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Anoressia in passerella

Il termine anoressia si riferisce alla perdita di appetito, mentre nervosa indica le motivazioni emozionali del disturbo. Il termine anoressia è per lo più inappropriato in quanto molti soggetti anoressici non perdono appetito o intresse per il cibo. Anzi mentre digiunano, molti di loro manifestano una sorta di ossessione per il cibo; arrivano perfino a leggere continuamnete libri di cucina e a preparare manicaretti per la loro famiglia.
Da un punto di vista psicodinamico M. Selvini Palazzoli scrive che “il cibo non è per le anoressiche affatto negativo come cosa in sé, […] ma è amabile, desiderabile, interessante, importante, continuamente presente allo spirito […]. È l’atto di cibarsi che è divenuto angoscioso e pericoloso. Nessuna azione, neppure un delitto, assume per l’anoressica un significato di auto-degradazione e sconfitta quanto il satollarsi”. (1981, p. 83-84).
Quattro sono i criteri diagnostici per l’anoressia nervosa:
- Peso corporeo inferiore all’85% del peso normale per età e statura
- Intensa paura d’ingrassare che non si attenua neppure col forte dimagrimento
- Percezione distorta del proprio corpo
- Nei soggetti di sesso femminile lo stato di emaciazione estrema causa spesso amenorrea (interruzione del ciclo mestruale)
Il D.S.M. IV distingue due tipologie di anoressia nervosa, una definita come sottotipo con restrizioni dove il decremento ponderale è dovuto a restrizioni alimentari; l’altra chiamata sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione in cui il paziente fa seguire a grandi abbuffate condotte di tipo eliminatorio come procurarsi il vomito o prendere forti quantità di lassativi.
Fin qui la la descrizione, sempre più spesso però sulle passerelle delle grandi firme della moda si vedono “arrancare” donne che non hanno niente di sano e, cosa ben più grave, che si pongono come modelle/modello per le coetanee. So di non dire niente di nuovo, so che questo argomento viene ciclicamente trattato in tv, tra un’intervista e una ricetta, ma ogni volta lo stupore mi sovrasta. Come mi sorprende che la moda si sorprenda (perdonate il gioco di parole) del successo di ogni nuova testimonial un pò più in carne rispetto alle colleghe.
Dott. Cristiano Pacetti
Uscire dalla depressione

Pubblichiamo il testo dell’itervista al dott. Ettore Bargellini che Radio Fiesole ha mandato in onda venerdì scorso:
Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il Dottor Ettore Bargellini, dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia, buongiorno dottore. Buongiorno a lei.
Dottore sappiamo che la depressione è un disturbo assai complesso, potrebbe darcene una spiegazione Possiamo definire la depressione come un persistente abbassamento del tono dell’umore che spesso si accompagna a perdita dell’interesse e di piacere nello svolgere le diverse attività che di solito le persone portano avanti. Voglio precisare che il nostro stato emotivo è normalmente esposto a continue variazione che, in base a quello che ci accade, può oscillare da emozioni più o meno tristi ad emozioni di segno positivo. Quello che sto dicendo, e che vorrei far capire a chi ci ascolta, è che è del tutto normale provare una sincera tristezza e demotivazione dopo un licenziamento, un evento traumatico o dopo una qualsiasi piccola o grande delusione. Di solito con un po’ di tempo e volontà le persone riescono a superare da sole questi momenti. Quando invece parliamo di Depressione abbiamo a che fare con una realtà clinica che va ben al di là, per durata ed intensità, di una normale flessione del tono dell’umore.
Può aiutarci a capire quando abbiamo a che fare con uno stato depressivo vero e proprio? Guardi la prima caratteristica da tenere presente è la PERSISTENZA , cioè quando la tristezza, l’apatia, la mancanza di voglia e di iniziativa, l’angoscia, le anomalie nel sonno e nell’alimentazione continuano ad insistere nella persona nonostante il passare del tempo. Altra caratteristica fondamentale è la così detta pervasività, cioè quando l’atteggiamento tipicamente depresso, rinunciatario, svalutante, apatico non è circoscritto ad una specifica situazione ma progressivamente tende ad investire ogni aspetto della vita della persona. Quando le relazioni, gli affetti, i progetti della persona sembrano perdere ogni valore ed attrattiva, quando tutto appare inutile e pesante allora, con ogni probabilità, abbiamo a che fare con uno stato depressivo. A questo punto è quindi indispensabile agire tempestivamente e terapeuticamente.
