Quando le parole non bastano

Primaveraok

Questa che segue è la prefazione al libretto che raccoglie i pensieri dei ragazzi delle scuole di Prato che hanno partecipato al progetto “Prima…vera Educazione stradale”. Noi, assieme all’Associazione Marco Michelini, portiamo da ormai qualche anno nelle scuole che ne fanno richiesta, un messaggio che crediamo essere diverso dai soliti, abusati (e troppo spesso inascoltati), inviti alla prudenza. Quest’anno abbiamo voluto dare voce ache ai veri protagonisti, ai ragazzi. I quali, ancora una volta stupiscono per profondità e freschezza. Questo è un omaggio, a loro, a Marco, e a chi si impegna per rendere le strade un luogo più sicuro. 

La morte di un ragazzo di venticinque anni è qualcosa di orrendo ed ingiusto, qualcosa che le parole  fanno fatica a raccontare. Marco se ne è andato il 25 maggio del 2005. Da allora abbiamo cercato di incontrare quanti più giovani possibile per parlare di sicurezza stradale, nel tentativo di dare un senso a questa e ad altre tragedie. La strada è il luogo dove i ragazzi muoiono più spesso, dove la vita se ne può andare in un attimo; ma la strada è anche il “viaggio e la scoperta”, il punto di partenza per ogni momento rubato all’immobilità ed alla noia. Il viaggio è l’unico modo che abbiamo per crescere. Allora, al di là di tutti i numeri e di tutte le immagini di dolore che stanno dietro agli incidenti stradali, al di là delle grida rubate dalle telecamere e dei segni lasciati sull’asfalto, noi abbiamo preferito aiutare i ragazzi a cercare l’aspetto sano ed esaltante del muoversi. Per quanto i drammi e la morte ci colgano sempre impreparati, parlare di questi argomenti può trasformarsi, soprattutto con i più giovani, in un esercizio retorico che va ad aggiungersi alla decine di voci che quotidianamente ignoriamo. Così abbiamo deciso di rinunciare alla didattica fatta di norme e di moniti e abbiamo cominciato a raccontare delle storie. Storie di ragazzi sulla strada, storie di ragazzi a cui la strada ha chiesto un pedaggio terribile, storie di chi alla fine si è salvato, storie di chi, come Marco, ci ha lasciato troppo presto. Questo è stato il nostro tentativo di coinvolgere i ragazzi e lasciargli un messaggio sul quale riflettere. Niente di più. In mezzo al bombardamento costante e paradossale di chi si lamenta per le stragi mentre vende stili di vita tanto più remunerativi quanto più spingono a rischiare e sballarsi, il nostro progetto rappresenta solo un momento. Siamo consapevoli che un momento è poco, ma poco basterebbe anche per salvarsi la vita. Queste lettere ci dicono che il viaggio che abbiamo intrapreso assieme ai ragazzi, a volte guidandoli, altre volte semplicemente camminando vicini, è un percorso fatto di riso e pianto, di riflessione e svago, ma soprattutto fatto di emozioni. Emozioni che abbiamo vissuto senza risparmiarci, senza tirarsi indietro, con coraggio e cuore. Grazie ragazzi.

 

Dott. Ettore  Bargellini

Dott. Cristiano Pacetti

Anoressia in passerella

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Il termine anoressia si riferisce alla perdita di appetito, mentre nervosa indica le motivazioni emozionali del disturbo. Il termine anoressia è per lo più inappropriato in quanto molti soggetti anoressici non perdono appetito o intresse per il cibo. Anzi mentre digiunano, molti di loro manifestano una sorta di ossessione per il cibo; arrivano perfino a leggere continuamnete libri di cucina e a preparare manicaretti per la loro famiglia.

Da un punto di vista psicodinamico M. Selvini Palazzoli scrive che “il cibo non è per le anoressiche affatto negativo come cosa in sé, […] ma è amabile, desiderabile, interessante, importante, continuamente presente allo spirito […]. È l’atto di cibarsi che è divenuto angoscioso e pericoloso. Nessuna azione, neppure un delitto, assume per l’anoressica un significato di auto-degradazione e sconfitta quanto il satollarsi”. (1981, p. 83-84). 

