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la psicologia ed il Reparto di Reumatologia d Prato
E’ con l’orgoglio di chi ha visto crescere giorno dopo giorno un progetto e l’ha visto diventare grande e forte che pubblichiamo l’articolo che il Tirreno ci ha dedicato. Non vorremmo aggiungere altro se non la nostra gratitudine a chi a creduto che questo potesse diventare possibile e ha dato il suo contributo.
Dott. Cristiano Pacetti &
Dott. Ettore Bargellini
Attacchi di panico ed ansiolitici

Sempre più spesso è possibile assistere ad interventi da parte di medici sui diversi media che, senza troppo lasciare alla disanima dei casi proposti, consigliano di cominciare a prendere ansiolitici di varia natura alla prima comparsa di un attacco di panico (o addirittura alla prima comparsa di sintomi di natura ansiosa). Lungi da me l’idea di pensare che questi siano i dettami di una logica di mercato che vede nel farmaco (e dello psicofarmaco più in particolare) una fetta consistente degli introiti delle case farmaceutiche. Resta allora da capire perché, si consiglia l’immediata assunzione di benzodiazepine, quasi senza neanche ascoltare i motivi ed il CONTESTO in cui il paziente accusa la comparsa dei sintomi di matrice ansiosa. Quello che più e più volte, assieme al collega Bargellini, abbiamo detto sulle pagine di questo blog, e che ancora oggi voglio io ribadire è che una pillola, per quanto efficace non da un senso alle cose, e rimane pertanto efficace solo e solamente nel momento in cui la si assume. Con questo non intendo certo svilire l’efficacia della farmacopea, che in alcune situazione è essenziale al superamento della patologia psichica (come, ad esempio nel caso di gravi depressioni o in gravissime sindromi ansiose), MA a questa si dovrebbe sempre affiancare un supporto tipo psicoterapeutico. La psicoterapia ad oggi è il più mirato e preciso intervento di modificazione psichica cui disponiamo. Certo c’è da saperla fare, ed è molto più difficile della prescrizione di una medicina.
Dott. Cristiano Pacetti
Bullismo: Vittime e aggressori

Le azioni del bullo possono essere molteplici come le analisi che se ne possono fare.
Azioni individuali o collettive di tipo:
* fisico: prendere a pugni o calci, prendere o maltrattare gli oggetti personali della vittima;
* verbale: insultare, deridere, offendere;
* indirette: fare pettegolezzi, isolare dal gruppo.
Dura nel tempo (settimane o mesi) e la vittima è impossibilitata a difendersi.
Il bullismo può essere attuato da un singolo individuo o da un gruppo e la vittima può essere, a sua volta, un singolo individuo o un gruppo. Si può distinguere una forma di bullismo diretto, che si manifesta in attacchi relativamente aperti nei confronti della vittima, e di bullismo indiretto, caratterizzato da una forma di isolamento sociale ed in una intenzionale esclusione dal gruppo. E’ possibile affermare che la scuola sia senza dubbio il luogo in cui questi comportamenti si manifestano con maggiore frequenza, soprattutto durante i momenti di ricreazione, e nell’ uscita da scuola. Proprio a causa di ciò, le vittime dei bulli spesso rifiutono di andare a scuola. Rimproverati e rimproverandosi continuamente di “attirare” le prepotenze dei loro compagni, perdono sicurezza e autostima. Questo disagio può influire sulla loro concentrazione e sul loro apprendimento. Spesso ragazzi con sintomi da stress, mal di stomaco e mal di testa, incubi o attacchi d’ansia, o che marinano la scuola o, peggio ancora, hanno il timore di lasciare la sicurezza della propria casa, sono le vittime prescelte dal bullo. Le conseguenze di tale situazione sono spesso gravi e possono provocare strascichi anche in età di molto successive a quelle del sopruso stesso.nGeneralmente le vittime sono più deboli fisicamente della media dei ragazzi. Anche l’aspetto fisico (ad esempio l’obesità) può giocare un ruolo nella designazione della vittima, anche se non è determinante.
Le vittime sono, per lo più, soggetti sensibili e calmi, anche se al contempo sono ansiosi ed insicuri. Se attaccati, reagiscono chiudendosi in se stessi o, se si tratta di bambini piccoli, piangendo. Talvolta soffrono anche di scarsa autostima ed hanno un’opinione negativa di sé e della propria situazione. Le vittime sono caratterizzate da un modello reattivo ansioso o sottomesso, associato, soprattutto se maschi, ad una debolezza fisica, modello che viene rinforzato negativamente dalle conseguenze dei comportamenti sopraffattori. Tali conseguenze sono sempre a svantaggio della vittima perché non possiede le abilità per affrontare la situazione o, se le possiede, le padroneggia in maniera inefficace. Solitamente le vittime vivono a scuola una condizione di solitudine, di isolamento e di abbandono. Manifestano particolari preoccupazioni riguardo al proprio corpo: hanno paura di farsi male, sono incapaci nelle attività di gioco o sportive, sono abitualmente non aggressivi e non prendono in giro i compagni, ma hanno difficoltà ad affermare se stessi nel gruppo dei coetanei. Il rendimento scolastico è di vario tipo e tende a peggiorare nella scuola media. Queste caratteristiche sono tipiche delle vittime definite passive o sottomesse, che segnalano agli altri l’insicurezza, l’incapacità, l’impossibilità o difficoltà di reagire di fronte agli insulti ricevuti; così le ripetute aggressioni non fanno altro che peggiorare questo quadro di incertezza sulle proprie capacità.
