Psicologia infantile: la terapia (2)
La possibilità di coinvolgere un bambino in un percorso di terapia familiare è qualcosa che solitamente suscita qualche perplessità e resistenza. Spesso sono gli stessi genitori ad avanzare delle legittime richieste di chiarimento. In questa sede sarà sufficiente dire che i bambini si prestano più o meno volentieri a qualche colloquio se i genitori sono più o meno convinti che sia utile dover andare in terapia.Di frequente gli adulti valutano ed interpretano differentemente il problema, questa, assieme ad altre divergenze, sono proprio uno degli aspetti fondamentali per individuare modalità alternative e condivise di gestione e risoluzione delle difficoltà sofferte dai figli. Non di rado l’intera famiglia si presenta in seduta con una visione del problema o del sintomo poco chiara, come se fosse qualcosa di apparentemente incomprensibile. Mi preme di conseguenza insistere su quelle che ritengo essere le funzioni principali del processo terapeutico familiare: 1) Fornire alla famiglia gli strumenti per vedere e comprendere il sintomo come l’espressione di un qualche disagio dotato di storia, di funzione e quindi di senso 2) Operare di conseguenza questa trasformazione di significato, dove il il sintomo non è più qualcosa di incomprensibile e terrorizzante, ma, proprio perché dotato di senso, qualcosa che potrebbe essere compreso, condiviso e risolto in base al suo essere relazionabile.
Vorrei adesso approfittare di questo spazio in maniera paradossale mostrandovi cosa e come NON DOVREBBE ESSERE LA TERAPIA FAMILIARE. Buona visione
Dottor Ettore Bargellini
Bevi responsabilmente
La frase che da il titolo a questo post è completamente priva d’ogni possibile significato. Non esiste un modo “responsabile” di bere alcolici perché non esistono quantità minime consigliate. L’OMS ha infatti da tempo classificato l’alcol nella categoria “droghe” togliendo qualunque soglia di sicurezza alle bevande alcoliche. L’alcol è altresì la principale causa di incidente stradale, come riportato in questo bell’articolo sul blog di Ciannilli Luigi Antonio. Ogni giorno la conta dei giovanissimi morti in lamiere contorte è un macabro e infinitamente triste rito che si ripete uguale a sé stesso, per noi che lo guardiamo ma che ha dietro uno strazio (quello dei sopravvissuti, genitori e parenti) difficilmente immaginabile. Lo stato che fa? Citando De André si potrebbe dire che: “S’arrabbia, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Perché se da una parte abbassa il tasso alcolico rilevabile in un guidatore dall’altra permette cose vergognose come questa:

L’età media degli avventori di un noto locale fiorentino era attorno ai 17 anni, e fra i tavolini all’aperto vagano due ragazzi molti carini (un ragazzo e una ragazza), questi PR avvicinavano chiunque gli passasse a tiro ed il compito che avevano era quello di consegnare dei “gratta e vinci” sponsorizzati dalla Jack Daniel’s. All’interno di questi tagliandi 4 possibili cocktails realizzabili con il suddetto whiskey. Grattando e trovando le giuste combinazioni di frutta si potevano vincere T-shirt, cappellini, moschettoni ecc, (tutto a marchio Jack Daniel’s). Senza contare lo slogan che accompagna la nuova campagna: “Jack on the Beach” (bere whiskey in spiaggia…l’apoteosi del benessere!). A mio personale parere di uomo prima che di clinico trovo assolutamente riprovevole che si permetta la diffusione di certe strategie di marketing che vanno a colpire direttamente i giovanissimi, uno ad uno, istigandoli (perché di istigazione si tratta) a bere alcolici. Non è moralmente accettabile che si possa fare pubblicità così ad una delle principali cause di morte (diretta o indiretta) dei giovani.