Quattro sono i criteri diagnostici per l’anoressia nervosa:

  • Peso corporeo inferiore all’85% del peso normale per età e statura
  • Intensa paura d’ingrassare che non si attenua neppure col forte dimagrimento
  • Percezione distorta del proprio corpo
  • Nei soggetti di sesso femminile lo stato di emaciazione estrema causa spesso amenorrea (interruzione del ciclo mestruale)

Il D.S.M. IV distingue due tipologie di anoressia nervosa, una definita come sottotipo con restrizioni dove il decremento ponderale è dovuto a restrizioni alimentari; l’altra chiamata sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione in cui il paziente fa seguire a grandi abbuffate condotte di tipo eliminatorio come procurarsi il vomito o prendere forti quantità di lassativi.

Fin qui la la descrizione, sempre più spesso però sulle passerelle delle grandi firme della moda si vedono “arrancare” donne che non hanno niente di sano e, cosa ben più grave, che si pongono come modelle/modello per le coetanee. So di non dire niente di nuovo, so che questo argomento viene ciclicamente trattato in tv, tra un’intervista e una ricetta, ma ogni volta lo stupore mi sovrasta. Come mi sorprende che la moda si sorprenda (perdonate il gioco di parole) del successo di ogni nuova testimonial un pò più in carne rispetto alle colleghe.

Dott. Cristiano Pacetti

Uscire dalla depressione

Pubblichiamo il testo dell’itervista al dott. Ettore Bargellini che Radio Fiesole ha mandato in onda venerdì scorso:

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il Dottor Ettore Bargellini, dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia, buongiorno dottore. Buongiorno a lei.

Dottore sappiamo che la depressione è un disturbo assai complesso, potrebbe darcene una spiegazione Possiamo definire la depressione come un persistente abbassamento del tono dell’umore che spesso si accompagna a perdita dell’interesse e di piacere nello svolgere le diverse attività che di solito le persone portano avanti. Voglio precisare che il nostro stato emotivo è normalmente esposto a continue variazione che, in base a quello che ci accade, può oscillare da emozioni più o meno tristi ad emozioni di segno positivo. Quello che sto dicendo, e che vorrei far capire a chi ci ascolta, è che è del tutto normale provare una sincera tristezza e demotivazione dopo un licenziamento, un evento traumatico o dopo una qualsiasi piccola o grande delusione. Di solito con un po’ di tempo e volontà le persone riescono a superare da sole questi momenti. Quando invece parliamo di Depressione abbiamo a che fare con una realtà clinica che va ben al di là, per durata ed intensità, di una normale flessione del tono dell’umore.

Può aiutarci a capire quando abbiamo a che fare con uno stato depressivo vero e proprio? Guardi la prima caratteristica da tenere presente è la PERSISTENZA , cioè quando la tristezza, l’apatia, la mancanza di voglia e di iniziativa, l’angoscia, le anomalie nel sonno e nell’alimentazione continuano ad insistere nella persona nonostante il passare del tempo. Altra caratteristica fondamentale è la così detta pervasività, cioè quando l’atteggiamento tipicamente depresso, rinunciatario, svalutante, apatico non è circoscritto ad una specifica situazione ma progressivamente tende ad investire ogni aspetto della vita della persona. Quando le relazioni, gli affetti, i progetti della persona sembrano perdere ogni valore ed attrattiva, quando tutto appare inutile e pesante allora, con ogni probabilità, abbiamo a che fare con uno stato depressivo. A questo punto è quindi indispensabile agire tempestivamente e terapeuticamente.