Quindi la depressione può essere curata? Esattamente. Dalla depressione si può uscire e l’intervento psicoterapeutico rappresenta una modalità indispensabile ed efficace per aiutare le persone a capire l’origine ed il senso del loro dolore e a trovare,assieme allo psicoterapeuta, la forza per affrontarlo. Può spiegarci un po’ meglio come? Vede, la parola che forse rappresenta meglio la depressione e che spesso i pazienti riportano è DOLORE. La depressione infatti è una sorta di dolore profondo che può offuscare e paralizzare la persona. Questo dolore spesso trova origine in una qualche forma di perdita, di lutto, di delusione di ferita che la persona porta con sé. La terapia in fondo non fa altro che sostenere il paziente a dare voce al proprio dolore e quindi affrontarlo attraverso nuove risorse ed una nuova scrittura. Chi soffre di depressione invece è continuamente insidiato dalla tentazione di arrendersi, spesso si rassegna a rimanere imprigionato in questa condizione, o nel migliore dei casi a sedare i morsi di questo male di vivere sotto l’effetto dei farmaci. La psicoterapia allora rappresenta una via d’uscita da una realtà solo apparentemente cronica. Perché ogni dolore per quanto grande si può superare solo se troviamo la forza ed il coraggio per attraversarlo. ( e questo la persona depressa da sola fa fatica a farlo).
Quindi premessa indispensabile per uscire dalla depressione , è quella di volerla affrontare? Certo, questo può sembrare facile ma spesso non lo è? Affrontare il proprio dolore può spaventare, spesso viene rimandato o visto come qualcosa di non modificabile, a volte ci si appella a improbabili spiegazioni genetiche o costituzionali, altre ancora si pensa che sia un fattore di carattere e perciò definitivo. Tutto questo rappresenta un rischio per la persona depressa perché significa rassegnarsi al proprio dolore e rinunciare a trovarne un senso ed una soluzione. Guardi la motivazione ad affrontare la depressione è un fattore così importante che spesso dico ai pazienti che vedo per la prima volta e che mi chiedono quanto durerà la terapia: Se lei ha trovato la motivazione per venire in terapia ed affrontare il suo disagio, allora ha già fatto metà percorso per cambiare le cose.
A questo punto non rimane altro che salutarla e ricordare ai nostri ascoltatori che potranno parlare direttamente con lei o con gli altri specialisti dello studio di psicologia dell’individuo e della famiglia, contattando il numero 0574 – 186121.
Attacchi di Panico

Quella che segue è la sbobinatura di un’intervista radiofonica registrata per Radio Fiesole 100
- Salve
Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?
- Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.
E in quel caso che succede?
- Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.
Quali sono questi sintomi?
- La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, depersonalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.
Sembra un disturbo molto serio
- E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.
Ed è così?
- No che non è così.
Ma se ne può uscire e se sì, come?
- Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause. Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.
Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.
- So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole. La nostra esperienza dimostra, che nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.
Il nostro studio infatti può avvalersi di strategie integrate che mirano ad ottenere i migliori risultati nel minor tempo possibile.
Una domanda sull’Ipocondria

Ci è stata sottoposta una domanda riguardo l’ipocondria.
Nel seguente articolo oltre ad informazioni di carattere generale e descrittivo, proverò ad introdurre anche alcuni spunti interpretativi per tale condizione.
Domanda: E’ da circa un anno che mi sento teso e preoccupato di avere qualcosa che non va, dopo un anno di visite mediche di vario genere mi è stato detto che “ e’ SOLO IPOCONDRIA” come se la cosa mi potesse aiutare in qualche modo, potrebbe darmi qualche informazione in più?
Ringraziando in anticipo vi saluto.
I.I.