La caratteristica più evidente del comportamento da bullo è chiaramente quella dell’aggressività rivolta verso i compagni, ma molto spesso anche verso i genitori e gli insegnanti. I bulli hanno un forte bisogno di dominare gli altri e si dimostrano spesso impulsivi. Vantano spesso la loro superiorità, vera o presunta, si arrabbiano facilmente e presentano una bassa tolleranza alla frustrazione. Manifestano grosse difficoltà nel rispettare le regole e nel tollerare le contrarietà e i ritardi. Tentano a volte di trarre vantaggio anche utilizzando l’inganno. Si dimostrano molto abili nelle attività sportive e di gioco e sanno trarsi d’impaccio anche nelle situazioni difficili. Al contrario di ciò che generalmente si pensa, non presentano ansia o insicurezze. Sono caratterizzati quindi da un modello reattivo-aggressivo associato, se maschi, alla forza fisica che, suscitando popolarità, tende ad auto-rinforzarsi negativamente raggiungendo i propri obiettivi. I bulli hanno generalmente un atteggiamento positivo verso l’utilizzo di mezzi violenti per ottenere i propri scopi e mostrano una buona considerazione di se stessi. Il rendimento scolastico è vario ma tende ad abbassarsi con l’aumentare dell’età e, parallelamente a questa, si manifesta un atteggiamento negativo verso la scuola. L’atteggiamento aggressivo prevaricatore di questi giovani sembra essere correlato con una maggiore possibilità, nelle età successive, ad essere coinvolti in altri comportamenti problematici, quali la criminalità o l’abuso da alcool o da sostanze. All’interno del gruppo vi possono essere i cosiddetti bulli passivi, ovvero i seguaci o sobillatori che non partecipano attivamente agli episodi di bullismo. È frequente che questi ragazzi provengano da condizioni familiari educativamente inadeguate, il che potrebbe provocare un certo grado di ostilità verso l’ambiente. Questo fatto spiegherebbe in parte la soddisfazione di vedere soffrire i loro compagni. Questo tipo di atteggiamento è rinforzato spesso da un accresciuto prestigio.
Esiste un’ “incrocio” tra vittima e bullo: le vittime provocatrici, caratterizzate da una combinazione di modalità di reazione ansiose e aggressive. Possono essere iperattivi, inquieti e offensivi. Tendono a controbattere e possono essere sgraditi anche agli adulti. Hanno la tendenza a prevaricare i compagni più deboli. Non è raro che il loro comportamento provochi reazioni negative da parte di molti compagni o di tutta la classe. Questo tipo di vittima è meno frequente rispetto alle precedenti e le vittime del primo tipo risultato maggiormente esposte a rischio di depressione. Le vittime presentano sin dall’infanzia un atteggiamento prudente e una forte sensibilità.
Condizioni che favoriscono il fenomeno
Vari studi hanno evidenziato alcuni fattori che sembrano essere alla base del comportamento aggressivo. Sicuramente un ruolo importante è da attribuire al temperamento del bambino. Un atteggiamento negativo di fondo, caratterizzato da mancanza di calore e di coinvolgimento, da parte delle persone che si prendono cura del bambino in tenera età, è un ulteriore fattore importante nello sviluppo di modalità aggressive nella relazione con gli altri. Anche l’eccessiva permissività e tolleranza verso l’aggressività manifestata verso i coetanei e i fratelli crea le condizioni per lo sviluppo di una modalità aggressiva stabile. Un ruolo importante è ricoperto anche dal modello genitoriale nel gestire il potere. L’uso eccessivo di punizioni fisiche porta il bambino ad utilizzarle come strumento per far rispettare le proprie regole. E’ importante che siano espresse le regole da rispettare e da seguire ma non è educativo ricorrere soltanto alla punizione fisica. Queste non sono sicuramente le uniche cause del fenomeno, anzi, si può dire che esso è inserito in un reticolo di fattori concatenati tra loro. È, comunque, certo che le condotte inadeguate si verifichino, con maggior probabilità quando i genitori non sono a conoscenza di ciò che fanno i figli o quando non hanno saputo fornire adeguatamente i limiti oltre i quali certi comportamenti non sono consentiti. Gli stili educativi rappresentano infatti un fattore cruciale per lo sviluppo o meno delle condotte inadeguate. È interessante sottolineare come il grado di istruzione dei genitori, il livello socio-economico non sembrano essere correlate con le condotte aggressive dei figli. A livello sociale si è visto come anche i fattori di gruppo favoriscano questi episodi. All’interno del gruppo c’è un indebolimento del controllo e dell’inibizione delle condotte negative e si sviluppa una riduzione della responsabilità individuale. Questi fattori fanno sì che in presenza di ragazzi aggressivi anche coloro che generalmente non lo sono lo possano diventare. Per evitare che un bambino ansioso e insicuro diventi una vittima è importante che i genitori lo aiutino a trovare una migliore autostima, una maggiore autonomia e gli forniscano degli strumenti adeguati per affermarsi nel gruppo dei coetanei.