Dott. Cristiano Pacetti
Psicologia infantile: la terapia (1)

Il modello sistemico relazionale propone come “setting” ideale per l’osservazione ed il trattamento delle problematiche infantili quello che si riferisce al bambino e ai genitori congiuntamente. Oggi ci troviamo in un periodo storico e scientifico dove la fase d’inquadramento psicodiagnostico nei bambini ha integrato le importanti indicazioni fornite dalla psicologia familiare proprio riguardo alle dinamiche relazionali-familiari sottostanti all’evoluzione di molti disturbi. Agli esordi della psicologia infantile hanno dominato le posizioni ed interpretazioni psicodinamiche (d’estrazione freudiana) oggi assistiamo invece ad un allargamento verso “la relazione”, in particolare modo verso la relazione diadica con i care giver. Allo stesso tempo c’è stato un ulteriore ampliamento verso il così detto “triangolo primario”, aggiungendo finalmente anche la terza figura del padre all’interno della relazione di primaria importanza per lo sviluppo del bambino. Già a 3 mesi il piccolo riconosce le due figure genitoriali distintamente e, all’interno delle diverse relazione, si creano alleanze alterne. I disturbi dei bambini sono quindi particolarmente sensibili e reattivi al contesto familiare, di conseguenza i genitori, spesso in modo inconsapevole, possono stimolare o irrigidire comportamenti problematici o sintomatici. Questo non significa certamente che esista un rapporto di causa effetto tra coniugalità disfunzionale e psicopatologia dello sviluppo, sicuramente le due cose sono strettamente legate. A volte , per esempio, non è la coniugalità ma la genitorialità a non funzionare bene ( ripetersi di modelli familiari disfunzionali, rigida divisione di ruoli culturali, ecc.). Secondo diversi autori (vedi per es. Minuchin) spesso il bambino si trova all’interno di triangoli relazionali dove c’è tensione. Di conseguenza l’obiettivo della psicoterapia è mettere in carico i genitori rispetto alle difficoltà dei figli e a far sperimentare direttamente in terapia modalità relazionali alternative. Spesso si giunge alla terapia familiare come ultima spiaggia ( prima vengono il neuropsichiatra, i farmaci ecc,) Al contrario più è precoce l’intervento familiare e più velocemente possono rientrare i sintomi, soprattutto se di area psicosomatica e nevrotica. Spesso i genitori di figli con problemi ( soprattutto legati alla condotta) arrivano sfiniti ed esasperati e con una certa punteggiatura verso il bambino: ” Noi siamo così perchè lui è così !” , in questa maniera non se ne esce. La terapia familiare rivela la sua innovazione ed efficacia nel creare le condizioni per consentire ai genitori di pensare ed agire come parte in causa…… ( questo intervento verrà concluso a breve attraverso una secondo e conclusiva parte. Di conseguenza, a presto caro Lettore.)
La Follia

La follia ci alberga, in quanto essa appartiene, in misura diversa, ad ognuno di noi. La follia non è solo dei pazzi. Tutti noi, per esempio, conosciamo gli stati allucinati e deliranti tipici del sonno. Nell’esperienza onirica, come nella pazzia, i concetti di tempo, spazio e di causalità degli eventi si allentano o si perdono del tutto. Vi è cioè uno slittamento dei processi mentali propri del pensiero razionale verso quelli caratteristici della follia. Al risveglio, lentamente, tutto si ristabilisce. Potremmo dire allora che la follia, a prescindere dalle sue declinazioni, è caratterizzata dall’avanzamento delle istanze profonde e pulsionali (insite in ogni essere umano) sulla ragione e le capacità difensive dell’io. Questo succede non di rado,il caso più banale è quando si assumono dosi sufficienti di alcol o di altre sostanze psicoattive. A quel punto la componente razionale si inibisce per lasciare il campo a quella dei processi bizzarri della follia. In conclusione ciò che ci separa dai folli non è la presenza o l’assenza della follia; ma è solo la quantità di questa. Essere folli o no è dunque un fattore quantitativo e non qualitativo.
