sue vecchie pazienti (per la maggior parte erano donne) siano gli stessi che ancora adesso affliggono il genere umano e forse anche te. Il dottore vuole inoltre sincerarsi che le sue argomentazioni, sul rapporto tra uomo e civiltà, siano sempre attuali e attendibili. Capirai più tardi da dove lo spirito del primo psicoanilista osserva il nostro mondo. Forse dal paradiso dei lungimiranti, dove seguaci ed estimatori l’hanno sempre elevato, forse dal girone degli eretici e blasfemi, dove qualcuno l’avrebbe voluto cacciare volentieri dopo aver letto di un testo così irriverente.

Con ogni probabilità l’autore resterebbe sorpreso nel constatare l’evoluzione e la diffusione dei disturbi mentali. Nel suo studio si erano per lo più presentate giovani donne borghesi e frustrate. Allora erano isteriche, pazienti designate da una società dominata da severe imposizioni e protocolli comportamentali. I loro sintomi erano l’unico compromesso tra un Super-io castrante e la componente più intima e vorace della psiche umana: l’Es.

La psicopatologia moderna ha visto praticamente sparire quel tipo di quadro clinico, i rari casi che ancora resistono hanno dovuto cambiare almeno il nome. Oggi dobbiamo chiamare quel male, disturbo da conversione, isteria era “troppo freudiano”.

Ma se l’isteria non dev’essere neppure diagnosticata, nel frattempo la nosologia psichiatrica annovera centinaia di declinazioni attraverso le quali la mente può urlare la sua insofferenza al mondo. La depressione si è aggiudicata il titolo di male del secolo, gli psicofarmaci detengono il primato nelle vendite medicinali e, quel tentativo di rivolta che è la psicosi, al quale Freud aveva dichiarato la sua impotenza, è diventata una tra le reazioni umane più frequenti quanto irrisolte.

Detto questo sarebbe un errore se tu, alla luce di quest’epidemiologia, ritenessi il tentativo freudiano di comprendere e risolvere i conflitti psichici, sostanzialmente fallito, immaginandoti un Freud deluso.

Sicuramente il neurologo viennese guarderebbe alla nostra triste e complessa civiltà con interesse e un certo orgoglio; è di fatto stato lui il primo a spingersi con metodo oltre il puro e semplice dato fisico della sofferenza psichica, aprendo la strada a tutte le successive teorie e classificazioni della mente.

Immaginati quindi il dottor Freud concentrarsi, non tanto sulla dimensione individuale e intrapsichica dei conflitti umani, ma allargare la sua prospettiva sulla nostra intera società. In effetti una necessità simile l’aveva già avvertita intorno al 1829, quando pubblicò, per l’appunto, il saggio che stringi tra le mani.

A differenza della maggior parte dei suoi lavori, dedicati alle dinamiche contrastanti che si giocano all’interno di ogni psiche, qui l’autore si riferisce alla responsabilità e all’impatto che l’istanza socioculturale ha sulle vicissitudini mentali. Com’è noto l’autore riconobbe nella funzione regolatrice, repressiva e superegoica della civiltà di allora un elemento di conflitto con la natura pulsionale umana. Da qui, l’inevitabile disagio.

Ma che razza di mondo potrebbe osservare oggi Freud?

Come conciliare le teoria freudiana, che vuole un individuo addomesticato nell’aggressività e libidicamente represso, al massimo sublimato, con quello che è diventato il nostro contesto?

In un epoca dove in apparenza sembriamo pienamente liberi di autodeterminarci, dove sesso e ostentazione di forza imperversano incontrastati, quest’opera potrebbe seriamente rischiare di essere smentita.

Volendo essere brutali, tu lettore, potresti obiettare:

<<Ma com’è possibile sentirsi repressi ora che si può fare quasi tutto?>>

Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.

(continua)

Educazione sessuale

 

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Anno Domini 2009.