Risposta: Non è raro che dopo lunghi peregrinaggi da uno specialista all’altro senza ricevere né una diagnosi precisa né una risposta rassicurante , venga suggerita al paziente l’ipotesi di una generica “ipocondria”. Nel peggiore dei casi ci si può sentire liquidati da un’altrettanto generico “ Non si preoccupi lei è soltanto un po’ stressato”.Comunque dando per scontato che l’indicazione da lei ricevuta sia corretta, il nodo centrale del problema non ha tanto a che fare con l’essere affetto da una qualche malattia ( cosa che va in ogni modo verificata) ma con l’ansia e la preoccupazione di poterlo essere.
Capisco quanto possa essere spiacevole la sensazione di essere malati e non riuscire a trovare in chi ti dovrebbe aiutare una soluzione rapida e convincente.
Nella condizione ipocondriaca è come se la persona avesse la paradossale necessità di sentirsi dire che è malata per poter tirare un sospiro di sollievo.
L’ipocondria infatti viene definita come il timore , e a volte la convinzione, da parte del soggetto di essere affetto da un qualche tipo di malattia che però non viene riscontrata da un punto di vista strettamente medico.
Ciò che risulta importante sottolineare è che non si tratta né di simulazione, né di menzogna da parte del soggetto il quale si trova effettivamente a soffrire un insieme di disagi che ne minacciano l’autonomia, le relazioni ed il lavoro.
Molto frequentemente la persona trascorre il suo tempo in uno stato di allerta, sempre attenta a rilevare anche il più piccolo ed insignificante cambiamento corporeo, spesso interpretandolo, dopo lunghe e sofferte ruminazioni,come segni inequivocabili di patologia.
Con il tempo, la convinzione di essere affetti da qualche male non trova più conferma da parte dei medici e dei familiari,facendo sentire la persona sola, incompresa ed indifesa nei confronti della propria sofferenza.
A volte l’assidua frequentazione di medici, la lettura di riviste di settore, rende queste persone dei pazienti molto preparati ed esigenti.
Di conseguenza possono non accontentarsi di una semplice visita generica e delle rassicurazioni del proprio medico sulla loro salute, spesso continuano in una disperata ricerca della loro patologia attraverso visite ed analisi specialistiche sempre più approfondite.
Altro aspetto paradossale e complicante dell’ipocondria è che al momento in cui il medico, credendo di rassicurare il proprio paziente, comunica che non c’è niente di cui preoccuparsi, il soggetto può sentirsi deluso e trascurato da chi dovrebbe aiutarlo a guarire.
È chiaro che la persona ipocondriaca è vittima di una sequenza circolare ed auto rinforzante di eventi che irrigidiscono la sua situazione e sembrano impedire una via d’uscita:
MI SENTO MALATO E MOLTO ANSIOSO perché NON CAPISCO COSA POSSA ESSERE → MI RIVOLGO AD UN MEDICO PERCHE’ POSSA AIUTARMI→ QUESTO INVECE AUMENTA I MIEI DUBBI E LA MIA SENSAZIONE DI IMPOTENZA E RABBIA→ I SINTOMI ANSIOSI SI ACUISCONO ASSIEME ALLA PERCEZIONE DI DEBOLEZZA E FRAGILITA’………E IL CICLO SI RIAVVIA.
E’ ovvio che se questa sequenza di eventi non viene interrotta la persona difficilmente riuscirà da sola a risolvere le sue difficoltà
Un intervento psicoterapeutico in questo caso aiuta innanzitutto a spostare il fuoco dell’attenzione dalle presunte cause organiche del sintomo alle dinamiche psicologiche e relazionali sottostanti.
Spesso dietro al controllo che la persona cerca di esercitare sul proprio corpo e sulle sue reazioni si può celare la necessità di controllare e ricevere le attenzioni dalle persone che stanno più vicine al soggetto.
Come ogni altro sintomo l’ipocondria ha un suo significato ed una sua funzione se collocato all’interno della storia del paziente e del contesto in cui vive.
In molti casi la condizione di malato blocca il sia il soggetto che le persone che gli stanno attorno, magari “proteggendolo” da situazioni che non vorrebbe o non può affrontare.