Dottor Ettore Bargellini
Gli effetti della cocaina

La cocaina è un alcaloide. Ma non credo che questa delucidazione serva. La cocaina è una droga. Ed è una droga maledettamente “cattiva”, perché a differenza dell’eroina non stigmatizza chi ne fa uso e a differenza degli allucinogeni non esige che il consumatore smetta di fare quello che sta facendo. La cocaina è una droga cattiva perché fa credere a chi la consuma che non è un drogato, ma che anzi è una persona iperattiva, piena d’energia e ben calata nella società contemporanea, magari anche un uomo di successo, non come quei “reietti” che si bucano o come quei “fulminati” che calano. Non ci vogliono aghi per la cocaina, non ci sono segni evidenti, la si tira su col naso, o la si fuma. Sembra normale farlo, e sembra, e questo è l’inganno di questa droga, che non ci siano particolari controindicazioni, che, tutto sommato, i benefici siano più dei costi, che fisicamente non lasci particolari segni. Poi “tiravano e tirano ” personaggi di successo del mondo della finanza, dello sport, dello spettacolo, e se lo fanno loro…
Fra qualche anno scoppierà una delle più grandi emergenza sanitarie che l’umanità abbia mai conosciuto, e sarà un emergenza sottesa che non avrà il clamore di un’epidemia di influenza o di un virus letale, ma ci coglierà ugualmente del tutto impreparati. Tra qualche anno (al massimo una decina) tutti quei ragazzi che oggi abusano di cocaina e che lo fanno con la stessa naturalezza con cui si può bere un caffè (che tra l’altro è anch’esso un alcaloide), saranno adulti e soffriranno delle innumerevoli conseguenze che l’uso della polvere bianca porta meschinamente con sé. Infatti, se saranno sopravvissuti al rischio d’infarto, di ictus, o di incidente stradale, avremo delle persone profondamente diverse, modificate nei loro tratti di personalità solitamente nella direzione paranoica. La cocaina, bloccando il riassorbimento della noradrenalina e della dopamina (due neurotrasmettitori) fa sì che il funzionamento normale del cervello si blocchi e che compaiano (sul lungo periodo) un ventaglio di disturbi spesso indistinguibile dalla psicosi, e per i quali non ci sono rimedi che possano riportare la persona allo stato pre-sintomi. L’unica soluzione che abbiamo è quella di non arrivare a questo. Smettere prima che sia troppo tardi, con l’aiuto di chi (famiglia, psicoterapeuti e psichiatri) può farlo.
Dott. Cristiano Pacetti
Disturbo bipolare e di personalità: Cosa sono?

Riporto , ovviamente garantendo la privacy di chi mi ha scritto, una domanda che mi è stata posta qualche tempo fa: “Vorrei alcuni chiarimenti su queste patologie : Disturbo bipolare, borderline e narcisistico.Credo che una mia amica ne possa soffrire ,starle vicino è purtroppo molto difficile come posso starle accanto ed aiutarla? - Grazie D.
Risposta : Gentile D. i 3 disturbi che lei cita fanno parte di categorie diagnostiche distinte . Ciò nonostante esistono tra di essi numerose aree di convergenza , alcune loro caratteristiche infatti possono essere riscontrabili nella stessa persona .
La precisione con la quale identifica i tre disturbi ,lascia intuire oltre alla preoccupazione per la sua amica, una attenta osservazione delle dinamiche che la riguardano e tormentano.
Una discussione dettagliata delle tre patologie risulterebbe certamente pesante e fuori luogo, cercherò quindi di poterle dare alcune indicazioni essenziali e mi auguro utili.
Il disturbo bipolare coinvolge principalmente il tono dell’umore e sottopone la persona a rapide ed intense variazioni del suo stato d’animo, delle sue energie e delle sue progettualità. Questo rende il soggetto periodicamente esposto a stati emotivi o eccessivamente depressi o esageratamente euforici (stato maniacale).
Diventa perciò assai difficile convivere con questo tipo di persone , quindi occorrerà da parte sua una grande pazienza e ,in particolar modo, una notevole ” centratura”.
Per centratura intendo dire equilibrio ,proprio quell’equilibrio che sembra mancare alla sua amica.