Quindi la depressione può essere curata? Esattamente. Dalla depressione si può uscire e l’intervento psicoterapeutico rappresenta una modalità indispensabile ed efficace per aiutare le persone a capire l’origine ed il senso del loro dolore e a trovare,assieme allo psicoterapeuta, la forza per affrontarlo. Può spiegarci un po’ meglio come? Vede, la parola che forse rappresenta meglio la depressione e che spesso i pazienti riportano è DOLORE. La depressione infatti è una sorta di dolore profondo che può offuscare e paralizzare la persona. Questo dolore spesso trova origine in una qualche forma di perdita, di lutto, di delusione di ferita che la persona porta con sé. La terapia in fondo non fa altro che sostenere il paziente a dare voce al proprio dolore e quindi affrontarlo attraverso nuove risorse ed una nuova scrittura. Chi soffre di depressione invece è continuamente insidiato dalla tentazione di arrendersi, spesso si rassegna a rimanere imprigionato in questa condizione, o nel migliore dei casi a sedare i morsi di questo male di vivere sotto l’effetto dei farmaci. La psicoterapia allora rappresenta una via d’uscita da una realtà solo apparentemente cronica. Perché ogni dolore per quanto grande si può superare solo se troviamo la forza ed il coraggio per attraversarlo. ( e questo la persona depressa da sola fa fatica a farlo).

Quindi premessa indispensabile per uscire dalla depressione , è quella di volerla affrontare? Certo, questo può sembrare facile ma spesso non lo è? Affrontare il proprio dolore può spaventare, spesso viene rimandato o visto come qualcosa di non modificabile, a volte ci si appella a improbabili spiegazioni genetiche o costituzionali, altre ancora si pensa che sia un fattore di carattere e perciò definitivo. Tutto questo rappresenta un rischio per la persona depressa perché significa rassegnarsi al proprio dolore e rinunciare a trovarne un senso ed una soluzione. Guardi la motivazione ad affrontare la depressione è un fattore così importante che spesso dico ai pazienti che vedo per la prima volta e che mi chiedono quanto durerà la terapia: Se lei ha trovato la motivazione per venire in terapia ed affrontare il suo disagio, allora ha già fatto metà percorso per cambiare le cose.

A questo punto non rimane altro che salutarla e ricordare ai nostri ascoltatori che potranno parlare direttamente con lei o con gli altri specialisti dello studio di psicologia dell’individuo e della famiglia, contattando il numero 0574 – 186121.

Eros, Pedofila e Perversione

Quella che segue è l’introduzione della mia tesi di Laurea, viene qui riproposta perché il problema della pedofilia purtroppo è sempre attuale, e il modo d’affrontarlo dei media non è certo gran cosa. Buona lettura.

Dott. Cristiano Pacetti

Recentemente si assiste da parte di tutti gli organi d’informazione ad un interesse quasi morboso nei confronti del problema pedofilo. Le cause di questo sono, tra gli altri motivi, da ricercarsi sia nei macroscopici scandali occorsi all’interno di istituzioni pubbliche e religiose (basti ricordare il parlamento belga e il clero americano), sia nella recente diffusione di internet che ha permesso ai pedofili la costituzione di una rete interna che dà loro la possibilità di scambiarsi materiale pornografico a tema pedofilo. Ma i toni utilizzati dai Mass-Media non sono certo tali da permettere una reale comprensione dell’accaduto.

Ora, la domanda che naturalmente nasce, parlando di pedofilia, credo riguardi il perché, una persona adulta, molto spesso realizzata nel lavoro, talvolta accompagnata da una moglie e ben inserita socialmente, rivolga le sue pulsioni sessuali su un soggetto (il bambino) che, per la stragrande maggioranza degli individui non ha nessun aspetto d’attrattiva erotica.

La risposta a questa domanda non è certo di facile formulazione coinvolgendo la storia, la sociologia, la cultura, la psicologia e la biologia. Ma si può tentare, attraverso un percorso deduttivo di arrivare ad una soluzione che in qualche maniera chiarifichi i quesiti più interessanti correlati a questo tema.

