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Psicologia infantile: la terapia (1)

angeli

Il modello sistemico relazionale propone come “setting” ideale per l’osservazione ed il trattamento delle problematiche infantili quello che si riferisce al bambino e ai genitori congiuntamente. Oggi  ci troviamo in un periodo storico e scientifico dove la fase d’inquadramento psicodiagnostico nei bambini ha integrato le importanti indicazioni fornite dalla psicologia familiare  proprio riguardo alle dinamiche relazionali-familiari sottostanti all’evoluzione di molti disturbi. Agli esordi della psicologia infantile hanno dominato le posizioni ed interpretazioni psicodinamiche (d’estrazione freudiana) oggi assistiamo invece ad un allargamento verso “la relazione”, in particolare modo verso la relazione diadica con i care giver. Allo stesso tempo c’è stato un ulteriore ampliamento verso il così detto “triangolo primario”, aggiungendo finalmente anche la terza figura del padre all’interno della relazione di primaria importanza per lo sviluppo del bambino. Già a 3 mesi il piccolo riconosce le due figure genitoriali distintamente e, all’interno delle diverse relazione, si creano alleanze alterne. I disturbi dei bambini sono quindi particolarmente sensibili e reattivi al contesto familiare, di conseguenza i genitori, spesso in modo inconsapevole, possono stimolare o irrigidire comportamenti problematici o sintomatici. Questo non significa certamente che esista un rapporto di causa effetto tra coniugalità disfunzionale e psicopatologia dello sviluppo, sicuramente le due cose sono strettamente legate. A volte , per esempio, non è la coniugalità ma la genitorialità a non funzionare bene ( ripetersi di modelli familiari disfunzionali, rigida divisione di ruoli culturali, ecc.). Secondo diversi autori (vedi per es. Minuchin) spesso il bambino si trova all’interno di triangoli relazionali dove c’è tensione. Di conseguenza l’obiettivo della psicoterapia è mettere in carico i genitori rispetto alle difficoltà dei figli e a far sperimentare direttamente in terapia modalità relazionali alternative. Spesso si giunge alla terapia familiare come ultima spiaggia ( prima vengono il neuropsichiatra, i farmaci ecc,) Al contrario più è precoce l’intervento familiare e più velocemente possono rientrare i sintomi, soprattutto se di area psicosomatica e nevrotica. Spesso i genitori di figli con problemi ( soprattutto legati alla condotta) arrivano sfiniti ed esasperati e con una certa punteggiatura verso il bambino: ” Noi siamo così perchè lui è così !” , in questa maniera non se ne esce. La terapia familiare rivela la sua innovazione ed efficacia nel creare le condizioni per consentire ai genitori di pensare ed agire come parte in causa…… ( questo intervento verrà concluso a breve attraverso una secondo e conclusiva parte. Di conseguenza, a presto caro Lettore.)

giugno 18, 2009 at 4:57 pm Lascia un commento

La Follia

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La follia ci alberga, in quanto essa appartiene, in misura diversa, ad ognuno di noi. La follia non è solo dei pazzi. Tutti noi, per esempio, conosciamo gli stati allucinati e deliranti tipici del sonno. Nell’esperienza onirica, come nella pazzia, i concetti di tempo, spazio e di causalità degli eventi si allentano o si perdono del tutto. Vi è cioè uno slittamento dei processi mentali propri del pensiero razionale verso quelli caratteristici della follia. Al risveglio, lentamente, tutto si ristabilisce. Potremmo dire allora che la follia, a prescindere dalle sue declinazioni, è caratterizzata dall’avanzamento delle istanze profonde e pulsionali (insite in ogni essere umano) sulla ragione e le capacità difensive dell’io. Questo succede non di rado,il caso più banale è quando si assumono dosi sufficienti di alcol o di altre sostanze psicoattive. A quel punto la componente razionale si inibisce per lasciare il campo a quella dei processi bizzarri della follia. In conclusione ciò che ci separa dai folli non è la presenza o l’assenza della follia; ma è solo la quantità di questa. Essere folli o no è dunque un fattore quantitativo e non qualitativo.

Dottor Ettore Bargellini

giugno 17, 2009 at 2:42 pm Lascia un commento

Disturbo bipolare e di personalità: Cosa sono?