La prevenzione del bullismo
Risulta poco utile agire sul disturbo e sulla psicopatologia ormai conclamata. La specificità di un intervento preventivo è rivolto a tutti gli alunni e non direttamente ai “bulli” e alle loro vittime, perché, al fine di un cambiamento stabile e duraturo, risulta maggiormente efficace agire sull’ intero sistema di appartenenza degli studenti. È importante sottolineare questo punto perché, come indicato in letteratura, è inefficace l’intervento psicologico individuale sul “bullo”. Infatti il “bullo” non è motivato al cambiamento in quanto le sue azioni non sono percepite da lui come un problema, e queste sono un problema soltanto per la vittima, gli insegnanti e il contesto. L’intervento diretto sulla vittima, pur efficace a fini individuali, non lo è per quanto riguarda la riduzione del fenomeno del “bullismo”. Quella vittima cesserà di essere tale e il bullo ne cercherà presto un’altra nel medesimo contesto. Quindi, la prevenzione deve interessare gli alunni, gli insegnanti e i genitori. Questi possono farsi carico dei problemi attivando una programmazione contro le prepotenze e promuovendo interventi tesi a costruire una cultura del rispetto e della solidarietà tra gli alunni e tra alunni ed insegnanti. Si è evidenziato che l’intervento con bambini e ragazzi, deve essere preventivo rispetto a segnali più o meno sommersi del disagio e rispetto alle fisiologiche crisi evolutive. Per questi motivi è necessario attuare un programma di intervento pluriennale di carattere preventivo e diretto al gruppo classe/scuola. E’ utile sottolineare che per rendere efficace e duraturo questo tipo di prevenzione, è necessario che gli insegnanti, gli educatori e le famiglie collaborino, come modelli e come soggetti promotori di modalità adeguate di interazione, affinché l’esempio possa essere acquisito e diventare uno stile di vita per i ragazzi. Il compito degli insegnanti è quindi quello di intervenire precocemente finché permangono le condizioni per modificare gli atteggiamenti inadeguati. Per migliorare la collaborazione con le famiglie è importante che si spieghi anche ai genitori che i loro figli possono assumere diversi atteggiamenti a seconda degli ambienti in cui si trovano. Questo è utile per prevenire la sorpresa delle famiglie nello scoprire modalità di comportamento differenti a casa e a scuola.
BULLISMO FEMMINILE
Può verificarsi anche il così detto “bullismo femminile”. Esso viene poco considerato perchè molto meno vistoso rispetto a quello maschile, ma a causa di ciò più subdolo. Esso si manifesta meno “fisicamente” e di più “verbalmente” ed “indirettamente”. Di solito colei che infierisce s’atteggia ad “ape regina” e si circonda di altre api isolando chi non le è gradita. mette in atto nei confronti dell’ “esclusa” un vero e proprio comportamento persecutorio fatto di pettegolezzi e falsità infondate. Per la vittima diventa difficile chiedere aiuto, perchè il comportamento bullistico e poco evidente e si tende ad attribuire l’isolamento della vittima ad una sua eventuale timidezza. Si può facilmente immaginare quali possano essere gli esiti per la propria autostima, esiti che possono anche comportare quei disturbi del comportamento alimentare tanto frequenti fra le ragazze.
Di seguito viene riportato un test (che in quanto strumento autocompilabile non possiede l’attendibilità dei test più rigorosi) per ottenere una generale indicazione ripsetto all’essere “vittima” di un “bullo”.
1 Si diverte a tormentarti ? V F
2 Gli piace prenderti in giro o deriderti i? V F
3 Considera divertente vederti sbagliare o farti male ? V F
4 Sottrae o danneggia oggetti che ti appartenengono ? V F
5 Si arrabbia spesso con te ? V F
6 Ti accusa per le cose che gli vanno male ? V F
7 E’ vendicativo nei tuoi confronti se gli ha fatto qualcosa di spiacevole? V F
8 Quando gioca o fa una partita con te vuole essere sempre il vincitore? V F
9 Ricorre a minacce o ricatti per ottenere quello che vuole ? V F
Se hai risposto Vero ad almeno 3 delle domande è molto probabile che tu sia vittima di un bullo, e le indicazioni seguenti potranno esserti utili.
Qualche utile consiglio per i più piccoli.
E’ accaduto che qualcuno ha fatto il prepotente con te o con qualche tuo amico? Forse sarà successo. Viene chiamato bullo chi fa il prepotente o cerca di fare del male ad altri sia con le parole che con le azioni.
Hai di fronte un bullo se qualcuno:
1. E’ aggressivo nei tuoi confronti picchiandoti, sputandoti, ti dà dei morsi, prende le tue cose.
2. Ti insulta, ti fa fare cose che tu non vorresti fare, ti fa sentire uno stupido, ti fa stare male
3. Ti provoca, ti scrive biglietti offensivi, mette in giro bugie su di te
4. Cerca di convincere anche i tuoi amici a isolarti e prenderti in giro
5. Minaccia di picchiare te o qualcuno a cui vuoi bene
Il bullo cerca di usare la violenza per avere quello che vuole, cercando una “vittima” che non riesce a difendersi da solo o che considera “inferiore” a lui.
Il bullo può essere qualcuno della tua scuola, o qualcuno che consideravi un amico.
L’ intenzione del bullo è quella di spaventare, di mettere paura, perché in questo modo si sente grande e forte, vuole che gli altri pensino che è potente, che ha successo, che tiene tutto e tutti sotto controllo. In realtà spesso è una persona che non ha nessuna di queste “qualità”, anzi cerca di nascondere i suoi “difetti”.
Gli effetti del bullismo
Quando qualcuno fa il prepotente con te e ti fa stare male, potresti sentirti:
Di valere poco o niente, triste o arrabbiato, senza voglia di giocare o di uscire, con poco appetito o molto appetito
Ti senti male come quando hai la nausea con mal di testa e mal di stomaco,
senza desiderio di andare a scuola
Ecco che cosa devi fare se qualcuno fà il bullo nei tuoi confronti:
Cerca di farti vedere calmo e tranquillo, senza arrabiarti o aver paura, anche se lo sei.