Le caratteristiche di imprevedibilità ,impulsività e talvolta aggressività, sono particolarmente evidenti nel disturbo Borderline ( che però fa parte dei disturbi di personalità)quindi ancora una volta le sarà richiesto di non farsi coinvolgere o travolgere dai vissuti estremi che questa persona le rimanderà.
Borderline significa “confine”, ovvero lo spartiacque tra un area di tipo nevrotico ( comunque sempre a contatto con la realtà) ed una di tipo psicotico che tende perciò ad una deriva dove comportamenti e sintomi possono assumere caratteristiche di perdita di contatto con il reale.
Le persone con tratti della personalità borderline possono avere la tendenza coinvolgere ed in qualche modo sedurre chi vive attorno a loro e, se questi non rispondono alle loro aspettative, possono rivelarsi aggressive o minacciare di abbandonarli. Spesso infatti sono proprio loro a sentirsi in qualche modo trascurate o abbandonate . Questa modalità relazionale fa in modo che chi se ne occupa ,sia portato ad un grande investimento affettivo nei loro confronti correndo però sempre il rischio di deluderle o essere abbandonate .
Inoltre il lato narcisistico della personalità della sua amica potrebbe ulteriormente esaltarne la parte seduttiva, onnipotente e forse egoistica. Bisogna ricordare che tali atteggiamenti potrebbero essere funzionali a coprire il senso profondo di solitudine e di abbandono al quale questa persona rischia di sentirsi sempre minacciata ed esposta.
Così D. , proprio in ragione del suo coinvolgimento, lei corre il pericolo di rimanere invischiata e ferita dalle complesse dinamiche che colpiscono la persona a cui vuole bene. In qualche modo più lei si prodigherà e si darà da fare per il bene della sua cara più sarà esposta ai suoi lati estremi ed imprevedibili.
Come vede non c’è una ricetta o una formula magica che le possa improvvisamente consentire di aiutare la sua amica. Queste sono infatti problematiche che hanno origini lontane ed affondano le loro radici nella personalità dell’individuo.
Di conseguenza Il vero grande aiuto che lei può offrire alla persona che le stà a cuore è quello di suggerirle o sostenerla nel cominciare una psicoterapia .
Debbo avvertirla che un percorso terapeutico, potrebbe essere lungo e faticoso, ma senz’altro restituirebbe l’equilibrio che manca alla persona a cui lei vuole bene.
La saluto cordialmente
Dottor. Ettore Bargellini
Disturbo ossessivo compulsivo
Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è una realtà psicopatologica piuttosto diffusa. Tratti o caratteristiche di natura ossessiva si possono inoltre rintracciare in molti quadri clinici . La tendenza al controllo, all’ordine o alla schematicità è infatti un elemento assolutamente ubiquitario e, entro certi limiti, normale.Di conseguenza si potrebbe parlare di ossesivo-compulsività in continuum che si muove dalla normalità alle forme più severe di disturbo. Di seguito riporterò alcune tra le caratteristiche predominanti di questo disturbo. Vorrei però integrare a questo elenco diagnostico, che come tale non dice nè rappresenta affatto la storia di nessuno, alcune immagini tratte dal cinema. Mezzo d’espressione, assieme alla letteratura, che molto spesso sa affrontare più efficacemente di molti manuali clinici l’essenza di molti mali che affliggono l’essere umano. Qualcosa è cambiato è un film divertente ma con ottimi spunti di riflessione…..
Le caratteristiche essenziali del disturbo ossessivo compulsivo sono pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che creano allarme o paura e che costringono la persona a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali.
Come il nome stesso lascia intendere, il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. Almeno l’80% dei pazienti con DOC ha sia ossessioni che compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo compulsioni.
Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi che si presentano più e più volte e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e intrusive, e, almeno quando le persone non sono assalite dall’ansia, sono giudicate come infondate ed insensate. Le persone con disturbo ossessivo compulsivo possono preoccuparsi eccessivamente dello sporco e dei germi. Possono essere terrorizzate dalla paura di avere inavvertitamente fatto del male a qualcuno, di poter perdere il controllo di sé e diventare aggressive in certe situazioni, di aver contratto malattie infettive o di essere omosessuali, anche se di solito riconoscono che tutto ciò non è realistico. Le ossessioni sono accompagnate da emozioni sgradevoli, come paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel “modo giusto”, e gli innumerevoli sforzi per contrastarle non hanno successo, se non momentaneo.
Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo vengono anche definite rituali o cerimoniali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere formule mentalmente) messi in atto per ridurre il senso di disagio e l’ansia provocati dai pensieri e dagli impulsi tipici delle ossessioni. Costituiscono, cioè, un tentativo di elusione del disagio, un mezzo per cercare di conseguire un controllo sulla propria ansia. In generale tutte le compulsioni che includono la pulizia, il lavaggio, il controllo, l’ordine, il conteggio, la ripetizione ed il collezionare si trasformano in rigide regole di comportamento e sono spesso bizzarre e francamente eccessive.
Il disturbo ossessivo compulsivo colpisce, indistintamente per età e sesso, dal 2 al 3% della popolazione. Può infatti manifestarsi sia negli uomini sia nelle donne, indifferentemente, e può esordire nell’infanzia, nell’adolescenza o nella prima età adulta
L’età tipica in cui compare più frequentemente è tra i 6 e i 15 anni nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle donne. I primi sintomi si manifestano nella maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni) e in bassissima percentuale dopo i 40 anni.
Se il disturbo ossessivo compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.
Dottor Bargellini
Attacchi di panico

Descrivere un attacco di panico se non lo si è mai provato non è cosa facile. Infatti, al di là di qualsiasi definizione accademica, niente può rendere il senso di profondo terrore e la sensazione di morte o follia imminente che investe la persona senza che questa possa fare null’altro che subire. È come se non ci fosse niente oltre quei minuti, come se il mondo intero si fosse cristallizzato in un unico orribile attimo di terrore. La tachicardia, l’affanno la sensazione che nulla sia reale… parole. Queste sono solo parole di uno psicoterapeuta e non possono neanche avvicinarsi alla verità delle persone che l’hanno provata. Molto spesso le persone che soffrono di questo disturbo finiscono per vergognarsene, per rinunciare a parlarne perché per gli altri, sono loro “sani” non hanno niente di organico a scusare le loro crisi. Quasi vengono colpevolizzati “in fondo si ti senti male è perché ti ci vuoi sentire”.
Oggi in televisione si vedono sempre più di frequente psichiatri e medici generici che inneggiano all’uso di psicofarmaci, decantandone i benefici e l’immediatezza dei risultati. Una pasticca e l’attacco passa. Un’altra pasticca e un altro attacco passa. Poi, magari un giorno si finiscono le pasticche… e ci si accorge che la paura non è finita. Se una cosa la psicoterapia la sa fare bene è proprio quella di curare le patologie di spettro ansioso (cui gli attacchi di panico sono un esimio esponente). Allora il dubbio è che ancora una volta le case farmaceutiche si prendano il lusso di fare diagnosi e cura, senza considerare null’altro che il loro, già gonfio, portafoglio.
Dott. Cristiano Pacetti
Introduzione al gioco d’azzardo patologico

Da tempo mi occupo con curiosità ed impegno clinico di quello che viene descritto come gioco d’azzardo patologico (GAP). Tale dipendenza, come tutte le altre, trova la sua diffusione anche in corrispondenza dei processi di legittimazione e deresponsabilizzazione operati dalla nostra società.
Vi propongo di seguito una breve riflessione su tale argomento.
L’analisi del gioco d’azzardo ci porta a due diverse realtà.
Una di grande diffusione e innocuità dove il gioco assume la forma di una attività libera che permette alla persona di esaltare, modificare, transfigurare la realtà oltre che a crescere in modo sano rispettando la propria autonomia.
