Posts filed under 'Psicoterapia'
Psicologia e Malattia Reumatica
Quella che troverete in allegato a questo post, è il frutto di due anni di lavoro presso il reparto di reumatologia dell’ospedale di Prato, sotto l’egidia dell’Associazione Toscana Malati Reumatici (A.T.Ma.R.). Siamo molto felici di poter condividere con chi vorrà questa versione “semplificata” di una ricerca certamente innovativa e, speriamo per voi, interessante.
Per poter scaricare il PDF cliccate Ricerca Atmar.
dott. Cristiano Pacetti & dott. Ettore Bargellini
Add comment luglio 20, 2010
Psicofarmaci: una breve introduzione

Andy Warhol, 1983
Proprio perchè gli psicofarmaci non rappresentano il rimedio esclusivo o definitivo per il trattamento delle diverse manifestazioni di patologia mentale, mi sembra giusto rimandare il lettore ad alcune informazioni indispensabili. Ogni persona, non solo il clinico, dovrebbe possedere alcune conoscenze basilari riguardo una categoria farmacologica così diffusa e potenzialmente pericolosa. Più volte è stato ribadito come il farmaco rappresenti un valido sostegno solo se saputo somministrare e saputo togliere al giusto momento. Il rimedio farmacologico infatti, a differenza di una psicoterapia, non restituisce senso alle nostre sofferenze. Le due strategie ( farmacologica e psicoterapeutica) possono e devono sapersi integrare. Proprio per questo motivo , suggerisco la lettura di questo articolo di Michele Conte. Il testo è semplice e ben fatto, segue uno stile divulgativo ma certamente non superficiale.
Scarica il PDF: Gli psicofarmaci
Dott. Ettore Bargellini
Add comment ottobre 28, 2009
Il disagio della civiltà (2)

D. Hopper, morning sun
Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.
Freud, infatti, non ha mai inteso legittimare una società costruita sulle fantasie d’onnipotenza alle quali l’individuo vorrebbe anelare. Questa sarebbe nient’altro che una prospettiva regredita alla fase orale, quella del tutto e subito, dove l’adulto, come un bambino tiranno, si dimostrerebbe incapace d’integrare al principio di piacere quello più evoluto di realtà.
In ogni caso, noi, uomini civilizzati, non siamo diventati esattamente così. La nostra civiltà ha preso un’altra e più sofisticata direzione, ed è proprio qui che le parole di Freud assumono un senso tragicamente profetico. Lo psicanalista introduce uno scenario nel quale il soggetto potrebbe perdere ogni volontà d’espressione della sua natura, sostituendo all’essere felice, un aborto: la riduzione dell’infelicità. Questo, inutile negarlo, è un’autoinganno, un meccanismo difensivo utile al sano come il delirio al folle. Nonostante il passare del tempo, Freud vorrebbe ancora metterci in guardia da un vecchio equivoco, quello slittamento, più o meno consapevole, che ci fa prendere per piacere la sopportazione della sofferenza.
Certo, questa prospettiva potrà lasciarti pesanti strascichi di frustrazione culturale, ma contemporaneamente ne saggerai il prodigioso effetto disincantatore. Ti sarà più facile scorgere nell’ammiccamento costante alla libertà di fottere e consumare o nell’immagine d’individui sempre capaci di scegliere e di godere i frutti che la civiltà mette a disposizione, nient’altro che un grande sedativo.
Ecco cosa vedrebbe ancora Freud e che, ne sono certo, potresti scorgere anche tu. La civiltà odierna, come quella di un secolo fa, impegnata a fornirci strumenti per rendere più tollerabile il compromesso con la nostra dimensione perennemente svuotata e inappagata. La nevrosi origina dunque dal paradosso al quale è esposto l’uomo moderno. Istituzione, religione, arte o scienza, possono rivelarsi le mura edificate dalla cultura per arginare le forze primitive che si agitano dentro e fuori l’individuo. Ma, mentre il re si arrocca in un castello inespugnabile, i suoi sintomi non possono far altro che ricordargli quanto sia solo e paralizzato.
Purtroppo, nella fretta di difendersi, l’uomo non ha potuto progettare vie di fuga, eccetto qualche feritoia (i sintomi nevrotici) o la demolizione dell’intero edificio (la psicosi).
