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	<title>Psicologo a Prato &#187; Videogiochi</title>
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	<description>Il cambiamento non è soltanto necessario per la vita. E' la vita.</description>
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		<title>Stress: un&#8217;altro modo per affrontarlo (parte 2)</title>
		<link>http://psicologo-prato.com/2010/06/10/stress-unaltro-modo-per-affrontarlo-parte-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 11:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elcolombre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stress]]></category>
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		<description><![CDATA[Con quest’esempio vogliamo mettervi in guardia da tutti quei meccanismi mentali ricorsivi e di auto sabotaggio che tempestano la psicologia del lavoratore sotto stress lasciandolo scivolare in una condizione di solitudine e disperata coazione a ripetere. C’era una volta un ragioniere, Giovanni, al quale venivano assegnati moltitudini di incarichi e responsabilità, mentre i suoi 2 [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologo-prato.com&amp;blog=1945136&amp;post=314&amp;subd=psicologiaprato&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_317" class="wp-caption aligncenter" style="width: 465px"><a href="http://psicologiaprato.files.wordpress.com/2010/06/andrea-boyer-abw-265-2006-disegno-su-cartone-schollers-cm-294x60.jpg"><img class="size-full wp-image-317" title="Andrea Boyer, 2006, disegno su cartone schollers" src="http://psicologiaprato.files.wordpress.com/2010/06/andrea-boyer-abw-265-2006-disegno-su-cartone-schollers-cm-294x60.jpg?w=455&#038;h=281" alt="" width="455" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Andrea Boyer,2006</p></div>
<p>Con quest’esempio vogliamo mettervi in guardia da tutti quei meccanismi mentali ricorsivi e di auto sabotaggio che tempestano la psicologia del lavoratore sotto stress lasciandolo scivolare in una condizione di solitudine e disperata coazione a ripetere.</p>
<p>C’era una volta un ragioniere, Giovanni, al quale venivano assegnati moltitudini di incarichi e responsabilità, mentre i suoi 2 colleghi sembrano sempre schivare con disinvoltura e complicità ogni tipo di noia o rimprovero da parte del capo. Questo poveretto, dopo mesi di una tale vita, aveva di fronte a se due possibilità: o fare come il soggetto della vignetta chiudendosi in un carosello psicosomatico senza speranza oppure capire una cosa fondamentale:</p>
<p>La difficoltà a prendere sonno, la rabbia mal riposta, i mal di testa ricorrenti, la spossatezza cronica, l’incapacità di concentrarsi, il senso di svuotamento e disaffezione al lavoro, il desiderio sempre più urgente di piangere o fare una strage non sono soltanto un insieme incomprensibile e nefasto di sintomi. Essi sono l’ultimo, indiretto, poco consapevole modo per comunicare a chi lo circonda il  suo disagio profondo e lo sfinimento insanabile che lo pervadono.</p>
<p>Se il ragioniere trovasse la forza e la consapevolezza necessari per segnalare diversamente al suo contesto di lavoro i problemi che lo affliggono, forse i sintomi non sarebbero più l’unica ed incomprensibile voce a sua disposizione, forse chi lo ascolta riuscirebbe a dare una risposta più soddisfacente ai suoi bisogni.</p>
<p>Vi racconteremo cosa decise di fare il povero Giovanni dopo qualche colloquio di sostegno psicologico.</p>
<p>Ne parlò col suo capo che, diversamente da quanto si poteva aspettare, si era già reso conto di una <em> certa </em>difficoltà sul lavoro del suo dipendente, pur non riuscendo bene a comprendere che cosa gli stesse capitando. Si arrivò a capire che se il direttore aveva deciso di non intervenire era perché l’impiegato pareva quasi evitarlo tradendo una sorta mal celata indisposizione nei suoi confronti. Il superiore, in ragione di quell’atteggiamento, aveva preferito starsene alla larga.</p>