La psicoterapia , una volta escluse le possibili cause mediche, può certamente aiutare le persone con tratti ipocondriaci ad intraprendere un cammino verso una maggiore autonomia. Tale “sentiero” potrebbe addirittura richiedere più coraggio che farsi diagnosticare una malattia.
Freud e la cocaina

Quella che segue è l’introduzione scritta dal dottor Bargellini per una nuova edizione di un vecchio classico della psicoanalisi ovvero: “Sulla Cocaina” di S. Freud. Nella speranza che possa stimolare la vostra curiosità alla lettura.
Se escludiamo l’alcool sniffare, fumare, assumere cocaina rappresenta adesso la modalità più comune per accedere a stati di alterazione psicofisica . La cocaina non è più esclusiva degli strati abbienti della società, non è appannaggio di fotomodelle o imprenditori, oggi la polvere bianca si trova raccolta in “pezzi”, appallottolata in piccole confezioni di cellofan nelle tasche della gente comune, nelle borsette delle signore, nelle mutande degli spacciatori, negli zaini degli studenti, nella cassaforte dei politici, ovunque. L’hanno beccata disciolta nelle acque dell’Arno in percentuali imbarazzanti, ce ne sono residui nella maggior parte delle banconote che maneggiamo (non tutti si possono permettere il foglio da cento come Scar face), viene scaldata, poi la si frantuma (di solito con la stessa carta di credito utilizzata per prelevare i soldi) suddivisa in strisce o “botti”, poi si tira su. Sniff, da una narice, sniff ,dall’altra. Ecco fatto, niente aghi, nessuna traccia di sangue, nessun rischio di contrarre sindromi nefaste, nessuna stigmate sociale da eroinomane, se mai l’illusione di appartenere ad una folta schiera di personaggi tra i quali si possono certamente riconoscere vip, attori, calciatori, presidenti, insomma quelli che ci vengono reclamizzati come vincenti. Farsi di cocaina oggi è terribilmente semplice e a buon mercato, e sebbene si assista ad un crescente allarme e presa di coscienza attorno ai rischi connessi a questa sostanza, il fenomeno cocainomania continua la sua inesorabile espansione. Ma come si è arrivati a tutto questo? Ma la coca non era una pianta sudamericana utilizzata e masticata dalle popolazioni indigene durante le loro ritualità? Ma chi diamine ce l’ha portata dalle nostre parti? Vi sorprenderà sapere che tra i primi sostenitori e diffusori dell’alcaloide in occidente possiamo placidamente riconoscere il veneratissimo Sigmund Freud. Quella che segue è una breve prefazione de me scritta per una ri-edizione del celebre saggio freudiano Uber Coca, sua prima, inestimabile pubblicazione. “Nella mia ultima depressione ho fatto uso di cocaina e una piccola dose mi ha portato alle stelle in modo fantastico. Sto ora raccogliendo del materiale per scrivere un canto di preghiera a questa magica sostanza” Tali entusiastiche parole non appartengono a nessuna rock star degenerata né sono riconducibili ad uno dei tanti tossici durante la sua luna di miele con la sostanza. Può apparire paradossale, ma questa non è una lettera appassionata firmata Diego Armando Maradona, trattasi invece di un prezioso carteggio intrattenuto dal Dottor Sigmund Freud con la sua signora: Martha Bernays . A Vienna correva l’anno 1884. Dovrà ancora passare del tempo prima che Freud incominci a frequentare le pionieristiche lezioni del Professor Charcot presso l’università della Sorbona, ancora non è al corrente dei fenomeni ipnotici e dissociativi, l’isteria non rappresenta affatto il centro dei suoi interessi,ergo teoria e metodo psicoanalitici sono ben lungi dall’essere partoriti. Possiamo serenamente dire che all’epoca il giovane dottore, né aveva trovato una precisa collocazione all’interno del panorama medico – scientifico, né era riuscito dare alla sua vita professionale e di coppia sufficiente stabilità. Certo niente di paragonabile alle difficoltà che un giovane di oggi deve incontrare per poter guardare al futuro con un minimo di tranquillità, ma è certamente interessante notare come l’incontro del padre della psicoanalisi con la cocaina va a collocarsi in una fase non facile e turbolenta della sua vita.