A questo punto spetta come sempre a te, lettore caro, scegliere dove collocare Freud e le sue idee. Rammenta però, prima del rogo o della beatificazione, che per l’analista, le voragini dell’inferno come quelle dell’inconscio, non hanno mai rappresentato un confine invalicabile.
Già nel febbraio del 1914 si congederà così da alcuni suoi contestatori incoraggiando altre intelligenze a seguirlo.
“..che il fato riservi una comoda ascesa a tutti quelli per cui il soggiorno negli inferi della psicoanalisi sia diventato sgradevole. A noialtri sia concesso di portare a termine in pace il nostro lavoro nel profondo.” (Vedi Per la storia del movimento psicoanalitico (1914), Biblioteca Boringhieri N.11, p.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment ottobre 23, 2009
Il disagio della civiltà (1)

Di seguito Vi propongo alcune riflessioni sull’opera freudiana: il disagio della civiltà.
Troppo spesso si tende a considerare l’impianto teorico di Freud come esclusivamente rivolto alle dinamiche psichiche individuali. Questo interessante saggio ha il merito di allargare la prospettiva sulla complessa relazione uomo – società. Come sempre l’autore sa colpire e scavare nel profondo.
Buona lettura
Immagina, caro lettore, il fantasma di Sigmund Freud, gettare il suo occhio clinico e sulla civiltà di oggi. Diciamo che al padre della psicanalisi è venuto in mente di verificare se i disagi sofferti dalle sue vecchie pazienti (per la maggior parte erano donne) siano gli stessi che ancora adesso affliggono il genere umano e forse anche te. Il dottore vuole inoltre sincerarsi che le sue argomentazioni, sul rapporto tra uomo e civiltà, siano sempre attuali e attendibili. Capirai più tardi da dove lo spirito del primo psicoanilista osserva il nostro mondo. Forse dal paradiso dei lungimiranti, dove seguaci ed estimatori l’hanno sempre elevato, forse dal girone degli eretici e blasfemi, dove qualcuno l’avrebbe voluto cacciare volentieri dopo aver letto di un testo così irriverente.
Con ogni probabilità l’autore resterebbe sorpreso nel constatare l’evoluzione e la diffusione dei disturbi mentali. Nel suo studio si erano per lo più presentate giovani donne borghesi e frustrate. Allora erano isteriche, pazienti designate da una società dominata da severe imposizioni e protocolli comportamentali. I loro sintomi erano l’unico compromesso tra un Super-io castrante e la componente più intima e vorace della psiche umana: l’Es.
La psicopatologia moderna ha visto praticamente sparire quel tipo di quadro clinico, i rari casi che ancora resistono hanno dovuto cambiare almeno il nome. Oggi dobbiamo chiamare quel male, disturbo da conversione, isteria era “troppo freudiano”.
Ma se l’isteria non dev’essere neppure diagnosticata, nel frattempo la nosologia psichiatrica annovera centinaia di declinazioni attraverso le quali la mente può urlare la sua insofferenza al mondo. La depressione si è aggiudicata il titolo di male del secolo, gli psicofarmaci detengono il primato nelle vendite medicinali e, quel tentativo di rivolta che è la psicosi, al quale Freud aveva dichiarato la sua impotenza, è diventata una tra le reazioni umane più frequenti quanto irrisolte.
Detto questo sarebbe un errore se tu, alla luce di quest’epidemiologia, ritenessi il tentativo freudiano di comprendere e risolvere i conflitti psichici, sostanzialmente fallito, immaginandoti un Freud deluso.
Sicuramente il neurologo viennese guarderebbe alla nostra triste e complessa civiltà con interesse e un certo orgoglio; è di fatto stato lui il primo a spingersi con metodo oltre il puro e semplice dato fisico della sofferenza psichica, aprendo la strada a tutte le successive teorie e classificazioni della mente.
Immaginati quindi il dottor Freud concentrarsi, non tanto sulla dimensione individuale e intrapsichica dei conflitti umani, ma allargare la sua prospettiva sulla nostra intera società. In effetti una necessità simile l’aveva già avvertita intorno al 1829, quando pubblicò, per l’appunto, il saggio che stringi tra le mani.