E` di pochi giorni fa la notizia che la ASL di Milano ha deciso di rivolgere i corsi di educazione sessuale esclusivamente ai ragazzi con piu` di 16 anni di eta`. Tutti gli altri ne saranno esclusi. E` davvero sconsolante trovarsi ancora alle prese con decisioni e provvedimenti del genere. Viviamo infatti in una societa` che ha trasformato il sesso e la comunicazione attorno ad esso  un elemento onnipresente ed una fonte di guadagno. Dal sottile ammiccamento al messaggio inequivocabile fino alla volgarita` piu` stupida e gratuita, la propaganda sessuale imperversa, senza senso e senza  sosta. In ogni angolo del palinsesto televesivo, nelle pubblicita`, nella retorica   cinematografica.  A questo punto rasenta davvero l` imbecillita` escludere l` educazione sessuale dalla proposta scolastica delegandola sempre di piu` a tutto cio` che sta fuori dell`istituzione scuola. Tutto questo assomiglia tristemente ad una resa. Essendo la scuola incapace di svincolarsi dai lacci moralistici e dalle ingerenze di chi continua a vedere nell` educazione sessuale un tabu` , allora,  fino a che uno studente non  avrà compiuto 16 anni, rinuncia all` argomento. Tace. Non e` necessario citare le innumerevoli ricerche epidemiologiche che ribadiscono come le prime attivita` sessuali si collochino ben prima dei 16 anni. Basterebbe togliersi il prosciutto dagli occhi e trovare il tempo e la voglia di guardare i ragazzi ed il loro ambiente attuale. Non voglio farne una questione politica ne` morale, penso sia giusto vedere e interpretare la sessualita` secondo i propri criteri e la propria cultura di riferimento. Ogni persona ha di certo il diritto di mantenere le proprie posizioni in merito al sesso prematrimoniale, alla masturbazione  o all`omosessualita . Ma parlare di EDUCAZIONE SESSUALE e` decisamente un`altra cosa. La divulgazione di tematiche fondamentali per la salute e lo sviluppo dei giovani come la profilassi, l`anatomia genitale,  l`igiene,  le malattie veneree e la loro trasmissione dovrebbero essere un dovere formativo e scientifico delle nostre istituzioni e non qualcosa di facoltativo e riservato ai quasi maggiorenni.

Dottor Bargellini,(Istanbul)

Effetti della cannabis

cannabis

E’ vero, per intossicazione da marijuana o hashish non è mai morto nessuno. È vero anche che la pianta della canapa ha una miriade di utilizzi, i quali se venissero attuati su scala industriale, abbasserebbero di molto l’inquinamento dovuto al petrolio e ai suoi derivati. Credo anche nella demonizzazione che ne è stata fatta ad opera di chi, dal petrolio aveva da guadagnare. Ma assolutamente non credo nella sua innocuità quando usata come droga. La diffusione di queste droghe tra i giovani e giovanissimi in Italia è cosa risaputa, si stima che 3 ragazzi su 5 entro i 18 anni l’abbiano provata almeno una volta (e l’Italia, nella classifica del consumo di cannabis, detiene addirittura il record in Europa: è prima insieme alla Spagna, con l’11,2% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ne fa uso). Gli effetti sulla psiche umana nell’immediato sono ben conosciuti e studiati:  Il THC si lega nel cervello ai recettori per l’anandamide, una sostanza organica; questi recettori si trovano nel cervello, nel cervelletto ed in alcuni nuclei del mesencefalo. Queste strutture partecipano ai processi di percezione e riconoscimento, alla memoria, allo stato d’animo e a funzioni intellettive e motorie superiori. Si capisce pertanto come mai il consumo di Marijuana si ripercuota negativamente e in modo dannoso proprio su queste funzioni alterandole. La piacevole sensazione di euforia, di distacco dalle cose quotidiane, il senso di leggerezza che la “canna” da a chi la fuma sono indubbi (a meno che non si verifichi un attacco di panico ad insorgenza indotta proprio dal THC). Cosi come è indubbia la tendenza ad abusarne di molte delle persone che ne fanno uso. Questo post allora non vuole essere una demonizzazione della pratica del fumare cannabis, ma vorrebbe essere un monito per chi consuma questa droga. Anni fa si credeva e si diceva che la cannabis era la porta d’accesso alle droghe pesanti e si commentava questo in modo estremamente stupido, asserendo che il 90% degli eroinomani era prima passato dagli spinelli (che è esattamente come dire che il 90% dei piloti di jet ha anche la patente per la macchina). Così campagne su campagne che certo non hanno colpito il bersaglio perché colme di bugie e di esagerazioni. Oggi un dato è certo e cioè che come di qualunque altra sostanza l’abuso di cannabinoidi ha pesati ripercussioni sulla vita mentale e, prima ancora, sociale di chi ne fa uso, porta alla slatentizzazione di tratti di personalità paranoici può  accelerare l’insorgenza della schizofrenia (in chi è predisposto). In generale rallenta le capacità cognitive e compromette le capacità di analisi situazionale.  Tutto qua, ma vi garantisco che non è poco.