Si laurea con sensibile ritardo in medicina (1881) e si trasferisce Inghilterra, poco dopo torna a Vienna dove si dedica alla studio e alla ricerca in zoologia. Quest’ultima disciplina lo lascia piuttosto insoddisfatto, decide allora di cambiare e concentrare i suoi sforzi nella fisiologia. In questo periodo della sua esistenza si applicherà alle seguenti branche mediche: neurologia, istologia, dermatologia, persino l’oftalmologia riuscirà a solleticare i suoi interessi. Ad ogni modo il successo ed i riconoscimenti ai quali Freud sarà destinato non si concederanno mai attraverso queste materie. E se dal punto di vista professionale la situazione non si è ancora del tutto definita, il giovane sembra avere non trascurabili fragilità anche sul versante mentale. Come è noto a quel tempo Freud soffriva di depressione, fatica cronica ed altri sintomi di natura nevrotica. E’ quindi legittimo pensare che il rapporto dell’autore con la sostanza andasse ben al di là di un semplice interesse scientifico per essa, e che la cocaina rappresentasse piuttosto un possibile rimedio ai suoi disagi. Non a caso Freud si rivolge così alla fidanzata in una lettera del 21 Aprile del 1884: “Ho letto della cocaina (….) Me ne sto procurando un po’ per me e poi vorrei provarla per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…”
Giusto un consiglio…
Vorrei in questo breve articolo fare chiarezza una volta per tutte su quella figura, spesso pubbicizzata su elefantiaci manifesti anche nella nostra città che risponde al nome di Counselor, ovvero l’esperto di couselling psicologico.
Lo psicologo uscito dall’Università ha dovuto studiare almeno 5 anni, farsi un anno di tirocino e sostenere l’esame per l’iscrizione all’albo. Lo psicoterapeuta dopo l’iscrizione all’Ordine (dei medici o degli psicologi) diventa tale dopo altri 4 anni di studio (più vari tirocini).
Counselor lo si diventa dopo 3 anni di corso. Il counselor deve svolgere un lavoro diverso da quello dello psicologo e dello psicoterapeuta. IL COUSELOR NON PUÒ FARE TERAPIA. L’Ordine degli Psicologi della Toscana a questo proposito ricorda che: “[...] occorre ricordare che spesso i promotori di corsi di “counselling” di varia declinazione sostengono che gli stessi non hanno la funzione, né tantomeno la possibilità legale, di trasmettere competenze e tecniche di natura psicologica, essendo tale aspetto appannaggio esclusivo della nostra professione; questa è la stessa posizione sostenuta dai colleghi che insegnano nei corsi di counselling, in quanto essi sono vincolati dall’articolo 21 del nostro Codice Deontologico: “Lo psicologo, a salvaguardia dell’utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche. È fatto salvo l’insegnamento agli studenti del corso di laurea in psicologia, ed agli specializzando in materie psicologiche “.
Quindi, nell’interesse degli utenti e per favorire una reale cultura del benessere psichico informatevi prima di rivolgervi ad uno specialista, pretendete di conoscere i suoi titoli e denunciate chi fa ma non potrebbe.