A differenza della maggior parte dei suoi lavori, dedicati alle dinamiche contrastanti che si giocano all’interno di ogni psiche, qui l’autore si riferisce alla responsabilità e all’impatto che l’istanza socioculturale ha sulle vicissitudini mentali. Com’è noto l’autore riconobbe nella funzione regolatrice, repressiva e superegoica della civiltà di allora un elemento di conflitto con la natura pulsionale umana. Da qui, l’inevitabile disagio.
Ma che razza di mondo potrebbe osservare oggi Freud?
Come conciliare le teoria freudiana, che vuole un individuo addomesticato nell’aggressività e libidicamente represso, al massimo sublimato, con quello che è diventato il nostro contesto?
In un epoca dove in apparenza sembriamo pienamente liberi di autodeterminarci, dove sesso e ostentazione di forza imperversano incontrastati, quest’opera potrebbe seriamente rischiare di essere smentita.
Volendo essere brutali, tu lettore, potresti obiettare:
<<Ma com’è possibile sentirsi repressi ora che si può fare quasi tutto?>>
Ecco che finiresti per sottovalutare la potenza e l’attualità di questo saggio.
(continua)
Add comment ottobre 22, 2009
Disturbo dell’erezione: Diffusione, descrizione, cura.

Il disturbo dell’erezione è una delle relata cliniche sessuali più diffuse ed allo stesso tempo trascurate nell’uomo. Come spesso accade l’aspetto sessuale si incrocia con importanti elementi di tipo psicologico. Una recente ricerca sottolinea che più della metà (63%) degli uomini che richiedono una terapia per un disturbo dell’erezione hanno uno o più disturbi psicologici associati. Le sindromi più frequenti sono disturbo depressivo (25%), disturbo d’ansia (quasi il 12%), disturbo depressivo ansioso (7%), disturbi di personalità (6%), disturbo psicotico (4%) e il 10% rimanente con “altri disturbi”. Bisogna ricordare che però che la durata e la gravità del disturbo dell’erezione non sono indici della probabilità di avere anche un disturbo psicologico né della gravità dei sintomi depressivi. Un dato particolarmente significativo, soprattutto dal punto di vista dell’intervento clinico, è che gli uomini che discutono del disturbo con il partner hanno sintomi depressivi meno gravi di chi è single. Riprenderò più tardi questo argomento. Ma torniamo alle caratteristiche salienti di questo disturbo. Un problema di erezione è, nella maggior parte dei casi, un problema con una origine psicologica, per essere più precisi, un problema ad organizzazione psicofisiologica.
Sappiamo che la psiche è un insieme di processi superiori dell’organismo che influenza l’intera fisiologia. In questo senso anche il problema di erezione può essere inteso come una realtà di organizzazione psicofisiologica dell’organismo che viene mantenuto da pensieri, comportamenti e atteggiamenti che, nel tentativo di risolvere l’ansia legata alla prestazione, stanno in realtà peggiorando la situazione. Questo modello interpretativo e di intervento del disturbo erettile è oggi assai diffuso, esistono però molte altre variabili, soprattutto di ordine relazionale e di coppia che devono essere considerate. Esistono infatti per questo disturbo diverse cause psicologiche e non. La disfunzione erettile è spesso il prodotto di un intreccio di fattori, ognuno dei quali, preso singolarmente può essere più o meno importante nel determinare la sindrome in quel particolare individuo, ma che spesso produce la disfunzione agendo congiuntamente con gli altri. Sul piano psicologico troviamo un arco ininterrotto di cause che vanno da una superficiale prefigurazione di insuccesso fino a quella profonda psicopatologia in cui la risposta sessuale acquista un pericoloso significato simbolico a livello inconscio. Ciò che è importante rilevare è che in ogni caso sono dei fattori in grado di pregiudicare appunto nell’immediato le reazioni dell’individuo coinvolto in un comportamento sessuale, quali:
• Paura dell’insuccesso
Può essere basata su esperienze negative pregresse, su esagerata reattivita’ ai normali cali di erezione durante i preliminari e il rapporto, eccessiva attenzione al piacere della partner che pregiudica l’abbandono necessario e l’ascolto delle proprie sensazioni, pretese di prestazioni da parte della partner, ecc.