Dott. Cristiano Pacetti

Disturbo dell’erezione: Diffusione, descrizione, cura.

F.Hayez: Il bacio

Il disturbo dell’erezione è una delle relata cliniche sessuali più diffuse ed allo stesso tempo trascurate nell’uomo. Come spesso accade l’aspetto sessuale si incrocia con  importanti elementi di tipo psicologico. Una recente ricerca  sottolinea che più della metà (63%) degli uomini che richiedono una terapia per un disturbo dell’erezione hanno uno o più disturbi psicologici associati. Le sindromi più frequenti sono disturbo depressivo (25%), disturbo d’ansia (quasi il 12%), disturbo depressivo ansioso (7%), disturbi di personalità (6%), disturbo psicotico (4%) e il 10% rimanente con “altri disturbi”. Bisogna ricordare che però che la durata e la gravità del disturbo dell’erezione non sono indici della probabilità di avere anche un disturbo psicologico né della gravità dei sintomi depressivi. Un dato particolarmente significativo, soprattutto dal punto di vista dell’intervento clinico, è che gli uomini che discutono del disturbo con il partner hanno sintomi depressivi meno gravi di chi è single. Riprenderò più tardi questo argomento. Ma torniamo alle caratteristiche salienti di questo disturbo. Un problema di erezione è, nella maggior parte dei casi, un problema con una origine psicologica, per essere più precisi, un problema ad organizzazione psicofisiologica.
Sappiamo che la psiche è un insieme di processi superiori dell’organismo che influenza l’intera fisiologia. In questo senso anche il problema di erezione può essere inteso come una realtà di organizzazione psicofisiologica dell’organismo che viene mantenuto da pensieri, comportamenti e atteggiamenti che, nel tentativo di risolvere l’ansia legata alla prestazione, stanno in realtà peggiorando la situazione. Questo modello interpretativo e di intervento del disturbo erettile è oggi assai diffuso, esistono però molte altre variabili, soprattutto di ordine relazionale e di coppia che devono essere considerate. Esistono infatti per questo disturbo diverse cause psicologiche e non. La disfunzione erettile è spesso il prodotto di un intreccio di fattori, ognuno dei quali, preso singolarmente può essere più o meno importante nel determinare la sindrome in quel particolare individuo, ma che spesso produce la disfunzione agendo congiuntamente con gli altri. Sul piano psicologico troviamo un arco ininterrotto di cause che vanno da una superficiale prefigurazione di insuccesso fino a quella profonda psicopatologia in cui la risposta sessuale acquista un pericoloso significato simbolico a livello inconscio. Ciò che è importante rilevare è che in ogni caso sono  dei fattori in grado di pregiudicare appunto nell’immediato le reazioni dell’individuo coinvolto in un comportamento sessuale, quali:

• Paura dell’insuccesso

Può essere basata su esperienze negative pregresse, su esagerata reattivita’ ai normali cali di erezione durante i preliminari e il rapporto, eccessiva attenzione al piacere della partner che pregiudica l’abbandono necessario e l’ascolto delle proprie sensazioni, pretese di prestazioni da parte della partner, ecc.