L ‘altra di grossa sofferenza e problematicità, contraddistinta da una situazione che spesso diviene intollerabile dal punto di vista personale, familiare e sociale. Riflettere sul gioco d’azzardo pretende dunque di tenere presenti entrambe le dimensioni. Il gioco d’azzardo evoca immagini contraddittorie, di divertimento e di preoccupazione, non solo relativamente all’ambito della morale e della legalità, ma anche nell’ambito più strettamente clinico ed in relazione ai sempre più evidenti e diffusi casi di patologia da gioco.Giocare può essere (dovrebbe essere) un occupazione spensierata, libera dai vincoli della vita reale, che pone tutti i giocatori sullo stesso piano. Solo così il momento ludico si traduce in esperienza irrinunciabile della vita umana, capace di rapire il soggetto, elargire gioia e liberarlo dalla ripetitività dell’esistenza.Si scopre così quell ‘importanza ontologica del gioco sostenuta da Eugen Fink nel suo saggio”Oasi della gioia” (1957).“Il gioco rassomiglia a un oasi di gioia raggiunta nel deserto del nostro tendere e della nostra tantalica ricerca .
Il gioco ci rapisce .
Giocando siamo un po’ liberati dall’ingranaggio della vita, come trasferiti su un nuovo mondo dove la vita appare più leggera, più aerea, più felice”(p.8). D’altra parte giocare d’azzardo fa anche appello al nostro desiderio di onnipotenza, ambizione che non può far altro che scontrarsi con una quantità di fattori incontrollabili. Giocare è sinonimo d’ interruzione della routine, prendersi una pausa e alleggerirsi del peso dell’esistenza. Ma se dovessimo parlare del gioco soltanto come un oasi della gioia volgeremmo la nostra attenzione solo sulla faccia luccicante di una medaglia che nel suo rovescio cela una realtà potenzialmente devastante. L’esperienza ludica può essere totalmente fagocitante da non aver più niente in comune con la sua funzione ricreativa. Così il gioco da magico può rivelarsi demoniaco.
Il momento ludico può trascinare l’uomo ,talvolta nell’arco di un’ esistenza ,talvolta con modalità più dirompenti, (ci sono storie di persone che si giocano tutto in una notte , dove sono sufficienti poche scommesse per decidere se affidare tutto ciò che si è e che si ha nelle mani della sorte) nel mondo incandescente che è tipico del gioco d’azzardo.Il mio impegno nell’affacciarmi a tale fenomeno è quello di considerarlo nei suoi molteplici aspetti , guardarlo nella globalità di una realtà antica quanto l’essere umano ma che ,da un punto di vista scientifico, è ancora ai suoi esordi. Giocatori d’azzardo lo sono potenzialmente e innocuamente tutti, in tutti albergano le stesse pulsioni di irresistibile attrazione verso il rischio contrapposte a quelle di censura e di rifiuto moralistico.Sono dinamiche che spaccano l’individuo a prescindere dalla sua patologicità.
Rischiare e azzardare emergono come componenti che evadono dallo specifico del gioco e invadono ogni aspetto della nostra vita .Il caso infatti sembra dominare la vita dell’uomo, beffando di continuo il suo bisogno di previsioni certe (Ekeland,1992).Per molto tempo ha dominato una visione del gioco d’azzardo, oltre che moralistica, elitaria, dostoevskijana ,riferita a mondi passati e diversi . Forse, proprio perchè così distante, tale rappresentazione del gioco d’azzardo ci affascina lasciandoci allo stesso tempo indifferenti.Oggi giocare d’azzardo non appartiene più soltanto a classi sociali abbienti che annoiate e aliene alla vita comune sperperano il loro denaro nei casinò. Oggi , più semplicemente e più spesso ,sono le persone come noi che dilapidano uno stipendio al bar sotto casa . Ancora oggi ,come soprattutto nota Dickerson (1984) , l’introduzione del gambling nel D.S.M. manifesta grosse lacune .Lo studio del gioco d’azzardo patologico è terreno sul quale non si incontrano pareri unanimi , a partire dai criteri diagnostici fino alla semplice definzione della categoria nosografica di giocatore d’azzardo. In letteratura l’interesse è stato rivolto soprattutto alla dimensione patologica mirando ,non senza difficoltà ,al suo inquadramento diagnostico e al suo studio come forma di addiction, recentemente però l’attenzione si è anche indirizzata verso la comprensione dell’aspetto sociale del gioco d’azzardo e quindi all’aspetto non patologico dello scommettitore occasionale e di quello abituale (Lavanco,2001).