• Spectatoring
Atteggiamenti di difesa involontari dalle sensazioni erotiche attraverso” comportamenti di autosservazione o pensieri critici ossessivi” (H. Kaplan), che rendono difficile o impossibile l’ abbandono, il perdersi nell’esperienza sessuale e inficiano le normali reazioni sessuali a vari livelli.
La persona si pone cioè al di fuori di sé come un osservatore e spesso giudice della propria performance.
• Difficoltà a produrre un comportamento sessuale efficace
Queste difficoltà possono basarsi sull’ignoranza delle dinamiche sessuali, causata talvolta dalla presenza di timori e sensi di colpa che ostacolano la sperimentazione e l’esplorazione della sessualità, e portano a produrre tecniche amatorie inadeguate e poco attente e sensibili.
Se timori e sensi di colpa predominano, la persona piu’ o meno inconsapevolmente può cercare partners poco attraenti, cercare rapporti sessuali in circostanze sfavorevoli, impedire in vari modi alla partner di stimolarlo in modo efficace, distrarsi dall’ascolto e dall’assecondamento delle proprie sensazioni erotiche, far si che la mente venga assorbita da pensieri antierotici, ecc. É assolutamente evidente come cominci prefigurarsi un insieme di condizioni, sentimenti, boicottaggi più o meno espliciti che rimandano direttamente a dinamiche interpersonali e di coppia.
Introduco dunque alcune delle cause inerenti al rapporto di coppia:
Rifiuto della partner: tutte le cause che possono portare a un rifiuto della partner, spesso non riconosciuto, possono essere causa di difficoltà erettili. Quando un uomo prova non attrazione o addirittura repulsione per una donna, sul versante fisico o psicologico, riesce naturalmente molto difficile, se non impossibile, funzionare sessualmente. Se l’uomo non ne e’ consapevole o ha ragioni che lo portano a rifiutare questa consapevolezza, può ritenere di essere portatore di un disturbo che in realtà rappresenta solo una normale reazione fisiologica.
Proiezioni sulla partner : proiezioni di vissuti non derivanti dall’esperienza attuale dell’individuo ma da quella precedente con i genitori o con altre figure significative, che rendono difficile l’abbandono sessuale: ad es. l’immagine interna di una madre critica, autoritaria e punitiva rivissuta sulla partner, può sicuramente più fragile la funzionalità sessuale, ecc.
• Mancanza di fiducia nella partner
• Lotte di potere
Conflitti, ad esempio, legati a chi controlla e a chi comanda nella coppia, in cui il sesso può diventare uno strumento di lotta.
• Grandi aspettative consapevoli o inconsapevoli deluse
• Difficoltà nella comunicazione
Una relazione sessuale riuscita implica spesso la possibilità di essere in grado di comunicare con sufficiente chiarezza i propri bisogni, desideri, emozioni, ecc. ed ogni ostacolo nel fare questo può tradursi nella difficoltà a portare avanti adeguatamente la relazione ( H. Kaplan).