Cerca di evitare cose che non desideri fare
Non pensare a quello che ti dice, anzi, pensa bene di te
Cerca di capire quando è preferibile andare via, evitando il bullo
Se non puoi evitarlo, di fronte alla sua violenza verbale, usa l’ironia (ti grida “Sei grasso come un maiale”. Replica “Ti sbagli, assomiglio più ad una Balena”)
Se ti senti un po’ solo cerca di farti nuovi amici, con loro sarà diverso
Racconta a qualcuno di cui ti fidi quello che sta succedendo (un insegnante, un amico più grande di te, i tuoi genitori).
Non avere paura di dirgli quello che succede, non è colpa tua! Parlare con chi ti può aiutare è il modo migliore per risolvere la situazione
Non pensare che dicendolo a qualcuno andrai incontro a problemi peggiori, se chiedi aiuto allora non sei più da solo e potete pensare insieme a come risolvere questo problema
Spiega chiaramente che la situazione ti crea dei problemi e che per te è importante che venga fatto qualcosa.
Continua a parlare di quello che accade finché non otterrai qualche cambiamento.
Non accettare che qualcuno sia aggressivo con te! Non è facile fermarlo ma neanche impossibile.
Psicofarmaci: una breve introduzione

Andy Warhol, 1983
Proprio perchè gli psicofarmaci non rappresentano il rimedio esclusivo o definitivo per il trattamento delle diverse manifestazioni di patologia mentale, mi sembra giusto rimandare il lettore ad alcune informazioni indispensabili. Ogni persona, non solo il clinico, dovrebbe possedere alcune conoscenze basilari riguardo una categoria farmacologica così diffusa e potenzialmente pericolosa. Più volte è stato ribadito come il farmaco rappresenti un valido sostegno solo se saputo somministrare e saputo togliere al giusto momento. Il rimedio farmacologico infatti, a differenza di una psicoterapia, non restituisce senso alle nostre sofferenze. Le due strategie ( farmacologica e psicoterapeutica) possono e devono sapersi integrare. Proprio per questo motivo , suggerisco la lettura di questo articolo di Michele Conte. Il testo è semplice e ben fatto, segue uno stile divulgativo ma certamente non superficiale.
Scarica il PDF: Gli psicofarmaci
Dott. Ettore Bargellini
Il disagio della civiltà (2)

D. Hopper, morning sun
Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.
Freud, infatti, non ha mai inteso legittimare una società costruita sulle fantasie d’onnipotenza alle quali l’individuo vorrebbe anelare. Questa sarebbe nient’altro che una prospettiva regredita alla fase orale, quella del tutto e subito, dove l’adulto, come un bambino tiranno, si dimostrerebbe incapace d’integrare al principio di piacere quello più evoluto di realtà.
In ogni caso, noi, uomini civilizzati, non siamo diventati esattamente così. La nostra civiltà ha preso un’altra e più sofisticata direzione, ed è proprio qui che le parole di Freud assumono un senso tragicamente profetico. Lo psicanalista introduce uno scenario nel quale il soggetto potrebbe perdere ogni volontà d’espressione della sua natura, sostituendo all’essere felice, un aborto: la riduzione dell’infelicità. Questo, inutile negarlo, è un’autoinganno, un meccanismo difensivo utile al sano come il delirio al folle. Nonostante il passare del tempo, Freud vorrebbe ancora metterci in guardia da un vecchio equivoco, quello slittamento, più o meno consapevole, che ci fa prendere per piacere la sopportazione della sofferenza.
Certo, questa prospettiva potrà lasciarti pesanti strascichi di frustrazione culturale, ma contemporaneamente ne saggerai il prodigioso effetto disincantatore. Ti sarà più facile scorgere nell’ammiccamento costante alla libertà di fottere e consumare o nell’immagine d’individui sempre capaci di scegliere e di godere i frutti che la civiltà mette a disposizione, nient’altro che un grande sedativo.
Ecco cosa vedrebbe ancora Freud e che, ne sono certo, potresti scorgere anche tu. La civiltà odierna, come quella di un secolo fa, impegnata a fornirci strumenti per rendere più tollerabile il compromesso con la nostra dimensione perennemente svuotata e inappagata. La nevrosi origina dunque dal paradosso al quale è esposto l’uomo moderno. Istituzione, religione, arte o scienza, possono rivelarsi le mura edificate dalla cultura per arginare le forze primitive che si agitano dentro e fuori l’individuo. Ma, mentre il re si arrocca in un castello inespugnabile, i suoi sintomi non possono far altro che ricordargli quanto sia solo e paralizzato.
Purtroppo, nella fretta di difendersi, l’uomo non ha potuto progettare vie di fuga, eccetto qualche feritoia (i sintomi nevrotici) o la demolizione dell’intero edificio (la psicosi).
A questo punto spetta come sempre a te, lettore caro, scegliere dove collocare Freud e le sue idee. Rammenta però, prima del rogo o della beatificazione, che per l’analista, le voragini dell’inferno come quelle dell’inconscio, non hanno mai rappresentato un confine invalicabile.
Già nel febbraio del 1914 si congederà così da alcuni suoi contestatori incoraggiando altre intelligenze a seguirlo.
“..che il fato riservi una comoda ascesa a tutti quelli per cui il soggiorno negli inferi della psicoanalisi sia diventato sgradevole. A noialtri sia concesso di portare a termine in pace il nostro lavoro nel profondo.” (Vedi Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), Biblioteca Boringhieri N.11, p.