Ecco perché la tesi si apre con una prospettiva storica volta a capire se la pedofilia sia un problema dei nostri giorni o, se questa sia sempre esistita in seno all’animo umano. Attraverso la disamina di documenti che vanno dal V secolo a.C. ad oggi, si è potuto vedere come la pratica pederastica combaci col nascere della civiltà occidentale. Ma ancor più interessante è stato appurare come un particolare tipo di pedofila, quello che coinvolge un adulto e un bambino di età inferiore ai 12 anni sia sempre stato visto (anche duemilacinquecento anni fa) come un tabù. Tanto che con il legislatore Solone, quel tipo di rapporto non verrà condannato solo moralmente, ma anche legalmente promulgando la pena di morte all’adulto che si fosse trovato coinvolto in questo crimine. La Grecia antica sembra dunque non essere quell’eldorado del sesso che tanto piace descrivere ai pedofili contemporanei. E anche il rapporto fra discepolo e maestro (tra Eromenion e Erastes), rapporto centrale nella problematizzazione delle pratiche voluttuarie, era regolato da una serie di imposizioni morali volte alla separazione dell’amore spirituale da quello terreno, i maestri, ammettevano sempre l’attrazione fisica che l’efebo ispirava ma si costringevano a non concupirlo, in forza della loro determinazione della sostanza etica.

Quando poi, in epoca imperiale il matrimonio, che esige la concupiscenza tra soggetti (accomunando i piaceri dell’Eros a quelli di Afordite) assumerà il ruolo centrale nella problematizzazione sessuale, l’uomo per sua natura attratto dai fanciulli si ritroverà molto più libero di abusare del giovane amante, anche per il fatto che questo sarà di natali servili per l’avvenuto mutare della legislazione.

Arriverà poi il diritto canonico e la pastorale cristiana ad allontanare ulteriormente l’amore pedofilo dal campo della normalità, ad accusare di blasfemia quasi qualunque pratica sessuale e a costringere nel silenzio e nella vergogna sia l’abusante che l’abusato.

Il fiorire poi della discussione sulla sessualità che negli ultimi tre secoli sembra incessantemente accompagnare le gesta dell’uomo moderno, non ha intaccato in alcun modo la technè ormai consolidata del pedofilo, ma gli ha creato attorno una serie di quadri nosologici, di definizioni volte ancor più alla sua ghettizzazione e alla conseguente difficoltà di sublimare il suo amore per i fanciulli.

Lo stesso termine pedofilia è di recente coniazione. Fu infatti solo nel 1886 che lo psichiatra tedesco Richard Von Krafft-Ebing lo introdusse per descrivere un particolare gruppo di perversioni caratterizzate dall’inclinazione sessuale che alcuni adulti avevano nei confronti dell’infanzia. Dalla metà del 1800 fino ai primi anni del 1900 sarà prevalentemente la psichiatria ad occuparsi della pedofilia. Medici come Albert Moll, Kraepelin, Bleuler e lo stesso Kraff-Ebing metteranno in stretta correlazione l’agito pedofilo con disturbi mentali di chiara origine organica (oligofrenia, sindrome epilettica, demenza senile). Soltanto in tempi recenti la medicina psichiatrica riformulerà il suo pensiero circa la pederastia arrivando nel D.S.M. IV a classificarla come un disturbo sessuale parafiliaco. Ma ancor più, ponendola sull’asse I del suo sistema diagnostico e non sull’asse II. Confermando con questo che la moderna psichiatria si è definitivamente dissociata dall’idea che la pratica pedofila sia dovuta ad una sorta di malfunzionamento organico, ammettendo che ogni disturbo di personalità può avere tra le sue espressioni la pedofilia.

In ambito più strettamente dinamico sono molte le teorie che direttamente o indirettamente si sono occupate di compire un esegesi dell’agito pedofilo.

•La teoria del narcisismo formulata per primo da Freud e ripresa ed ampliata da più autori (Jacobson, Van Der Waals, Khout), asserisce che il soggetto narcisista impossibilitato nella relazione e nel mantenimento d’una relazione affettiva con un soggetto dotato d’una personalità strutturata (in quanto questo andrebbe a minare pesantemente l’immagine ideale del Sé) si rivolgerebbe a soggetti caratterialmente poco strutturati (i bambini appunto).