Alla fine di questo elenco e’ naturalmente bene precisare che queste sono solo le cause più importanti e di più frequente riscontro nella pratica clinica, ma che purtroppo non esauriscono certo tutte le cause possibili. Arriviamo infine agli aspetti terapeutici e di eventuale risoluzione del disturbo. L’intervento psicoterapeutico (integrato ad altre tipologie di intervento) non può certo prescindere dalla storia, dalle caratteristiche e dalle precedenti relazioni di ogni singolo individuo. Determinante sarà strutturare un processo terapeutico che sappia tener conto non soltanto dell’uomo “portatore” della difficoltà ma anche del suo contesto relazionale: il/la partner. Ovviamente non sempre è possibile agire congiuntamente ottenendo la partecipazione della coppia ( a volte la coppia non c’è nemmeno), ritengo comunque che l’azione psicoterapeutica debba necessariamente sondare e fare emergere le difficoltà d’incontro, di scambio e di godimento reciproco che si celano dietro il disturbo sessuale in genere. In questo senso anche il disturbo dell’erezione (quando ha un origine psico-fisiologica) non può non rimandare ed essere affrontato come una difficoltà di stare e concedersi alla relazione con l’altro.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment giugno 25, 2009
Il tradimento

Nel suo ormai celebre saggio “Senex et puer” lo psicoanalista Hillman parla del tradimento e lo fa, come suo solito, introducendo elementi di grande interesse e novità, all’interno di un dibattito che fino a prima soleva stagnare sulla ricerca del “colpevole”. Per parlare di tradimento bisogna prima definire e capire che cosa è la fiducia, e per farlo Hillman ricorre a quella “fiducia primaria” cui ogni essere umano anela e che è “una situazione in cui si è protetti dal nostro inganno e dalla nostra stessa ambivalenza” . Hillman prosegue poi con una verità essenziale sulla fiducia e sul tradimento e cioè che l’uno contiene l’altro e che non è possibile avere fiducia senza la possibilità del tradimento. Il tradimento ci viene solo ed esclusivamente da quei rapporti in dove la fiducia primaria è possibile “noi possiamo essere veramente traditi solo quando ci fidiamo veramente […] più grandi sono l’amore, la lealtà, l’impegno, l’abbandono e maggiore è il tradimento”. Ne consegue che “la fiducia ha in sé il germe del tradimento” . Ma cosa succede quando si esperisce il tradimento? Cosa accade quando scopriamo che quella relazione a cui c’eravamo dati in totale abbandono, alla quale avevamo confessato cose inconfessabili a chiunque altro si trasforma in tradimento? Accade che l’oro è ridotto a feci e che perle che avevamo consegnato con tanto amore sono in realtà state consegnate ai porci. Accade che ci difendiamo distruggendo non solo quello che era (l’altro) ma anche quello che eravamo (noi stessi). Questa posizione è estremamente protettiva ma porta con sé un enorme pericolo che è quello dell’inganno perpetuato a nostro danno: non si vive una sofferenza autentica, ma “si tradisce se stessi per mancanza di coraggio di essere”. Piuttosto che soffrire dimentichiamo chi eravamo e cosa provavamo nei confronti di chi ci ha tradito. Così l’atteggiamento del cinico, del disilluso, trasformano le persone in qualcosa di diverso, di coartato di vendicativo, o di trattenuto di non vissuto. Ma allora, ci si può a questo punto domandare, che cosa si può fare quando si subisce un tradimento?
Hillman introduce allora il concetto di perdono: “dobbiamo subito dire che il perdono non è cosa facile […] il perdono ha significato solo quando l’Io non può dimenticare né perdonare” e continua: “Né la fiducia né il perdono possono essere compresi fino in fondo senza il tradimento”. E in questa frase che forse si compie il senso ultimo di questo saggio, Hillman infatti illumina il tradimento con una luce nuova e ci fa capire quanto possa essere fase essenziale nella vita di una coppia il capire e l’accettare il tradimento dell’altro (quando questo non è patologico o continuativo). Ci dice anche che mentre uno dovrebbe poter perdonare l’altro dovrebbe poter espiare: “espiazione è mantenere il comportamento silenzioso […] sebbene comprenda fino in fondo quello che ha fatto non lo spiega all’altro, e con ciò espia, cioè introietta l’accaduto.” Attraverso il dramma del tradimento può rinascere l’amore, perché: “dopo tutto, questo pieno riconoscimento dell’altro non è proprio amore?”
Dott. Cristiano Pacetti
1 comment giugno 24, 2009
Psicologia infantile: la terapia (2)
La possibilità di coinvolgere un bambino in un percorso di terapia familiare è qualcosa che solitamente suscita qualche perplessità e resistenza. Spesso sono gli stessi genitori ad avanzare delle legittime richieste di chiarimento. In questa sede sarà sufficiente dire che i bambini si prestano più o meno volentieri a qualche colloquio se i genitori sono più o meno convinti che sia utile dover andare in terapia.Di frequente gli adulti valutano ed interpretano differentemente il problema, questa, assieme ad altre divergenze, sono proprio uno degli aspetti fondamentali per individuare modalità alternative e condivise di gestione e risoluzione delle difficoltà sofferte dai figli. Non di rado l’intera famiglia si presenta in seduta con una visione del problema o del sintomo poco chiara, come se fosse qualcosa di apparentemente incomprensibile. Mi preme di conseguenza insistere su quelle che ritengo essere le funzioni principali del processo terapeutico familiare: 1) Fornire alla famiglia gli strumenti per vedere e comprendere il sintomo come l’espressione di un qualche disagio dotato di storia, di funzione e quindi di senso 2) Operare di conseguenza questa trasformazione di significato, dove il il sintomo non è più qualcosa di incomprensibile e terrorizzante, ma, proprio perché dotato di senso, qualcosa che potrebbe essere compreso, condiviso e risolto in base al suo essere relazionabile.