Dott. Ettore Bargellini
Il disagio della civiltà (1)

Di seguito Vi propongo alcune riflessioni sull’opera freudiana: il disagio della civiltà.
Troppo spesso si tende a considerare l’impianto teorico di Freud come esclusivamente rivolto alle dinamiche psichiche individuali. Questo interessante saggio ha il merito di allargare la prospettiva sulla complessa relazione uomo – società. Come sempre l’autore sa colpire e scavare nel profondo.
Buona lettura
Immagina, caro lettore, il fantasma di Sigmund Freud, gettare il suo occhio clinico e sulla civiltà di oggi. Diciamo che al padre della psicanalisi è venuto in mente di verificare se i disagi sofferti dalle sue vecchie pazienti (per la maggior parte erano donne) siano gli stessi che ancora adesso affliggono il genere umano e forse anche te. Il dottore vuole inoltre sincerarsi che le sue argomentazioni, sul rapporto tra uomo e civiltà, siano sempre attuali e attendibili. Capirai più tardi da dove lo spirito del primo psicoanilista osserva il nostro mondo. Forse dal paradiso dei lungimiranti, dove seguaci ed estimatori l’hanno sempre elevato, forse dal girone degli eretici e blasfemi, dove qualcuno l’avrebbe voluto cacciare volentieri dopo aver letto di un testo così irriverente.
Con ogni probabilità l’autore resterebbe sorpreso nel constatare l’evoluzione e la diffusione dei disturbi mentali. Nel suo studio si erano per lo più presentate giovani donne borghesi e frustrate. Allora erano isteriche, pazienti designate da una società dominata da severe imposizioni e protocolli comportamentali. I loro sintomi erano l’unico compromesso tra un Super-io castrante e la componente più intima e vorace della psiche umana: l’Es.
La psicopatologia moderna ha visto praticamente sparire quel tipo di quadro clinico, i rari casi che ancora resistono hanno dovuto cambiare almeno il nome. Oggi dobbiamo chiamare quel male, disturbo da conversione, isteria era “troppo freudiano”.
Ma se l’isteria non dev’essere neppure diagnosticata, nel frattempo la nosologia psichiatrica annovera centinaia di declinazioni attraverso le quali la mente può urlare la sua insofferenza al mondo. La depressione si è aggiudicata il titolo di male del secolo, gli psicofarmaci detengono il primato nelle vendite medicinali e, quel tentativo di rivolta che è la psicosi, al quale Freud aveva dichiarato la sua impotenza, è diventata una tra le reazioni umane più frequenti quanto irrisolte.
Detto questo sarebbe un errore se tu, alla luce di quest’epidemiologia, ritenessi il tentativo freudiano di comprendere e risolvere i conflitti psichici, sostanzialmente fallito, immaginandoti un Freud deluso.
Sicuramente il neurologo viennese guarderebbe alla nostra triste e complessa civiltà con interesse e un certo orgoglio; è di fatto stato lui il primo a spingersi con metodo oltre il puro e semplice dato fisico della sofferenza psichica, aprendo la strada a tutte le successive teorie e classificazioni della mente.
Immaginati quindi il dottor Freud concentrarsi, non tanto sulla dimensione individuale e intrapsichica dei conflitti umani, ma allargare la sua prospettiva sulla nostra intera società. In effetti una necessità simile l’aveva già avvertita intorno al 1829, quando pubblicò, per l’appunto, il saggio che stringi tra le mani.
A differenza della maggior parte dei suoi lavori, dedicati alle dinamiche contrastanti che si giocano all’interno di ogni psiche, qui l’autore si riferisce alla responsabilità e all’impatto che l’istanza socioculturale ha sulle vicissitudini mentali. Com’è noto l’autore riconobbe nella funzione regolatrice, repressiva e superegoica della civiltà di allora un elemento di conflitto con la natura pulsionale umana. Da qui, l’inevitabile disagio.
Ma che razza di mondo potrebbe osservare oggi Freud?
Come conciliare le teoria freudiana, che vuole un individuo addomesticato nell’aggressività e libidicamente represso, al massimo sublimato, con quello che è diventato il nostro contesto?
In un epoca dove in apparenza sembriamo pienamente liberi di autodeterminarci, dove sesso e ostentazione di forza imperversano incontrastati, quest’opera potrebbe seriamente rischiare di essere smentita.
Volendo essere brutali, tu lettore, potresti obiettare:
<<Ma com’è possibile sentirsi repressi ora che si può fare quasi tutto?>>
Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.
(continua)
Disturbo dell’erezione: Diffusione, descrizione, cura.

Il disturbo dell’erezione è una delle relata cliniche sessuali più diffuse ed allo stesso tempo trascurate nell’uomo. Come spesso accade l’aspetto sessuale si incrocia con importanti elementi di tipo psicologico. Una recente ricerca sottolinea che più della metà (63%) degli uomini che richiedono una terapia per un disturbo dell’erezione hanno uno o più disturbi psicologici associati. Le sindromi più frequenti sono disturbo depressivo (25%), disturbo d’ansia (quasi il 12%), disturbo depressivo ansioso (7%), disturbi di personalità (6%), disturbo psicotico (4%) e il 10% rimanente con “altri disturbi”. Bisogna ricordare che però che la durata e la gravità del disturbo dell’erezione non sono indici della probabilità di avere anche un disturbo psicologico né della gravità dei sintomi depressivi. Un dato particolarmente significativo, soprattutto dal punto di vista dell’intervento clinico, è che gli uomini che discutono del disturbo con il partner hanno sintomi depressivi meno gravi di chi è single. Riprenderò più tardi questo argomento. Ma torniamo alle caratteristiche salienti di questo disturbo. Un problema di erezione è, nella maggior parte dei casi, un problema con una origine psicologica, per essere più precisi, un problema ad organizzazione psicofisiologica.