•La teoria dell’abusato-abusatore, proposta da Gardland e Dougher.

•La teoria delle distorsioni cognitive di Pithers e Marshall.

•Le teorie cognitiviste di Wyre che avvicinano la pedofilia ad altri comportamenti “additivi”, quali l’alcolismo o la tossicodipendenza abili nel processo di etero attribuzione delle colpe.

•La teoria analitica della Gordon e la probal+ile esistenza di una pedofilia “normale”.

•Le teorie biologiche.

Infine la teoria MULTIFATTORIALE che tutte le riassume proposta da Araij e Finkelhor.

Molto spesso i vari autori tendono ad usare la parola pedofilia come un termine omnibus che racchiude in sé una vasta moltitudine di comportamenti. A questo proposito sembra aver ragione Cosimo Schianta quando asserisce che l’esistenza di un unico termine non favorisce altro che confusione, accomunando in un’unica categoria sia i soggetti violenti che coloro i quali si limitano a qualche (forse non innocente) carezza.

•A questo proposito l’utile distinzione tra PERVERSIONE e PERVERSITA’ per primo proposta da EY nel 1950 potrebbe essere una buona base di partenza per identificare chi agisce con lo scopo di fare del male e chi no.

IN CONCLUSIONE: La pedofilia sembra dunque non essere un’entità nosografica, ma un sintomo riferibile di volta in volta a strutture e organizzazioni molto diverse tra loro e che assume quindi, all’interno di esse valori e significati dinamici assai differenti. La comprensione di strutture e organizzazioni psicopatologiche e personologiche, e del valore dinamico che il sintomo pedofilo assume al loro interno è una via per impostare seriamente, anche in senso terapeutico, la questione delle pedofilie. SOLO UN APPROCCIO INTEGRATO SEMBRA POTER FORNIRE I MEZZI NECESSARI PER POTER TENTARE UN AVVICINAMENTO AL MONDO PEDOFILO, e evitare così che migliaia di bambini ogni giorno si trovino a dover fare i conti con ferite che forse non guariranno mai.

In sintesi dopo la disamina dei vari approcci, si può dire che, forse più che in qualunque altro tipo di indagine psicologica, s’impone all’attenzione dello specialista che voglia trattare e capire la pedofilia

Progressi nella ricerca contro la malattia di Alzheimer

Riportiamo questo interessante articolo tratto da “sanità News”.

Una variante di un gene localizzato sul cromosoma X è associata all’aumento del rischio nelle donne di sviluppare la malattia di Alzheimer. E’ quanto rende noto uno studio condotto al Mayo Clinic College of Medicine di Jacksonville (Florida), pubblicato da Nature Genetics. La forma tardiva di Alzheimer è un disordine neurodegenerativo che rappresenta la causa più frequente di demenza nell’anziano. La variazione del gene APOE è l’unico consistente fattore genetico conosciuto. In particolare, il gene APOE risulta maggiormente associato alla suscettibilità per la forma tardiva di malattia di Alzheimer. Il prodotto di tale gene è una proteina inserita nel complesso lipoproteico HDL, coinvolta nel metabolismo dei lipidi esogeni. Il gruppo di ricerca guidato da Steven G Younkin, del Dipartimento di Neuroscienze del college americano, ha condotto uno studio sul genoma di pazienti affetti da Alzheimer, che ha portato all’identificazione di una variante nel gene PCDH11X la quale è risultata altamente associata alla suscettibilità alla malattia. Analizzando i dati per sesso, gli studiosi hanno rilevato che questa variazione è specificamente limitata al sesso femminile. PCDH11X decodifica una proteina denominata protocaderina, che fa parte di una famiglia di molecole che favoriscono l’aderenza cellula-cellula e lo scambio dei segnali nel sistema nervoso centrale. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che le protocaderine possono essere spezzate da un enzima legato alle forme precoci della malattia di Alzheimer.