<p>A questo punto vi aspetterete chissà quale intervento radicale da parte dello psicologo per migliorare il rapporto tra i tre colleghi ed equilibrare i loro compiti, o magari un training tanto lungo quanto costoso per aiutare il mal capitato a sopportare meglio lo stress.</p>
<p>Niente di tutto questo! Partendo dalla considerazione che lo stress professionale può essere inteso e trattato come una forma di comunicazione che si sviluppa all’interno di un determinato contesto, l’impiegato è stato semplicemente sostenuto nel modificare alcuni dettagli nel sue abitudini comunicative e di relazione con i colleghi:</p>
<p>Una volta informato della situazione anche il direttore fu messo nella condizione di poter venire incontro alle esigenze di Giovanni. Con la scusa di “ riconfigurare la disposizione degli uffici” (ogni tanto il tecnicismo del gergo burocratico può tornare persino utile) venne cambiata la postazione a uno dei due colleghi, sostituendola con quella del nostro impiegato; inoltre, per evitare pericolose resistenze o sabotaggi da parte dei due a questo cambiamento, venne chiesto al ragionier Giovanni di investire una piccola somma  di spiccioli per migliorare il suo rapporto con loro. Considerando  le modeste capacità del ragioniere nel prendere l’iniziativa o nel sapersi relazionare, gli proponemmo di offrire per un paio di volte a settimana il caffè a entrambi i colleghi. In pratica gli si chiedeva di fare una cosa apparentemente banale; offrire dei caffè, un espediente semplice ma incredibilmente risolutivo. L’efficacia di quest’intervento sta proprio nella comunicazione. Primo: il semplice spostamento delle postazione aveva interrotto una precedente organizzazione, non soltanto dal punto di vista spaziale, ma aveva alterato il gioco di alleanze e di esclusioni specifiche di quel sistema.  Fino a quel momento i due colleghi avevano tra di loro una relazione e una comunicazione complice, diretta, certamente amichevole e solidale, ma tutto questo era limitato all’interno del loro rapporto. Da questo tipo di comunicazione era palesemente escluso il protagonista della nostra storia; la disposizione dei loro posti testimoniava la distanza e la differenza tra loro, anzi, le alimentava.</p>
<p>Secondo: l’offerta di caffè non voleva essere soltanto un gesto per farsi apprezzare dai colleghi e fargli accettare meglio quel cambiamento; ma rappresentava una vera e propria innovazione nel registro comunicativo di Giovanni. Con l’aiuto di qualche tazzina d’alcaloide il ragioniere stava passando da una comunicazione esclusivamente incentrata sul rapporto e sul conflitto professionale, ad una comunicazione informale, quella tipica di tre persone che si stanno rilassando davanti a un caffè. Durante la ricreazione infatti si usa un linguaggio più sciolto e libero, aiutando così lo stabilirsi di un rapporto più intimo e personale. Con una tazza in mano i tre, riuscirono più facilmente a sganciarsi dai soliti discorsi sul fare e sul produrre, spesso animati da competizione e sotterranea rivalità, per addentrarsi in tematiche più libere, disinteressate e confidenziali. In definitiva si stava stabilendo un tipo di comunicazione alternativa rispettò alla realtà che giorno dopo giorno si era consolidata. Nella precedente situazione ognuno era arroccato nella sua trincea, ognuno interpretava l’altro come origine del problema e a Giovanni non era rimasto che lo stress, come ultima e disperata risorsa per segnalare il duo disagio inesprimibile. Inutile dire che ampliando le sue possibilità di comunicazione e di contatto con i propri compagni di lavoro, il ragionier Giovanni vide rapidamente svanire i sintomi del suo stress.</p>
<p>A quel punto non aveva più scuse per non andare in palestra o per passare un pò di tempo con sua moglie, ma questa è tutta un’altra storia.</p>
<p>Con questo esempio si è voluta sottolineare con forza la funzione di relazione ed espressiva di ogni sintomatologia legata allo stress. Se accettiamo che lo stress non sia un virus che all’improvviso infesta il nostro corpo, ma piuttosto una serie di segni che trovano origine, sviluppo e soprattutto un senso all’interno dell’ambiente in cui si manifestano, allora possiamo cominciare a pensare che risolvere lo stress non significhi necessariamente cambiare lavoro, prendere dei calmanti o diventare più capaci nel sopportarlo. Molto spesso il sintomo diventa l’ultima carta da giocare quando non riusciamo a  “parlare con altri linguaggi”.</p>
