Archivio per giugno, 2010
Stress: un’altro modo per affrontarlo (parte 2)
Con quest’esempio vogliamo mettervi in guardia da tutti quei meccanismi mentali ricorsivi e di auto sabotaggio che tempestano la psicologia del lavoratore sotto stress lasciandolo scivolare in una condizione di solitudine e disperata coazione a ripetere.
C’era una volta un ragioniere, Giovanni, al quale venivano assegnati moltitudini di incarichi e responsabilità, mentre i suoi 2 colleghi sembrano sempre schivare con disinvoltura e complicità ogni tipo di noia o rimprovero da parte del capo. Questo poveretto, dopo mesi di una tale vita, aveva di fronte a se due possibilità: o fare come il soggetto della vignetta chiudendosi in un carosello psicosomatico senza speranza oppure capire una cosa fondamentale:
La difficoltà a prendere sonno, la rabbia mal riposta, i mal di testa ricorrenti, la spossatezza cronica, l’incapacità di concentrarsi, il senso di svuotamento e disaffezione al lavoro, il desiderio sempre più urgente di piangere o fare una strage non sono soltanto un insieme incomprensibile e nefasto di sintomi. Essi sono l’ultimo, indiretto, poco consapevole modo per comunicare a chi lo circonda il suo disagio profondo e lo sfinimento insanabile che lo pervadono.
Se il ragioniere trovasse la forza e la consapevolezza necessari per segnalare diversamente al suo contesto di lavoro i problemi che lo affliggono, forse i sintomi non sarebbero più l’unica ed incomprensibile voce a sua disposizione, forse chi lo ascolta riuscirebbe a dare una risposta più soddisfacente ai suoi bisogni.
Vi racconteremo cosa decise di fare il povero Giovanni dopo qualche colloquio di sostegno psicologico.
Ne parlò col suo capo che, diversamente da quanto si poteva aspettare, si era già reso conto di una certa difficoltà sul lavoro del suo dipendente, pur non riuscendo bene a comprendere che cosa gli stesse capitando. Si arrivò a capire che se il direttore aveva deciso di non intervenire era perché l’impiegato pareva quasi evitarlo tradendo una sorta mal celata indisposizione nei suoi confronti. Il superiore, in ragione di quell’atteggiamento, aveva preferito starsene alla larga.
A questo punto vi aspetterete chissà quale intervento radicale da parte dello psicologo per migliorare il rapporto tra i tre colleghi ed equilibrare i loro compiti, o magari un training tanto lungo quanto costoso per aiutare il mal capitato a sopportare meglio lo stress.
Niente di tutto questo! Partendo dalla considerazione che lo stress professionale può essere inteso e trattato come una forma di comunicazione che si sviluppa all’interno di un determinato contesto, l’impiegato è stato semplicemente sostenuto nel modificare alcuni dettagli nel sue abitudini comunicative e di relazione con i colleghi:
Una volta informato della situazione anche il direttore fu messo nella condizione di poter venire incontro alle esigenze di Giovanni. Con la scusa di “ riconfigurare la disposizione degli uffici” (ogni tanto il tecnicismo del gergo burocratico può tornare persino utile) venne cambiata la postazione a uno dei due colleghi, sostituendola con quella del nostro impiegato; inoltre, per evitare pericolose resistenze o sabotaggi da parte dei due a questo cambiamento, venne chiesto al ragionier Giovanni di investire una piccola somma di spiccioli per migliorare il suo rapporto con loro. Considerando le modeste capacità del ragioniere nel prendere l’iniziativa o nel sapersi relazionare, gli proponemmo di offrire per un paio di volte a settimana il caffè a entrambi i colleghi. In pratica gli si chiedeva di fare una cosa apparentemente banale; offrire dei caffè, un espediente semplice ma incredibilmente risolutivo. L’efficacia di quest’intervento sta proprio nella comunicazione. Primo: il semplice spostamento delle postazione aveva interrotto una precedente organizzazione, non soltanto dal punto di vista spaziale, ma aveva alterato il gioco di alleanze e di esclusioni specifiche di quel sistema. Fino a quel momento i due colleghi avevano tra di loro una relazione e una comunicazione complice, diretta, certamente amichevole e solidale, ma tutto questo era limitato all’interno del loro rapporto. Da questo tipo di comunicazione era palesemente escluso il protagonista della nostra storia; la disposizione dei loro posti testimoniava la distanza e la differenza tra loro, anzi, le alimentava.
Secondo: l’offerta di caffè non voleva essere soltanto un gesto per farsi apprezzare dai colleghi e fargli accettare meglio quel cambiamento; ma rappresentava una vera e propria innovazione nel registro comunicativo di Giovanni. Con l’aiuto di qualche tazzina d’alcaloide il ragioniere stava passando da una comunicazione esclusivamente incentrata sul rapporto e sul conflitto professionale, ad una comunicazione informale, quella tipica di tre persone che si stanno rilassando davanti a un caffè. Durante la ricreazione infatti si usa un linguaggio più sciolto e libero, aiutando così lo stabilirsi di un rapporto più intimo e personale. Con una tazza in mano i tre, riuscirono più facilmente a sganciarsi dai soliti discorsi sul fare e sul produrre, spesso animati da competizione e sotterranea rivalità, per addentrarsi in tematiche più libere, disinteressate e confidenziali. In definitiva si stava stabilendo un tipo di comunicazione alternativa rispettò alla realtà che giorno dopo giorno si era consolidata. Nella precedente situazione ognuno era arroccato nella sua trincea, ognuno interpretava l’altro come origine del problema e a Giovanni non era rimasto che lo stress, come ultima e disperata risorsa per segnalare il duo disagio inesprimibile. Inutile dire che ampliando le sue possibilità di comunicazione e di contatto con i propri compagni di lavoro, il ragionier Giovanni vide rapidamente svanire i sintomi del suo stress.
A quel punto non aveva più scuse per non andare in palestra o per passare un pò di tempo con sua moglie, ma questa è tutta un’altra storia.
Con questo esempio si è voluta sottolineare con forza la funzione di relazione ed espressiva di ogni sintomatologia legata allo stress. Se accettiamo che lo stress non sia un virus che all’improvviso infesta il nostro corpo, ma piuttosto una serie di segni che trovano origine, sviluppo e soprattutto un senso all’interno dell’ambiente in cui si manifestano, allora possiamo cominciare a pensare che risolvere lo stress non significhi necessariamente cambiare lavoro, prendere dei calmanti o diventare più capaci nel sopportarlo. Molto spesso il sintomo diventa l’ultima carta da giocare quando non riusciamo a “parlare con altri linguaggi”.
Dott. Ettore Bargellini
Stress: un’altro modo per affrontarlo (parte 1)
Stress: una forma di linguaggio!
Cosa pensereste se vi dicessimo che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?
Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana: “ l’uomo non può non comunicare”.
Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.
Ok, se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato lettura. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.
In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’Altro.
La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.
Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’Altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.)
Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.
Nella maggior parte dei casi chi lavoro sotto la gogna dello stress non riesce a interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.
Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.
Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare.
Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani deve andare a lavoro.