Dott. Cristiano Pacetti
Psicologo e Psichiatra: meglio collaborare
Sebbene lo psicologo e lo psichiatra siano professionisti con percorsi formativi e modalità d’intervento diverse è ormai totalmente superato lo stereotipo che vorrebbe le due figure in antitesi tra loro. Troppo spesso si è ritenuto che l’intervento dello psicologo sia del tutto scisso ed alternativo a quello dello psichiatra. Non è difficile sentirsi dire dalle persone ,anche dai medici, frasi del genere: “lo psichiatra è quello che ti imbottisce di psicofarmaci, lo psicologo invece è quello che parla. Tutto questo, oltre che falso, rappresenta un’idea fuorviante e controproducente per i pazienti. Tale imprecisione infatti ha portato nel tempo ad una visione frammentaria, dicotomica, sia della salute mentale, sia degli interventi per promuoverla. Insisto nel ribadire che l’approccio di stampo medicale- farmacologico, caratteristico della psichiatria, non esclude quello di carattere dialogico - interpretativo tipico dell’intervento psicologico. Numerose evidenze scientifiche, oltre che all’esperienza clinica, dimostrano come molte diagnosi rispondano in tempi più brevi e con risultati più duraturi nel tempo quando l’intervento di tipo farmacologico viene integrato con quello psicologico. Spesso l’urgenza sintomatologica più acuta ed invalidante può essere contenuta attraverso il rimedio farmacologico, esso però non deve rappresentare l’unica risposta al disagio. Durante il mio lavoro come psicologo a Prato mi è spesso capitato di collaborare, con ottimi risultati e con grande soddisfazione, con psichiatri e medici di base. L’immagine che spesso utilizzo per rappresentare la nostra collaborazione è quella della staffetta: può capitare infatti che molti pazienti si siano rivolti, come primo approccio ai propri disturbi, allo psichiatra il quale dopo una valutazione diagnostica ed un attenuamento dei sintomi può lasciare il testimone allo psicologo. Così mentre quest’ultimo lavorerà con il paziente per capire e risolvere i meccanismi psichici alla base delle sue sofferenze, il primo si muoverà sullo sfondo, aiutando il paziente nel progressivo scalaggio del farmaco evitandone la dipendenza fisica e psichica.
Dott. Ettore Bargellini
Psicologia e malattie reumatiche.
Riportiamo alcuni celebri articoli a sostegno di un’ approccio multidisciplinare per la cura ed il sostegno dei pazienti Reumatici. Le evidenze scientifiche, a cui siamo felici di poter aggiungere anche il nostro studio, dimostrano come la componente psichica, non solo quella strettamente fisiologica, sia uno dei fattori scatenanti per l’insorgere di molti disturbi autoimmuni. In questa prospettiva l’intervento di tipo psicologico rappresenta certamente una valido strumento per aiutare i pazienti a raggiungere un livello più soddisfacente di adattamento migliorandone la qualità della vita.
I cinque tratti comuni nella personalità di persone affette da artrite reumatoide.
La gente che soffre di artrite reumatoide si trova in uno stato di tormento interiore; è probabile che sia eccessivamente cosciente del male, timorosa della critica, depressa con frequenza e con una cattiva immagine di sé stessa, dice il Dr. Robert Fathman, psicologo clinico di Dubli, Ohio. Lui e il medico Norman Rothermich, emerito professore presso l’Università Statale dell’Ohio, a Columbus, intrapresero uno studio per valutare i tratti di personalità di pazienti con artrite reumatoide.”Scoprimmo che hanno una personalità che li induce a sforzarsi eccessivamente ad essere gentili con gli altri, a non appoggiarsi sugli altri per cercare un sostegno emozionale e ad immagazzinare cose nel loro interiore, specialmente la rabbia” – spiega il dr. Fathman. E’ notevole la loro conformazione con questi tratti, che sembrano precedere al male invece di esserne il risultato.
Dicono: “tutto va bene”; ma non è così. Molti pazienti affetti da artrite reumatoide sono passati inoltre per una situazione prolungata di tensione o rabbia durante la loro vita, continua il dr. Fathman. Ma questa è gente che dirà che tutto è perfetto anche quando tale affermazione dista molto dalla verità.
“Una donna disse all’inizio che suo marito era meraviglioso – ricorda lo stesso medico ; ma quando cominciai a farle più domande, le lacrime cominciarono ad affiorirle agli occhi e confessò che prima di uscire per una passeggiata doveva sottomettersi ad una ispezione. Il marito prendeva un pettine per darle gli ultimi tocchi ai capelli, o le diceva quello di cui aveva bisogno per apparire meglio prima di uscire con lui. Il marito era molto “controllatore” e lei gli aveva permesso di esserlo.”
In ultima analisi, avverte il dr. Fathman, queste persone hanno tanta rabbia repressa, che “le divora”.
“La rabbia va contro la persona stessa ” e in questo caso, il simile può essere autentica realtà. Si considera che l’artrite reumatoide è una malattia autoimmune, in cui detto sistema va contro il corpo.