<p style="text-align:right;">Dott. Ettore Bargellini</p>
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		<title>Infanzia e Videogiochi</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2008 13:50:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elcolombre</dc:creator>
				<category><![CDATA[Infanzia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="///tmp/moz-screenshot.jpg" alt="" /></p>
<p><a href="http://psicologiaprato.files.wordpress.com/2008/07/thumb_1163579940_pegi1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-51" src="http://psicologiaprato.files.wordpress.com/2008/07/thumb_1163579940_pegi1.jpg?w=180&#038;h=231" alt="" width="180" height="231" /></a></p>
<p>Quanto segue è l&#8217;articolo che ho scritto per una testata giornalistica specializzata in videogiochi. Vista l&#8217;attualità dello stesso volentieri lo riporto.</p>
<p>Piazza della Signoria era gremita. una moltitudine si sussurri, voci e grida. Sul volto dei bambini attoniti ed eccitati tremolava la luce del fuoco, la fuliggine come nera neve scendeva placida sulle teste degli astanti, una colonna di fumo toccava il cielo. Era una bella giornata di Maggio e correva l&#8217;Anno Domini 1498. Lo spettacolo per Firenze era il rogo di Savonarola.<br />
San Marino è una Repubblica famosa dentro le cui mura si trova il “Museo della Tortura” gita istruttiva questa. Dalla crocifissione, alla ruota, dal gatto a nove code allo schiaccia-dita. Tanti gingilli che sono serviti per straziare le carni e lacerare l&#8217;anima di dolore a tanta gente, innocente o colpevole che fosse non importa. Le torture di piazza nel medioevo erano un&#8217;attrazione, la morte era la compagnia di ogni uomo o bambino, la si trovava senza fatica dappertutto, nelle strade, nelle case, nei pensieri. Il concetto d&#8217;infanzia è relativamente moderno. Prima non esisteva e il piccolo era semplicemente un uomo in miniatura, cui non spettava nulla di più (o niente di meno) di ciò che spettasse ad un individuo formato. L&#8217;uomo è sempre simile a se stesso. La rivoluzione tecnologica, ha cambiato solamente i mezzi con cui mediare, filtrare e modificare il senso di realtà ma non ha portato nessuna evoluzione o involuzione nel costituirsi dell&#8217;essere umano. Cambia il contesto ma non l&#8217;essenza.<br />
Tutto ciò che c&#8217;era esiste ancora anche se in forma diversa.</p>
<p>Fatto questo prologo a mo d&#8217;introduzione spero di potermi addentrare adesso con calma e coscienza in quello che sarà l&#8217;argomento di questo mio scritto, ovvero la violenza nei videogiochi.<br />
Molto prima che si mettesse il suffisso “video” esistevano (e fortunatamente per qualcuno esistono ancora) i giochi, quelli da fare in strada. Quei giochi spesso erano violenti, o simulavano violenza. I bambini sanno essere terribilmente crudeli, e non hanno mediatori culturali atti a sfavorire la discriminazione: vedono un difetto e lì picchiano, stigmatizzano, offendono e allontanano. Questa è violenza psicologica, poi ci sono spesso le zuffe, i calci, i cazzotti. Questa è violenza fisica. Certo, le cose non vanno sempre così, ma spesso si. E&#8217; compito di un buon genitore insegnare il lecito ed il non lecito, ciò che è male e ciò che è bene, in sintesi è compito dei genitori in primis, e delle istituzione poi EDUCARE i bambini, dargli quello che Freud chiama super-io. E finché si tratta di qualcosa che un genitore conosce, perché ci è passato anche lui, allora la cosa è fattibile, anche se difficilissima. Quando la cosa è addirittura sconosciuta come può essere un videogioco allora la questione diventa irrisolvibile. Di qui la paura.</p>