Sappiamo che la psiche è un insieme di processi superiori dell’organismo che influenza l’intera fisiologia. In questo senso anche il problema di erezione può essere inteso come una realtà di organizzazione psicofisiologica dell’organismo che viene mantenuto da pensieri, comportamenti e atteggiamenti che, nel tentativo di risolvere l’ansia legata alla prestazione, stanno in realtà peggiorando la situazione. Questo modello interpretativo e di intervento del disturbo erettile è oggi assai diffuso, esistono però molte altre variabili, soprattutto di ordine relazionale e di coppia che devono essere considerate. Esistono infatti per questo disturbo diverse cause psicologiche e non. La disfunzione erettile è spesso il prodotto di un intreccio di fattori, ognuno dei quali, preso singolarmente può essere più o meno importante nel determinare la sindrome in quel particolare individuo, ma che spesso produce la disfunzione agendo congiuntamente con gli altri. Sul piano psicologico troviamo un arco ininterrotto di cause che vanno da una superficiale prefigurazione di insuccesso fino a quella profonda psicopatologia in cui la risposta sessuale acquista un pericoloso significato simbolico a livello inconscio. Ciò che è importante rilevare è che in ogni caso sono dei fattori in grado di pregiudicare appunto nell’immediato le reazioni dell’individuo coinvolto in un comportamento sessuale, quali:
• Paura dell’insuccesso
Può essere basata su esperienze negative pregresse, su esagerata reattivita’ ai normali cali di erezione durante i preliminari e il rapporto, eccessiva attenzione al piacere della partner che pregiudica l’abbandono necessario e l’ascolto delle proprie sensazioni, pretese di prestazioni da parte della partner, ecc.
• Spectatoring
Atteggiamenti di difesa involontari dalle sensazioni erotiche attraverso” comportamenti di autosservazione o pensieri critici ossessivi” (H. Kaplan), che rendono difficile o impossibile l’ abbandono, il perdersi nell’esperienza sessuale e inficiano le normali reazioni sessuali a vari livelli.
La persona si pone cioè al di fuori di sé come un osservatore e spesso giudice della propria performance.
• Difficoltà a produrre un comportamento sessuale efficace
Queste difficoltà possono basarsi sull’ignoranza delle dinamiche sessuali, causata talvolta dalla presenza di timori e sensi di colpa che ostacolano la sperimentazione e l’esplorazione della sessualità, e portano a produrre tecniche amatorie inadeguate e poco attente e sensibili.
Se timori e sensi di colpa predominano, la persona piu’ o meno inconsapevolmente può cercare partners poco attraenti, cercare rapporti sessuali in circostanze sfavorevoli, impedire in vari modi alla partner di stimolarlo in modo efficace, distrarsi dall’ascolto e dall’assecondamento delle proprie sensazioni erotiche, far si che la mente venga assorbita da pensieri antierotici, ecc. É assolutamente evidente come cominci prefigurarsi un insieme di condizioni, sentimenti, boicottaggi più o meno espliciti che rimandano direttamente a dinamiche interpersonali e di coppia.
Introduco dunque alcune delle cause inerenti al rapporto di coppia:
Rifiuto della partner: tutte le cause che possono portare a un rifiuto della partner, spesso non riconosciuto, possono essere causa di difficoltà erettili. Quando un uomo prova non attrazione o addirittura repulsione per una donna, sul versante fisico o psicologico, riesce naturalmente molto difficile, se non impossibile, funzionare sessualmente. Se l’uomo non ne e’ consapevole o ha ragioni che lo portano a rifiutare questa consapevolezza, può ritenere di essere portatore di un disturbo che in realtà rappresenta solo una normale reazione fisiologica.
Proiezioni sulla partner : proiezioni di vissuti non derivanti dall’esperienza attuale dell’individuo ma da quella precedente con i genitori o con altre figure significative, che rendono difficile l’abbandono sessuale: ad es. l’immagine interna di una madre critica, autoritaria e punitiva rivissuta sulla partner, può sicuramente più fragile la funzionalità sessuale, ecc.
• Mancanza di fiducia nella partner
• Lotte di potere
Conflitti, ad esempio, legati a chi controlla e a chi comanda nella coppia, in cui il sesso può diventare uno strumento di lotta.
• Grandi aspettative consapevoli o inconsapevoli deluse
• Difficoltà nella comunicazione
Una relazione sessuale riuscita implica spesso la possibilità di essere in grado di comunicare con sufficiente chiarezza i propri bisogni, desideri, emozioni, ecc. ed ogni ostacolo nel fare questo può tradursi nella difficoltà a portare avanti adeguatamente la relazione ( H. Kaplan).
Alla fine di questo elenco e’ naturalmente bene precisare che queste sono solo le cause più importanti e di più frequente riscontro nella pratica clinica, ma che purtroppo non esauriscono certo tutte le cause possibili. Arriviamo infine agli aspetti terapeutici e di eventuale risoluzione del disturbo. L’intervento psicoterapeutico (integrato ad altre tipologie di intervento) non può certo prescindere dalla storia, dalle caratteristiche e dalle precedenti relazioni di ogni singolo individuo. Determinante sarà strutturare un processo terapeutico che sappia tener conto non soltanto dell’uomo “portatore” della difficoltà ma anche del suo contesto relazionale: il/la partner. Ovviamente non sempre è possibile agire congiuntamente ottenendo la partecipazione della coppia ( a volte la coppia non c’è nemmeno), ritengo comunque che l’azione psicoterapeutica debba necessariamente sondare e fare emergere le difficoltà d’incontro, di scambio e di godimento reciproco che si celano dietro il disturbo sessuale in genere. In questo senso anche il disturbo dell’erezione (quando ha un origine psico-fisiologica) non può non rimandare ed essere affrontato come una difficoltà di stare e concedersi alla relazione con l’altro.