Rapporto tra psiche e malattie autoimmuni
La nostra esperienza di ricerca e clinica all’interno del reparto di reumatologia di Prato, ci ha permesso di approfondire i determinanti rapporti tra psiche, comportamento, sistemi nervoso, neuroendocrino e immunitario. Per attività neuroendocrina si intende la capacità del sistema nervoso di secernere sostanze (ormoni) che, immesse nel circolo sanguigno andranno ad agire su organi e cellule di altre parti del corpo.
Le ricerche hanno evidenziato come la psiche e i grandi sistemi biologici (ormonale, nervoso, immunitario), lavorano in sinergia in influenzandosi a vicenda grazie a numerose vie di comunicazione bidirezionali.
Queste vie sono rappresentate sia dai nervi, sia da numerose sostanze prodotte e riconosciute dalle cellule dei diversi sistemi che costituiscono il linguaggio attraverso cui essi comunicano. Si notato infatti che le cellule del sistema immunitario hanno recettori per le sostanze prodotte dal sistema nervoso che in tal modo regola la funzione immunitaria. Le cellule immunitarie d’altra parte producono sostanze importanti nei fenomeni infiammatori (citochine) che una volta raggiunto il cervello, sono in grado di influenzare l’umore, il pensiero, il comportamento.
Varie molecole agiscono nei vari sistemi (nervoso ormonale e immunitario) venendo spesso solo artificiosamente assegnate all’uno o all’altro. Ad esempio alcune cellule del sistema immunitario non solo sono sensibili, ma anche producono una molecola importante per lo sviluppo e le funzioni del sistema nervoso (il fattore di crescita nervoso NGF) il quale ha importanti effetti anche sull’immunità, sulle infiammazioni e la riparazione dei tessuti.
Tutto ciò spiega i meccanismi che sono alla base di circostanze note da tempo come ad esempio il fatto che eventi stressanti, in particolare di perdita, deprimono la funzione immunitaria o che l’isolamento psicosociale è predittivo di una maggiore probabilità di contrarre malattie e di mortalità per tumore, malattia cardiovascolare e una moltitudine di altre cause. Di contro relazioni personali di supporto hanno un effetto benefico sull’immunità e la salute. (continua…)
Attention Deficit Hyperactivity Disorder
Il Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattivita’ (Attention Deficit Hyperactivity Disorder (ADHD) insorge di norma nella prima infanzia, prima dei sette anni, e per poterlo diagnosticare deve mantenere il quadro sintomatologico per almeno 6 mesi. Secondo il DSM IV (il manuale di riferimento per gli psichiatri) esistono tre possibili varianti di questo disturbo:
1) ADHD a predominanza di iperattivita’ e impulsivita’, cui manifestazioni principali sono l’essere irrequieto, non riuscire a restare seduto in classe, correre di qua e di la, arrampicarsi, difficolta’ a impegnarsi nel tempo libero, difficolta’ ad aspettare il proprio turno, etc.
2) ADHA a predominanza di disturbi dell’attenzione: spesso il bambino non riesce a mantenere l’attenzione nei compito o nelle attività propostegli, ha difficoltà ad ascoltare quando gli si parla direttamente, è facilmente distraibile da stimoli esterni, etc.
3) Tipo misto: un mix di quanto sopra.
Questi bambini “terribili” vengono come già scritto, curati in America con degli psicofarmaci, al fine di riportargli a degli standard societari più accettabili senza cambiare i modi di rapportarsi dei genitori ai loro figli, semplicemente si “cambia” il figlio. Senza mettere in discussione il programma scolastico o il metodo d’insegnamento (magari non così interessante nell’epoca della velocita’) si dosa una pillola e si aspetta che il “piccolo barbaro” si plachi. Io credo che qualunque comportamento sia in parte figlio del contesto (dell’ambiente) e in parte frutto della persona, nel caso di un bambino la sua plasticità, il suo essere in divenire, dovrebbe essere elemento sufficiente per far sì che la soluzione fosse cercata in chi ha d’intorno, non in lui. Che si torni a fare i genitori e gli insegnanti come si deve è certo più difficile che apporre una firma su una ricetta medica.
Dott. Cristiano Pacetti