Il doppio

Riporto , ovviamente garantendo la privacy di chi mi ha scritto, una domanda che mi è stata posta qualche tempo fa: “Vorrei alcuni chiarimenti su queste patologie : Disturbo bipolare, borderline e narcisistico.Credo che una mia amica ne possa soffrire ,starle vicino è purtroppo molto difficile come posso starle accanto ed aiutarla? - Grazie D.

Risposta : Gentile D. i 3 disturbi che lei cita fanno parte di categorie diagnostiche distinte . Ciò nonostante esistono tra di essi numerose aree di convergenza , alcune loro caratteristiche infatti possono essere riscontrabili nella stessa persona .
La precisione con la quale identifica i tre disturbi ,lascia intuire oltre alla preoccupazione per la sua amica, una attenta osservazione delle dinamiche che la riguardano e tormentano.
Una discussione dettagliata delle tre patologie risulterebbe certamente pesante e fuori luogo, cercherò quindi di poterle dare alcune indicazioni essenziali e mi auguro utili.
Il disturbo bipolare coinvolge principalmente il tono dell’umore e sottopone la persona a rapide ed intense variazioni del suo stato d’animo, delle sue energie e delle sue progettualità. Questo rende il soggetto periodicamente esposto a stati emotivi o eccessivamente depressi o esageratamente euforici (stato maniacale).
Diventa perciò assai difficile convivere con questo tipo di persone , quindi occorrerà da parte sua una grande pazienza e ,in particolar modo, una notevole ” centratura”.
Per centratura intendo dire equilibrio ,proprio quell’equilibrio che sembra mancare alla sua amica.
Le caratteristiche di imprevedibilità ,impulsività e talvolta aggressività, sono particolarmente evidenti nel disturbo Borderline ( che però fa parte dei disturbi di personalità)quindi ancora una volta le sarà richiesto di non farsi coinvolgere o travolgere dai vissuti estremi che questa persona le rimanderà.
Borderline significa “confine”, ovvero lo spartiacque tra un area di tipo nevrotico ( comunque sempre a contatto con la realtà) ed una di tipo psicotico che tende perciò ad una deriva dove comportamenti e sintomi possono assumere caratteristiche di perdita di contatto con il reale.
Le persone con tratti della personalità borderline possono avere la tendenza coinvolgere ed in qualche modo sedurre chi vive attorno a loro e, se questi non rispondono alle loro aspettative, possono rivelarsi aggressive o minacciare di abbandonarli. Spesso infatti sono proprio loro a sentirsi in qualche modo trascurate o abbandonate . Questa modalità relazionale fa in modo che chi se ne occupa ,sia portato ad un grande investimento affettivo nei loro confronti correndo però sempre il rischio di deluderle o essere abbandonate .
Inoltre il lato narcisistico della personalità della sua amica potrebbe ulteriormente esaltarne la parte seduttiva, onnipotente e forse egoistica. Bisogna ricordare che tali atteggiamenti potrebbero essere funzionali a coprire il senso profondo di solitudine e di abbandono al quale questa persona rischia di sentirsi sempre minacciata ed esposta.
Così D. , proprio in ragione del suo coinvolgimento, lei corre il pericolo di rimanere invischiata e ferita dalle complesse dinamiche che colpiscono la persona a cui vuole bene. In qualche modo più lei si prodigherà e si darà da fare per il bene della sua cara più sarà esposta ai suoi lati estremi ed imprevedibili.
Come vede non c’è una ricetta o una formula magica che le possa improvvisamente consentire di aiutare la sua amica. Queste sono infatti problematiche che hanno origini lontane ed affondano le loro radici nella personalità dell’individuo.
Di conseguenza Il vero grande aiuto che lei può offrire alla persona che le stà a cuore è quello di suggerirle o sostenerla nel cominciare una psicoterapia .
Debbo avvertirla che un percorso terapeutico, potrebbe essere lungo e faticoso, ma senz’altro restituirebbe l’equilibrio che manca alla persona a cui lei vuole bene.
La saluto cordialmente

Dottor. Ettore Bargellini

giugno 15, 2009 at 5:59 pm 3 commenti

Attacchi di panico

Descrivere un attacco di panico se non lo si è mai provato non è cosa facile. Infatti, al di là di qualsiasi definizione accademica, niente può rendere il senso di profondo terrore e la sensazione di morte o follia imminente che investe la persona senza che questa possa fare null’altro che subire. È come se non ci fosse niente oltre quei minuti, come se il mondo intero si fosse cristallizzato in un unico orribile attimo di terrore. La tachicardia, l’affanno la sensazione che nulla sia reale…  parole. Queste sono solo parole di uno psicoterapeuta e non possono neanche avvicinarsi alla verità delle persone che l’hanno provata. Molto spesso le persone che soffrono di questo disturbo finiscono per vergognarsene, per rinunciare a parlarne perché per gli altri, sono loro “sani” non hanno niente di organico a scusare le loro crisi. Quasi vengono colpevolizzati “in fondo si ti senti male è perché ti ci vuoi sentire”.