• Spectatoring

Atteggiamenti di difesa involontari dalle sensazioni erotiche attraverso” comportamenti di autosservazione o pensieri critici ossessivi” (H. Kaplan), che rendono difficile o impossibile l’ abbandono, il perdersi nell’esperienza sessuale e inficiano le normali reazioni sessuali a vari livelli.
La persona si pone cioè  al di fuori di sé come un osservatore e spesso giudice della propria performance.

• Difficoltà a produrre un comportamento sessuale efficace

Queste difficoltà possono basarsi sull’ignoranza delle dinamiche sessuali, causata talvolta dalla presenza di timori e sensi di colpa che ostacolano la sperimentazione e l’esplorazione della sessualità, e portano a produrre tecniche amatorie inadeguate e poco attente e sensibili.

Se timori e sensi di colpa predominano, la persona piu’ o meno inconsapevolmente può cercare partners poco attraenti, cercare rapporti sessuali in circostanze sfavorevoli, impedire in vari modi alla partner di stimolarlo in modo efficace, distrarsi dall’ascolto e dall’assecondamento delle proprie sensazioni erotiche, far si che la mente venga assorbita da pensieri antierotici, ecc. É assolutamente evidente come cominci prefigurarsi un insieme di condizioni, sentimenti, boicottaggi più o meno espliciti che rimandano direttamente a dinamiche interpersonali e di coppia.

Introduco dunque alcune delle cause inerenti al rapporto di coppia:

Rifiuto della partner: tutte le cause che possono portare a un rifiuto della partner, spesso non riconosciuto, possono essere causa di difficoltà erettili. Quando un uomo prova non attrazione o addirittura repulsione per una donna, sul versante fisico o psicologico, riesce naturalmente molto difficile, se non impossibile, funzionare sessualmente. Se l’uomo non ne e’ consapevole o ha ragioni che lo portano a rifiutare questa consapevolezza, può ritenere di essere portatore di un disturbo che in realtà rappresenta solo una normale reazione fisiologica.

Proiezioni sulla partner : proiezioni di vissuti non derivanti dall’esperienza attuale dell’individuo ma da quella precedente con i genitori o con altre figure significative, che rendono difficile l’abbandono sessuale: ad es. l’immagine interna di una madre critica, autoritaria e punitiva rivissuta sulla partner, può sicuramente più fragile la funzionalità sessuale, ecc.

• Mancanza di fiducia nella partner

• Lotte di potere
Conflitti, ad esempio, legati a chi controlla e a chi comanda nella coppia, in cui il sesso può diventare uno strumento di lotta.

• Grandi aspettative consapevoli o inconsapevoli deluse

• Difficoltà nella comunicazione
Una relazione sessuale riuscita implica spesso la possibilità di essere in grado di comunicare con sufficiente chiarezza i propri bisogni, desideri, emozioni, ecc. ed ogni ostacolo nel fare questo può tradursi nella difficoltà a portare avanti adeguatamente la relazione ( H. Kaplan).

Alla fine di questo elenco e’ naturalmente bene precisare che queste sono solo le cause più importanti e di più frequente riscontro nella pratica clinica, ma che purtroppo non esauriscono certo tutte le cause possibili. Arriviamo infine agli aspetti terapeutici e di eventuale risoluzione del disturbo. L’intervento psicoterapeutico (integrato ad altre tipologie di intervento) non può certo prescindere dalla storia, dalle caratteristiche e dalle precedenti relazioni di ogni singolo individuo. Determinante sarà strutturare un processo terapeutico che sappia tener conto non soltanto dell’uomo “portatore” della difficoltà ma anche del suo contesto relazionale: il/la partner. Ovviamente non sempre è possibile agire congiuntamente ottenendo la partecipazione della coppia ( a volte la coppia non c’è nemmeno), ritengo comunque che l’azione psicoterapeutica debba necessariamente sondare e fare emergere  le difficoltà d’incontro, di scambio e di godimento reciproco che si celano dietro il disturbo sessuale in genere. In questo senso anche il disturbo dell’erezione (quando ha un origine psico-fisiologica) non può non rimandare ed essere affrontato come una difficoltà di stare e concedersi alla relazione con l’altro.