Dott. Ettore Bargellini
Il tradimento

Nel suo ormai celebre saggio “Senex et puer” lo psicoanalista Hillman parla del tradimento e lo fa, come suo solito, introducendo elementi di grande interesse e novità, all’interno di un dibattito che fino a prima soleva stagnare sulla ricerca del “colpevole”. Per parlare di tradimento bisogna prima definire e capire che cosa è la fiducia, e per farlo Hillman ricorre a quella “fiducia primaria” cui ogni essere umano anela e che è “una situazione in cui si è protetti dal nostro inganno e dalla nostra stessa ambivalenza” . Hillman prosegue poi con una verità essenziale sulla fiducia e sul tradimento e cioè che l’uno contiene l’altro e che non è possibile avere fiducia senza la possibilità del tradimento. Il tradimento ci viene solo ed esclusivamente da quei rapporti in dove la fiducia primaria è possibile “noi possiamo essere veramente traditi solo quando ci fidiamo veramente […] più grandi sono l’amore, la lealtà, l’impegno, l’abbandono e maggiore è il tradimento”. Ne consegue che “la fiducia ha in sé il germe del tradimento” . Ma cosa succede quando si esperisce il tradimento? Cosa accade quando scopriamo che quella relazione a cui c’eravamo dati in totale abbandono, alla quale avevamo confessato cose inconfessabili a chiunque altro si trasforma in tradimento? Accade che l’oro è ridotto a feci e che perle che avevamo consegnato con tanto amore sono in realtà state consegnate ai porci. Accade che ci difendiamo distruggendo non solo quello che era (l’altro) ma anche quello che eravamo (noi stessi). Questa posizione è estremamente protettiva ma porta con sé un enorme pericolo che è quello dell’inganno perpetuato a nostro danno: non si vive una sofferenza autentica, ma “si tradisce se stessi per mancanza di coraggio di essere”. Piuttosto che soffrire dimentichiamo chi eravamo e cosa provavamo nei confronti di chi ci ha tradito. Così l’atteggiamento del cinico, del disilluso, trasformano le persone in qualcosa di diverso, di coartato di vendicativo, o di trattenuto di non vissuto. Ma allora, ci si può a questo punto domandare, che cosa si può fare quando si subisce un tradimento?
Hillman introduce allora il concetto di perdono: “dobbiamo subito dire che il perdono non è cosa facile […] il perdono ha significato solo quando l’Io non può dimenticare né perdonare” e continua: “Né la fiducia né il perdono possono essere compresi fino in fondo senza il tradimento”. E in questa frase che forse si compie il senso ultimo di questo saggio, Hillman infatti illumina il tradimento con una luce nuova e ci fa capire quanto possa essere fase essenziale nella vita di una coppia il capire e l’accettare il tradimento dell’altro (quando questo non è patologico o continuativo). Ci dice anche che mentre uno dovrebbe poter perdonare l’altro dovrebbe poter espiare: “espiazione è mantenere il comportamento silenzioso […] sebbene comprenda fino in fondo quello che ha fatto non lo spiega all’altro, e con ciò espia, cioè introietta l’accaduto.” Attraverso il dramma del tradimento può rinascere l’amore, perché: “dopo tutto, questo pieno riconoscimento dell’altro non è proprio amore?”
Dott. Cristiano Pacetti
Disturbo bipolare e di personalità: Cosa sono?

Riporto , ovviamente garantendo la privacy di chi mi ha scritto, una domanda che mi è stata posta qualche tempo fa: “Vorrei alcuni chiarimenti su queste patologie : Disturbo bipolare, borderline e narcisistico.Credo che una mia amica ne possa soffrire ,starle vicino è purtroppo molto difficile come posso starle accanto ed aiutarla? - Grazie D.
Risposta : Gentile D. i 3 disturbi che lei cita fanno parte di categorie diagnostiche distinte . Ciò nonostante esistono tra di essi numerose aree di convergenza , alcune loro caratteristiche infatti possono essere riscontrabili nella stessa persona .
La precisione con la quale identifica i tre disturbi ,lascia intuire oltre alla preoccupazione per la sua amica, una attenta osservazione delle dinamiche che la riguardano e tormentano.
Una discussione dettagliata delle tre patologie risulterebbe certamente pesante e fuori luogo, cercherò quindi di poterle dare alcune indicazioni essenziali e mi auguro utili.
Il disturbo bipolare coinvolge principalmente il tono dell’umore e sottopone la persona a rapide ed intense variazioni del suo stato d’animo, delle sue energie e delle sue progettualità. Questo rende il soggetto periodicamente esposto a stati emotivi o eccessivamente depressi o esageratamente euforici (stato maniacale).
Diventa perciò assai difficile convivere con questo tipo di persone , quindi occorrerà da parte sua una grande pazienza e ,in particolar modo, una notevole ” centratura”.
Per centratura intendo dire equilibrio ,proprio quell’equilibrio che sembra mancare alla sua amica.
Le caratteristiche di imprevedibilità ,impulsività e talvolta aggressività, sono particolarmente evidenti nel disturbo Borderline ( che però fa parte dei disturbi di personalità)quindi ancora una volta le sarà richiesto di non farsi coinvolgere o travolgere dai vissuti estremi che questa persona le rimanderà.