Oggi in televisione si vedono sempre più di frequente psichiatri e medici generici che inneggiano all’uso di psicofarmaci, decantandone i benefici e l’immediatezza dei risultati. Una pasticca e l’attacco passa. Un’altra pasticca e un altro attacco passa. Poi, magari un giorno si finiscono le pasticche… e ci si accorge che la paura non è finita. Se una cosa la psicoterapia la sa fare bene è proprio quella di curare le patologie di spettro ansioso (cui gli attacchi di panico sono un esimio esponente). Allora il dubbio è che ancora una volta le case farmaceutiche si prendano il lusso di fare diagnosi e cura, senza considerare null’altro che il loro, già gonfio, portafoglio.

Dott. Cristiano Pacetti

giugno 4, 2009 at 10:30 am Lascia un commento

Uscire dalla depressione

Pubblichiamo il testo dell’itervista al dott. Ettore Bargellini che Radio Fiesole ha mandato in onda venerdì scorso:

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il Dottor Ettore Bargellini, dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia, buongiorno dottore. Buongiorno a lei.

Dottore sappiamo che la depressione è un disturbo assai complesso, potrebbe darcene una spiegazione Possiamo definire la depressione come un persistente abbassamento del tono dell’umore che spesso si accompagna a perdita dell’interesse e di piacere nello svolgere le diverse attività che di solito le persone portano avanti. Voglio precisare che il nostro stato emotivo è normalmente esposto a continue variazione che, in base a quello che ci accade, può oscillare da emozioni più o meno tristi ad emozioni di segno positivo. Quello che sto dicendo, e che vorrei far capire a chi ci ascolta, è che è del tutto normale provare una sincera tristezza e demotivazione dopo un licenziamento, un evento traumatico o dopo una qualsiasi piccola o grande delusione. Di solito con un po’ di tempo e volontà le persone riescono a superare da sole questi momenti. Quando invece parliamo di Depressione abbiamo a che fare con una realtà clinica che va ben al di là, per durata ed intensità, di una normale flessione del tono dell’umore.

Può aiutarci a capire quando abbiamo a che fare con uno stato depressivo vero e proprio? Guardi la prima caratteristica da tenere presente è la PERSISTENZA , cioè quando la tristezza, l’apatia, la mancanza di voglia e di iniziativa, l’angoscia, le anomalie nel sonno e nell’alimentazione continuano ad insistere nella persona nonostante il passare del tempo. Altra caratteristica fondamentale è la così detta pervasività, cioè quando l’atteggiamento tipicamente depresso, rinunciatario, svalutante, apatico non è circoscritto ad una specifica situazione ma progressivamente tende ad investire ogni aspetto della vita della persona. Quando le relazioni, gli affetti, i progetti della persona sembrano perdere ogni valore ed attrattiva, quando tutto appare inutile e pesante allora, con ogni probabilità, abbiamo a che fare con uno stato depressivo. A questo punto è quindi indispensabile agire tempestivamente e terapeuticamente.

Quindi la depressione può essere curata? Esattamente. Dalla depressione si può uscire e l’intervento psicoterapeutico rappresenta una modalità indispensabile ed efficace per aiutare le persone a capire l’origine ed il senso del loro dolore e a trovare,assieme allo psicoterapeuta, la forza per affrontarlo. Può spiegarci un po’ meglio come? Vede, la parola che forse rappresenta meglio la depressione e che spesso i pazienti riportano è DOLORE. La depressione infatti è una sorta di dolore profondo che può offuscare e paralizzare la persona. Questo dolore spesso trova origine in una qualche forma di perdita, di lutto, di delusione di ferita che la persona porta con sé. La terapia in fondo non fa altro che sostenere il paziente a dare voce al proprio dolore e quindi affrontarlo attraverso nuove risorse ed una nuova scrittura. Chi soffre di depressione invece è continuamente insidiato dalla tentazione di arrendersi, spesso si rassegna a rimanere imprigionato in questa condizione, o nel migliore dei casi a sedare i morsi di questo male di vivere sotto l’effetto dei farmaci. La psicoterapia allora rappresenta una via d’uscita da una realtà solo apparentemente cronica. Perché ogni dolore per quanto grande si può superare solo se troviamo la forza ed il coraggio per attraversarlo. ( e questo la persona depressa da sola fa fatica a farlo).