Vorrei adesso approfittare di questo spazio in maniera paradossale mostrandovi cosa e come NON DOVREBBE ESSERE LA TERAPIA FAMILIARE. Buona visione
Dottor Ettore Bargellini
Add comment giugno 22, 2009
Psicologia infantile: la terapia (1)

Il modello sistemico relazionale propone come “setting” ideale per l’osservazione ed il trattamento delle problematiche infantili quello che si riferisce al bambino e ai genitori congiuntamente. Oggi ci troviamo in un periodo storico e scientifico dove la fase d’inquadramento psicodiagnostico nei bambini ha integrato le importanti indicazioni fornite dalla psicologia familiare proprio riguardo alle dinamiche relazionali-familiari sottostanti all’evoluzione di molti disturbi. Agli esordi della psicologia infantile hanno dominato le posizioni ed interpretazioni psicodinamiche (d’estrazione freudiana) oggi assistiamo invece ad un allargamento verso “la relazione”, in particolare modo verso la relazione diadica con i care giver. Allo stesso tempo c’è stato un ulteriore ampliamento verso il così detto “triangolo primario”, aggiungendo finalmente anche la terza figura del padre all’interno della relazione di primaria importanza per lo sviluppo del bambino. Già a 3 mesi il piccolo riconosce le due figure genitoriali distintamente e, all’interno delle diverse relazione, si creano alleanze alterne. I disturbi dei bambini sono quindi particolarmente sensibili e reattivi al contesto familiare, di conseguenza i genitori, spesso in modo inconsapevole, possono stimolare o irrigidire comportamenti problematici o sintomatici. Questo non significa certamente che esista un rapporto di causa effetto tra coniugalità disfunzionale e psicopatologia dello sviluppo, sicuramente le due cose sono strettamente legate. A volte , per esempio, non è la coniugalità ma la genitorialità a non funzionare bene ( ripetersi di modelli familiari disfunzionali, rigida divisione di ruoli culturali, ecc.). Secondo diversi autori (vedi per es. Minuchin) spesso il bambino si trova all’interno di triangoli relazionali dove c’è tensione. Di conseguenza l’obiettivo della psicoterapia è mettere in carico i genitori rispetto alle difficoltà dei figli e a far sperimentare direttamente in terapia modalità relazionali alternative. Spesso si giunge alla terapia familiare come ultima spiaggia ( prima vengono il neuropsichiatra, i farmaci ecc,) Al contrario più è precoce l’intervento familiare e più velocemente possono rientrare i sintomi, soprattutto se di area psicosomatica e nevrotica. Spesso i genitori di figli con problemi ( soprattutto legati alla condotta) arrivano sfiniti ed esasperati e con una certa punteggiatura verso il bambino: ” Noi siamo così perchè lui è così !” , in questa maniera non se ne esce. La terapia familiare rivela la sua innovazione ed efficacia nel creare le condizioni per consentire ai genitori di pensare ed agire come parte in causa…… ( questo intervento verrà concluso a breve attraverso una secondo e conclusiva parte. Di conseguenza, a presto caro Lettore.)