Borderline significa “confine”, ovvero lo spartiacque tra un area di tipo nevrotico ( comunque sempre a contatto con la realtà) ed una di tipo psicotico che tende perciò ad una deriva dove comportamenti e sintomi possono assumere caratteristiche di perdita di contatto con il reale.
Le persone con tratti della personalità borderline possono avere la tendenza coinvolgere ed in qualche modo sedurre chi vive attorno a loro e, se questi non rispondono alle loro aspettative, possono rivelarsi aggressive o minacciare di abbandonarli. Spesso infatti sono proprio loro a sentirsi in qualche modo trascurate o abbandonate . Questa modalità relazionale fa in modo che chi se ne occupa ,sia portato ad un grande investimento affettivo nei loro confronti correndo però sempre il rischio di deluderle o essere abbandonate .
Inoltre il lato narcisistico della personalità della sua amica potrebbe ulteriormente esaltarne la parte seduttiva, onnipotente e forse egoistica. Bisogna ricordare che tali atteggiamenti potrebbero essere funzionali a coprire il senso profondo di solitudine e di abbandono al quale questa persona rischia di sentirsi sempre minacciata ed esposta.
Così D. , proprio in ragione del suo coinvolgimento, lei corre il pericolo di rimanere invischiata e ferita dalle complesse dinamiche che colpiscono la persona a cui vuole bene. In qualche modo più lei si prodigherà e si darà da fare per il bene della sua cara più sarà esposta ai suoi lati estremi ed imprevedibili.
Come vede non c’è una ricetta o una formula magica che le possa improvvisamente consentire di aiutare la sua amica. Queste sono infatti problematiche che hanno origini lontane ed affondano le loro radici nella personalità dell’individuo.
Di conseguenza Il vero grande aiuto che lei può offrire alla persona che le stà a cuore è quello di suggerirle o sostenerla nel cominciare una psicoterapia .
Debbo avvertirla che un percorso terapeutico, potrebbe essere lungo e faticoso, ma senz’altro restituirebbe l’equilibrio che manca alla persona a cui lei vuole bene.
La saluto cordialmente
Dottor. Ettore Bargellini
Il lutto: Viverlo e superarlo.

Andrea Boyer
Affrontare l’assenza di qualcuno è un momento doloroso ed inevitabile della vita. Sebbene la morte sia un concetto ed un fenomeno costante nell’esistenza dell’uomo, quando la persona che ci è stata accanto scompare non si può essere mai abbastanza preparati. Vivere il lutto è un momento spesso contraddistinto da grande sofferenza ed intensità emotiva ma allo stesso tempo risulta indispensabile per la crescita delle persone. Di solito la corretta elaborazione del lutto prevede il susseguirsi, non sempre con un ordine preciso, di alcune importanti fasi che consento all’individuo un pieno superamento dell’evento. La letteratura su tale argomento è enorme,accade quindi che si possano incontrare argomentazioni sinceramente riduttive ed improbabili su come le persone debbano vivere il lutto in modo “normale”. E’ difficile pronunciarsi su quanto e come l’uomo debba soffrire nel momento in cui l’altro se ne va per sempre. Quello che l’esperienza psicoterapeutica mi ha insegnato è che di attraverso il lutto ci si può ammalare, nel senso che anche la vita di chi rimane può arenarsi e rimanere impigliata nel vuoto che la morte ha lasciato.I manuali diagnostici parlano, da un punto di vista esclusivamente descrittivo e generale, di un anno di tempo entro il quale le tipiche emozioni e reazioni alla morte dovrebbero diventare qualcosa di accettabile per i soggetti. Forse è vero. Ma affrontare la morte di qualcuno a cui abbiamo voluto bene o al quale ci siamo legati (un figlio, un genitore, un familiare, una relazione che non è più tale) non è soltanto una semplice questione di tempo che scorre. Ciò che permette alle persone di elaborare un lutto è la possibilità e lo spazio per poter vivere le emozioni che la morte porta con se. Disperazione , solitudine, rabbia, colpa, paura ma anche ( e non è affatto raro) senso di liberazione o apparente indifferenza. La morte sottopone l’uomo ad un ampio ventaglio di emozioni e l’uomo, se vuole continuare a vivere, non può far altro che concedersele e dargli un senso. Il problema, a volte il sintomo, si verifica quando tutto questo sentire, non può o non deve verificarsi compiutamente, quando i vivi , per una serie di ragioni, bloccano le loro vite e le loro risorse emotive. Ci sono persone che se ne vanno facendoci sentire soli, inutili, oppure segretamente arrabbiati. Altre ci lasciano senza averci dato la possibilità di dirgli quanto erano importanti per noi o senza mai avergli chiesto scusa. Sono molteplici, aldilà delle diverse sintomatologie, le cause che stanno dietro ad un lutto non affrontato e non elaborato.I motivi per cui il dolore rimane così profondo da non poter essere attraversato sono di solito ben celati. In questo caso la psicoterapia non rappresenta certo un modo per cambiare ciò che non potrà mai essere cambiato. Di sicuro, là dove una persona non ci riesca con le sue forze, è una strada per accettare e convivere meglio con le ferite. Scrivo queste poche righe soprattutto per ribadire il concetto che la dove c’è un dolore che è stato affrontato e superato è perché qualcuno si è permesso di viverlo fino a fondo, fino al punto di lasciare quel peso ed andare avanti.
Dott. Ettore Bargellini