Quindi premessa indispensabile per uscire dalla depressione , è quella di volerla affrontare? Certo, questo può sembrare facile ma spesso non lo è? Affrontare il proprio dolore può spaventare, spesso viene rimandato o visto come qualcosa di non modificabile, a volte ci si appella a improbabili spiegazioni genetiche o costituzionali, altre ancora si pensa che sia un fattore di carattere e perciò definitivo. Tutto questo rappresenta un rischio per la persona depressa perché significa rassegnarsi al proprio dolore e rinunciare a trovarne un senso ed una soluzione. Guardi la motivazione ad affrontare la depressione è un fattore così importante che spesso dico ai pazienti che vedo per la prima volta e che mi chiedono quanto durerà la terapia: Se lei ha trovato la motivazione per venire in terapia ed affrontare il suo disagio, allora ha già fatto metà percorso per cambiare le cose.

A questo punto non rimane altro che salutarla e ricordare ai nostri ascoltatori che potranno parlare direttamente con lei o con gli altri specialisti dello studio di psicologia dell’individuo e della famiglia, contattando il numero 0574 – 186121.

aprile 9, 2009 at 10:37 am Lascia un commento

Attacchi di Panico

Quella che segue è la sbobinatura di un’intervista radiofonica registrata per Radio Fiesole 100

Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il  dottor  Cristiano Pacetti psicologo, consulente tecnico d’ufficio presso il tribunale di Prato e socio dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia.

-          Salve

Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?

-          Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa  sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.

E in quel caso che succede?

-          Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto  il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.

Quali sono questi sintomi?

-          La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, depersonalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la  Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.

Sembra un disturbo molto serio

-          E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.

Ed è così?

-          No che non è così.

Ma se ne può uscire e se sì, come?

-          Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause.  Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.

Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.

-          So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole.  La nostra esperienza dimostra, che  nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.

Il nostro studio infatti può avvalersi di strategie integrate che mirano ad ottenere i migliori risultati nel minor tempo possibile. 

febbraio 23, 2009 at 7:57 pm Lascia un commento

Attacchi di panico

La sintomatologia ansiosa che si concretizza in quegli che vengono definiti “attacchi di panico” è purtroppo una delle più diffuse specialmente nella fascia d’età che va dai 18 ai 30 anni. Descrivere in maniera veritiera la sensazione provata in quei momenti non è facile, e credo, neanche possibile. Ma cosa sono questi “attacchi”?

Sono episodi acuti di ansia caratterizzati da un vero e proprio terrore insostenibile che ostacola una qualsivoglia organizzazione del pensiero e dell’azione. Il panico che può associarsi e fenomeni di de-personalizzazione (sensazione di distacco da sé stessi) e di de-realizzazione (senso di irrealtà del mondo) è accompagnato da forti segnali fisici come ipersudorazione, pallore, palpitazioni, tremore, nausea, sensazione di soffocamento etc. Tra gli attacchi di panico si possono distinguere:

  1. Attacchi di panico provocati dalla situazione quando questi si verificano sempre in concomitanza con una data situazione ad esempio guidando la macchina o sul treno.
  2. Attacchi di panico sensibili al contesto quando esiste si una relazione col contesto ma meno stretta del precedente esempio
  3. Attacchi di panico non provocati (inaspettati) quando questi si verificano in presenza di stati mentali in apparenza benigni, come durante il rilassamento, oppure in situazione cui paiono del tutto ingiustificati

Perché si possa parlare di diagnosi di disturbo di panico vi debbono essere attacchi di panico inaspettati e ricorrenti; l’esclusiva presenza di attacchi di panico causati dalla situazione riflette invece, con ogni probabilità, la presenza di una fobia.

Fortunatamente le patologie dello spettro ansioso hanno un’eccellente probabilità di remissione se adeguatamente affrontate. A questo proposito un percorso di tipo psicoterapeutico è sicuramente quello che, oltre alla risoluzione in tempi relativamente brevi, offre anche la minor percentuale di possibilità di ritorno della sintomatologia.

Dott. Cristiano Pacetti

aprile 23, 2008 at 12:00 pm Lascia un commento

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