Add comment giugno 18, 2009
Gli effetti della cocaina

La cocaina è un alcaloide. Ma non credo che questa delucidazione serva. La cocaina è una droga. Ed è una droga maledettamente “cattiva”, perché a differenza dell’eroina non stigmatizza chi ne fa uso e a differenza degli allucinogeni non esige che il consumatore smetta di fare quello che sta facendo. La cocaina è una droga cattiva perché fa credere a chi la consuma che non è un drogato, ma che anzi è una persona iperattiva, piena d’energia e ben calata nella società contemporanea, magari anche un uomo di successo, non come quei “reietti” che si bucano o come quei “fulminati” che calano. Non ci vogliono aghi per la cocaina, non ci sono segni evidenti, la si tira su col naso, o la si fuma. Sembra normale farlo, e sembra, e questo è l’inganno di questa droga, che non ci siano particolari controindicazioni, che, tutto sommato, i benefici siano più dei costi, che fisicamente non lasci particolari segni. Poi “tiravano e tirano ” personaggi di successo del mondo della finanza, dello sport, dello spettacolo, e se lo fanno loro…
Fra qualche anno scoppierà una delle più grandi emergenza sanitarie che l’umanità abbia mai conosciuto, e sarà un emergenza sottesa che non avrà il clamore di un’epidemia di influenza o di un virus letale, ma ci coglierà ugualmente del tutto impreparati. Tra qualche anno (al massimo una decina) tutti quei ragazzi che oggi abusano di cocaina e che lo fanno con la stessa naturalezza con cui si può bere un caffè (che tra l’altro è anch’esso un alcaloide), saranno adulti e soffriranno delle innumerevoli conseguenze che l’uso della polvere bianca porta meschinamente con sé. Infatti, se saranno sopravvissuti al rischio d’infarto, di ictus, o di incidente stradale, avremo delle persone profondamente diverse, modificate nei loro tratti di personalità solitamente nella direzione paranoica. La cocaina, bloccando il riassorbimento della noradrenalina e della dopamina (due neurotrasmettitori) fa sì che il funzionamento normale del cervello si blocchi e che compaiano (sul lungo periodo) un ventaglio di disturbi spesso indistinguibile dalla psicosi, e per i quali non ci sono rimedi che possano riportare la persona allo stato pre-sintomi. L’unica soluzione che abbiamo è quella di non arrivare a questo. Smettere prima che sia troppo tardi, con l’aiuto di chi (famiglia, psicoterapeuti e psichiatri) può farlo.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 16, 2009
Anoressia in passerella

Il termine anoressia si riferisce alla perdita di appetito, mentre nervosa indica le motivazioni emozionali del disturbo. Il termine anoressia è per lo più inappropriato in quanto molti soggetti anoressici non perdono appetito o intresse per il cibo. Anzi mentre digiunano, molti di loro manifestano una sorta di ossessione per il cibo; arrivano perfino a leggere continuamnete libri di cucina e a preparare manicaretti per la loro famiglia.
Da un punto di vista psicodinamico M. Selvini Palazzoli scrive che “il cibo non è per le anoressiche affatto negativo come cosa in sé, […] ma è amabile, desiderabile, interessante, importante, continuamente presente allo spirito […]. È l’atto di cibarsi che è divenuto angoscioso e pericoloso. Nessuna azione, neppure un delitto, assume per l’anoressica un significato di auto-degradazione e sconfitta quanto il satollarsi”. (1981, p. 83-84).
Quattro sono i criteri diagnostici per l’anoressia nervosa:
- Peso corporeo inferiore all’85% del peso normale per età e statura
- Intensa paura d’ingrassare che non si attenua neppure col forte dimagrimento
- Percezione distorta del proprio corpo
- Nei soggetti di sesso femminile lo stato di emaciazione estrema causa spesso amenorrea (interruzione del ciclo mestruale)
Il D.S.M. IV distingue due tipologie di anoressia nervosa, una definita come sottotipo con restrizioni dove il decremento ponderale è dovuto a restrizioni alimentari; l’altra chiamata sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione in cui il paziente fa seguire a grandi abbuffate condotte di tipo eliminatorio come procurarsi il vomito o prendere forti quantità di lassativi.
Fin qui la la descrizione, sempre più spesso però sulle passerelle delle grandi firme della moda si vedono “arrancare” donne che non hanno niente di sano e, cosa ben più grave, che si pongono come modelle/modello per le coetanee. So di non dire niente di nuovo, so che questo argomento viene ciclicamente trattato in tv, tra un’intervista e una ricetta, ma ogni volta lo stupore mi sovrasta. Come mi sorprende che la moda si sorprenda (perdonate il gioco di parole) del successo di ogni nuova testimonial un pò più in carne rispetto alle colleghe.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment aprile 28, 2009