<p>Più volte ho sentito colleghi psicologi sparare a zero sulla violenza nei videogiochi, li capisco, non sapevano ciò di cui parlavano. Più volte ho sentito redattori difendere a spada tratta i videogiochi, di fronte a qualunque attacco, li capisco, non sapevano ciò di cui parlavano. I primi parlano senza conoscere il prodotto, i secondi senza considerare le implicazioni psicologiche sugli utenti. Come scritto nell&#8217;introduzione questo è un mondo violento, governato da persone violente, e, checché se ne dica retto dalla legge del più forte. In questo mondo grondante di sangue, negli ultimi duecento anni abbiamo voluto ritagliare un posto d&#8217;onore all&#8217;infanzia, a quel periodo sacro e inviolabile che va dagli 0 ai (più o meno) 12 anni. Un&#8217;isola felice, cui non dovrebbero arrivare altro che giochi, sorrisi e zucchero. Eppure basta accendere una volta la televisione in casa per farne uscire budella e storie di turpe umanità alle prese con sgozzamenti, assassinii e guerre varie. E se provate a togliere dallo schermo la violenza e il sesso rimarrete con la stupidità e l&#8217;ingordigia (al cinema spesso non va meglio). Ma l&#8217;umanità occidentale contemporanea vuole (secondo me a ragione) che, utopisticamente almeno l&#8217;infanzia sia, quando possibile preservata da questo. Vogliono questo, ma spesso si dimenticano di fare i genitori, si scordano, che esiste anche il “no” e che questo deve essere dosato con giusto tempismo e soprattutto con grande fermezza. L&#8217;importante sembra essere che il “bambino non pianga”, perché se piange c&#8217;è da durare fatica, bisogna spiegare il perché della nostra decisione, sopportarne le grida e poi consolarlo in qualche altro modo, insomma c&#8217;è da perderci un bel po&#8217; di tempo. E ai genitori moderi proprio questo manca. Quindi hai 8 anni e vuoi GTA, Scarface o Saints Row? Bene, dopo passo dal negozio e te lo compro. Basta che tu sia felice.</p>
<p><span id="more-49"></span><br />
Ed eccoci al nocciolo della questione. Forse non lo sapete ma esiste un organo preposto alla valutazione dei prodotti (in Europa il PEGI), che può vietare un gioco ai minori, e in più si prende la briga di scrivere dietro la confezione se il gioco in questione contiene scene di sesso o di violenza o tratta di droga e così via. Ma al negoziante che deve vendere la scatola a 69 euro non interessano quei simboli e alla mamma che non vuol sentire piangere il suo pargolo non è mai venuto in mente di controllare, perché in fondo “si tratta di giochini”.<br />
La questione è una questione di IO. Se sei una persona formata, ben controllata (presumibilmente un un post adolescente), che tutt&#8217;al più si muove sul versante nevrotico del disagio psichico, sparare con gran spargimento di sangue, non intaccherà minimamente la percezione della tua realtà, non ti spingerà ad atti inconsulti, anzi, potrebbe essere anche terapeutico, un buon modo di sfogare la rabbia senza conseguenza.<br />
Ma se sei un bambino (o un adulto con tendenze psicotiche), il discorso cambia e di molto. I bambini non sanno infatti diversificare con facilità il reale dell&#8217;immaginifico, non hanno una visione delle cose che gli permetta di prendere le distanze, sono esseri in divenire, ed assorbono da dove capita informazioni, sensazioni, esperienze. Un gioco molto violento può intaccare davvero la crescita sana di un individuo più che la televisione, più che un film, perché nel gioco c&#8217;è interattività. Siamo noi che decidiamo di sparare alla testa di un altro, che vogliamo caricare la puttana in macchina, che ci fingiamo spacciatori per un pomeriggio.<br />
Con questo non dico che basti un videogioco violento a fare di un bambino un adulto disturbato ma sicuramente aiuta.</p>
<p>I genitori oggi quarantenni dovrebbero capire che i videogiochi NON sono “giochini” ma sono prodotti culturali (prodotti cioè dalla nostra cultura) e che come tali possono modificare l&#8217;esperienza di vita al pari (se non di più) di un libro o di un film, e che se compreranno un gioco vietato ai minori di 18 anni al loro figlio di 8 allora tanto vale che noleggino anche un DVD porno da vedere tutti assieme la domenica pomeriggio.</p>
<p>Dott. Cristiano Pacetti</p>
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