Dott. Ettore Bargellini

Il tradimento

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Nel suo  ormai celebre saggio “Senex et puer”  lo psicoanalista Hillman parla del tradimento e lo fa, come suo solito, introducendo elementi di grande interesse e novità, all’interno di un dibattito che fino a prima soleva stagnare sulla ricerca del “colpevole”. Per parlare di tradimento bisogna prima definire e capire che cosa è la fiducia, e per farlo Hillman ricorre a quella “fiducia primaria” cui ogni essere umano anela e che è “una situazione in cui si è protetti dal nostro inganno e dalla nostra stessa  ambivalenza” .  Hillman prosegue poi con una verità essenziale sulla fiducia e sul tradimento e cioè che l’uno contiene l’altro e che non è possibile avere fiducia senza la possibilità del tradimento. Il tradimento ci viene solo ed esclusivamente da quei rapporti in dove la fiducia primaria è possibile “noi possiamo essere veramente  traditi solo quando ci fidiamo veramente […] più grandi sono l’amore, la lealtà, l’impegno, l’abbandono e maggiore è il tradimento”. Ne consegue che “la fiducia ha in sé il germe del tradimento” . Ma cosa succede quando si esperisce il tradimento? Cosa accade quando scopriamo che quella relazione a cui c’eravamo dati in totale abbandono, alla quale avevamo confessato cose inconfessabili a chiunque altro si trasforma in tradimento? Accade che l’oro è ridotto a feci e che perle che avevamo consegnato con tanto amore sono in realtà state consegnate ai porci. Accade che ci difendiamo distruggendo non solo quello che era (l’altro) ma anche quello che eravamo (noi stessi). Questa posizione è estremamente protettiva ma porta con sé un enorme pericolo che è quello dell’inganno perpetuato a nostro danno: non si vive una sofferenza autentica, ma “si tradisce se stessi per mancanza di coraggio di essere”. Piuttosto che soffrire dimentichiamo chi eravamo e cosa provavamo nei confronti di chi ci ha tradito. Così l’atteggiamento del cinico, del disilluso, trasformano le persone in qualcosa di diverso, di coartato di vendicativo, o di trattenuto di non vissuto. Ma allora, ci si può a questo punto domandare, che cosa si può fare quando si subisce un tradimento?

Hillman introduce allora il concetto di perdono: “dobbiamo subito dire che il perdono non è cosa facile […] il perdono ha significato solo quando l’Io non può dimenticare né perdonare” e continua: “Né la fiducia né il perdono possono essere compresi fino in fondo senza il tradimento”. E in questa frase che forse si compie il senso ultimo di questo saggio, Hillman infatti illumina il tradimento con una luce nuova e ci fa capire quanto possa essere fase essenziale nella vita di una coppia il capire e l’accettare il tradimento dell’altro (quando questo non è patologico o continuativo). Ci dice anche che mentre uno dovrebbe poter perdonare l’altro dovrebbe poter espiare: “espiazione è mantenere il comportamento silenzioso […] sebbene comprenda fino in fondo quello che ha fatto non lo spiega all’altro, e con ciò espia,  cioè introietta l’accaduto.” Attraverso il dramma del tradimento può rinascere l’amore, perché: “dopo tutto, questo pieno riconoscimento dell’altro non è proprio amore?

Dott. Cristiano Pacetti