Parlare di gioco d’azzardo vuol dire confrontarsi con un fenomeno la cui complessità e l’ambivalenza, si articola su un probabile e drammatico continuum che comprende una zona di gioco mondo mondo ricreativo Caratterizzato da divertimento e socializzazione, fino a giungere ad una deriva fatta d’abuso e di sofferenza. Si può perciò descrivere un’ampio percorso che nasce dalle origini storico-antropologiche del gioco e che nei secoli, attraverso diversi paradigmi, giunge a una visione medico-psicologica dell’azzardo. Perché dell’azzardo si può parlare come dell’eterna passione umana per il rischio, ma anche, nellla deriva della dipendenza, attraverso le più recenti prospettive terapeutiche.
Dott. Ettore Bargellini
Alcol e adolescenza
L’incontro degli adolescenti con l’alcol è un momento sempre più precoce quanto preoccupante. Le ripercussioni del consumo in età giovanile di alcolici riguardano sia la sfera fisica, che psicologica, che sociale. Sul versante fisico l’aspetto deleterio riguarda soprattutto il fatto che l’organismo dei ragazzi non possiede ancora gli enzimi necessari per elaborare l’alcol. Di conseguenza questa sostanza va ad incidere con tutto il suo impatto sui giovani, e non ancora formati, tessuti nervosi e del fegato. Sul versante psicologico gli effetti possono essere diversi, ed ovviamente hanno a che vedere con le modalità di reazione e di contenimento che i contesti attorno all’ adolescente adottano. E’ chiaro che bere alcol è un comportamento legittimato e sollecitato nella nostra cultura, di conseguenza, prima o poi, ogni adolescente stabilirà un qualche contatto con essa. Negare questa possibilità con eccessiva rigidità sarebbe forse peggio. La questione si gioca però sul versante dei bisogni psicologici e relazionali che la sostanza va ad appagare o a coprire. Una cosa è bere qualcosa ad una festa o magari per semplice spirito emulativo, un altra è bere per non sentire il peso di un disagio altrimenti insopportabile o per richiamare a se un genitore troppo assente. In questo aspetto, il contesto ( familiare e non solo) deve essere ben sintonizzato e capace di intervenire. Oltre all’informazione e alla prevenzione che gli adulti devono saper fare, è necessario leggere e comprendere quali bisogni profondi l’effetto dell’ alcol potrebbe incrociare. La famiglia, come primo sistema di riferimento dell’individuo, dovrebbe poi ” sostituire” la relazione con l’alcol con relazioni alternative ma allo stesso tempo appaganti all’interno dei propri schemi .Sono diversi anni che mi occupo, presso uno dei molti club per alcolisti in trattamento a Prato, dell’intervento su questa realtà. La mia personale esperienza mi porta a ritenere che proprio l’ approccio familiare-ecologico (Hudolin) sia tra i più incisivi ed efficaci nel sollecitare il cambiamento verso un migliore stile di vita. Questo perchè vi è un coinvolgimento dell’intero sistema che ruota attorno a chi manifesta il problema.Il cambiamento viene così sollecitato attingendo da quelle che sono le risorse di ogni membro e modificandone eventuali dinamiche disfunzionali. Questo perchè i problemi alcol correlati, negli adolescenti soprattutto, si possono leggere ed affrontare meglio all’interno dei sistemi d’appartenenza entro i quali si sviluppano e si manifestano. Questo non significa che l’adolescente non debba mettere a fuoco le proprie fragilità e modificarsi in prima persona. Dico soltanto che quando un giovane beve troppo non solo lui, è coinvolto nel problema. L’attivazione del sistema famiglia,allora, può rappresentare lo strumento migliore per capire i perchè del bere ed i come smettere.
Dott. Ettore Bargellini