Attacchi di Panico

Quella che segue è la sbobinatura di un’intervista radiofonica registrata per Radio Fiesole 100

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il  dottor  Cristiano Pacetti psicologo, consulente tecnico d’ufficio presso il tribunale di Prato e socio dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia.

          Salve

Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?

          Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa  sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.

E in quel caso che succede?

          Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto  il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.

Quali sono questi sintomi?

          La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, depersonalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la  Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.

Sembra un disturbo molto serio

          E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.

Ed è così?

          No che non è così.

Ma se ne può uscire e se sì, come?

          Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause.  Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.

Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.

          So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole.  La nostra esperienza dimostra, che  nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.

Il nostro studio infatti può avvalersi di strategie integrate che mirano ad ottenere i migliori risultati nel minor tempo possibile. 

Il senso del ritmo è innato

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Il senso del ritmo si manifesta nei bambini prima di quanto si pensasse. Un team di ricercatori internazionali ha osservato le reazioni del cervello di un gruppo di bebè di due o tre giorni di vita per mezzo della risonanza magnetica e ha scoperto che i neonati riuscivano a seguire in modo coerente il ritmo della musica, reagendo quando la si interrompeva.
LO STUDIO – Per lo studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, sono stati esaminati 14 piccolissimi. Gli scienziati hanno osservato nel loro cervello un’attività elettrica simile a quella delle rispettive 14 madri (che li tenevano in braccio) esaminate simultaneamente durante una seduta in cui è stata suonata musica con un forte ritmo. Le risonanze magnetiche al cervello hanno rivelato che i bebè seguivano il ritmo e, come chiunque ascolti della musica, hanno cominciato ad anticipare le note, aspettandosi che il batterista continuasse con lo stesso ritmo e reagendo se invece si interrompeva.

CONSEGUENZE – La scoperta potrebbe cambiare il modo in cui i medici considerano le abilità musicali dei bambini, ha dichiarato un o degli autori dello studio, Istvan Winkler della Hungarian Academy of Sciences di Budapest. Molti ricercatori hanno finora pensato che i bambini imparino la musica ascoltando gli adulti, ma la nuova ricerca suggerisce che il ritmo potrebbe essere un’abilità innata, «già scritta nel cervello umano». E sarebbe una qualità prettamente umana: non dipenderebbe dal fatto di sentire il battito del cuore della mamma o la sua voce quando il feto è ancora nell’utero. I ricercatori fanno infatti notare che i primati a noi più vicini, gli scimpanzè, sentono anch’essi il battito del cuore materno prima di nascere, e tuttavia non hanno il senso del ritmo.

Le allucinazioni degli iperattivi

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Uno studio scientifico che appare sul numero di febbraio di ‘Pediatrics’, riporta che i bambini in cura con farmaci contro la sindrome dell’iperattivita’ e del deficit di attenzione (Adhd) potrebbero avere un rischio di allucinazioni e di sintomi psicotici superiore ai bimbi che non assumono questi farmaci. In particolare, alcuni piccoli subiscono la sgradita sensazione di essere ‘attaccati’ da insetti, vermi o serpenti. La ricerca è stata curata dagli esperti del Center for Drug Evaluation and Research della Food and Drug Administration e del Department of Health and Human Services di Rockville. L’obiettivo della era quello di approfondire le conoscenze sulla capacita’ dei farmaci psicostimolanti di indurre effetti collaterali nella sfera psichiatrica e determinare la frequenza di queste reazioni. Per questo, sono stati analizzati i dati raccolti con i trial clinici e per la sorveglianza post-marketing di questi prodotti, approvati o attualmente in sviluppo, per il trattamento dell’Adhd. Fra i farmaci piu’ usati contro la sindrome dell’iperattivita’, Ritalin e Focalin XR di Novartis, Adderall XR di Shire, Concerta di Johnson & Johnson’s e Strattera di Eli Lilly.