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Psicologia infantile: la terapia (1)

Il modello sistemico relazionale propone come “setting” ideale per l’osservazione ed il trattamento delle problematiche infantili quello che si riferisce al bambino e ai genitori congiuntamente. Oggi ci troviamo in un periodo storico e scientifico dove la fase d’inquadramento psicodiagnostico nei bambini ha integrato le importanti indicazioni fornite dalla psicologia familiare proprio riguardo alle dinamiche relazionali-familiari sottostanti all’evoluzione di molti disturbi. Agli esordi della psicologia infantile hanno dominato le posizioni ed interpretazioni psicodinamiche (d’estrazione freudiana) oggi assistiamo invece ad un allargamento verso “la relazione”, in particolare modo verso la relazione diadica con i care giver. Allo stesso tempo c’è stato un ulteriore ampliamento verso il così detto “triangolo primario”, aggiungendo finalmente anche la terza figura del padre all’interno della relazione di primaria importanza per lo sviluppo del bambino. Già a 3 mesi il piccolo riconosce le due figure genitoriali distintamente e, all’interno delle diverse relazione, si creano alleanze alterne. I disturbi dei bambini sono quindi particolarmente sensibili e reattivi al contesto familiare, di conseguenza i genitori, spesso in modo inconsapevole, possono stimolare o irrigidire comportamenti problematici o sintomatici. Questo non significa certamente che esista un rapporto di causa effetto tra coniugalità disfunzionale e psicopatologia dello sviluppo, sicuramente le due cose sono strettamente legate. A volte , per esempio, non è la coniugalità ma la genitorialità a non funzionare bene ( ripetersi di modelli familiari disfunzionali, rigida divisione di ruoli culturali, ecc.). Secondo diversi autori (vedi per es. Minuchin) spesso il bambino si trova all’interno di triangoli relazionali dove c’è tensione. Di conseguenza l’obiettivo della psicoterapia è mettere in carico i genitori rispetto alle difficoltà dei figli e a far sperimentare direttamente in terapia modalità relazionali alternative. Spesso si giunge alla terapia familiare come ultima spiaggia ( prima vengono il neuropsichiatra, i farmaci ecc,) Al contrario più è precoce l’intervento familiare e più velocemente possono rientrare i sintomi, soprattutto se di area psicosomatica e nevrotica. Spesso i genitori di figli con problemi ( soprattutto legati alla condotta) arrivano sfiniti ed esasperati e con una certa punteggiatura verso il bambino: ” Noi siamo così perchè lui è così !” , in questa maniera non se ne esce. La terapia familiare rivela la sua innovazione ed efficacia nel creare le condizioni per consentire ai genitori di pensare ed agire come parte in causa…… ( questo intervento verrà concluso a breve attraverso una secondo e conclusiva parte. Di conseguenza, a presto caro Lettore.)
La Follia

La follia ci alberga, in quanto essa appartiene, in misura diversa, ad ognuno di noi. La follia non è solo dei pazzi. Tutti noi, per esempio, conosciamo gli stati allucinati e deliranti tipici del sonno. Nell’esperienza onirica, come nella pazzia, i concetti di tempo, spazio e di causalità degli eventi si allentano o si perdono del tutto. Vi è cioè uno slittamento dei processi mentali propri del pensiero razionale verso quelli caratteristici della follia. Al risveglio, lentamente, tutto si ristabilisce. Potremmo dire allora che la follia, a prescindere dalle sue declinazioni, è caratterizzata dall’avanzamento delle istanze profonde e pulsionali (insite in ogni essere umano) sulla ragione e le capacità difensive dell’io. Questo succede non di rado,il caso più banale è quando si assumono dosi sufficienti di alcol o di altre sostanze psicoattive. A quel punto la componente razionale si inibisce per lasciare il campo a quella dei processi bizzarri della follia. In conclusione ciò che ci separa dai folli non è la presenza o l’assenza della follia; ma è solo la quantità di questa. Essere folli o no è dunque un fattore quantitativo e non qualitativo.
Dottor Ettore Bargellini
Disturbo bipolare e di personalità: Cosa sono?

Riporto , ovviamente garantendo la privacy di chi mi ha scritto, una domanda che mi è stata posta qualche tempo fa: “Vorrei alcuni chiarimenti su queste patologie : Disturbo bipolare, borderline e narcisistico.Credo che una mia amica ne possa soffrire ,starle vicino è purtroppo molto difficile come posso starle accanto ed aiutarla? - Grazie D.
Risposta : Gentile D. i 3 disturbi che lei cita fanno parte di categorie diagnostiche distinte . Ciò nonostante esistono tra di essi numerose aree di convergenza , alcune loro caratteristiche infatti possono essere riscontrabili nella stessa persona .
La precisione con la quale identifica i tre disturbi ,lascia intuire oltre alla preoccupazione per la sua amica, una attenta osservazione delle dinamiche che la riguardano e tormentano.
Una discussione dettagliata delle tre patologie risulterebbe certamente pesante e fuori luogo, cercherò quindi di poterle dare alcune indicazioni essenziali e mi auguro utili.
Il disturbo bipolare coinvolge principalmente il tono dell’umore e sottopone la persona a rapide ed intense variazioni del suo stato d’animo, delle sue energie e delle sue progettualità. Questo rende il soggetto periodicamente esposto a stati emotivi o eccessivamente depressi o esageratamente euforici (stato maniacale).
Diventa perciò assai difficile convivere con questo tipo di persone , quindi occorrerà da parte sua una grande pazienza e ,in particolar modo, una notevole ” centratura”.
Per centratura intendo dire equilibrio ,proprio quell’equilibrio che sembra mancare alla sua amica.
Le caratteristiche di imprevedibilità ,impulsività e talvolta aggressività, sono particolarmente evidenti nel disturbo Borderline ( che però fa parte dei disturbi di personalità)quindi ancora una volta le sarà richiesto di non farsi coinvolgere o travolgere dai vissuti estremi che questa persona le rimanderà.
Borderline significa “confine”, ovvero lo spartiacque tra un area di tipo nevrotico ( comunque sempre a contatto con la realtà) ed una di tipo psicotico che tende perciò ad una deriva dove comportamenti e sintomi possono assumere caratteristiche di perdita di contatto con il reale.
Le persone con tratti della personalità borderline possono avere la tendenza coinvolgere ed in qualche modo sedurre chi vive attorno a loro e, se questi non rispondono alle loro aspettative, possono rivelarsi aggressive o minacciare di abbandonarli. Spesso infatti sono proprio loro a sentirsi in qualche modo trascurate o abbandonate . Questa modalità relazionale fa in modo che chi se ne occupa ,sia portato ad un grande investimento affettivo nei loro confronti correndo però sempre il rischio di deluderle o essere abbandonate .
Inoltre il lato narcisistico della personalità della sua amica potrebbe ulteriormente esaltarne la parte seduttiva, onnipotente e forse egoistica. Bisogna ricordare che tali atteggiamenti potrebbero essere funzionali a coprire il senso profondo di solitudine e di abbandono al quale questa persona rischia di sentirsi sempre minacciata ed esposta.
Così D. , proprio in ragione del suo coinvolgimento, lei corre il pericolo di rimanere invischiata e ferita dalle complesse dinamiche che colpiscono la persona a cui vuole bene. In qualche modo più lei si prodigherà e si darà da fare per il bene della sua cara più sarà esposta ai suoi lati estremi ed imprevedibili.
Come vede non c’è una ricetta o una formula magica che le possa improvvisamente consentire di aiutare la sua amica. Queste sono infatti problematiche che hanno origini lontane ed affondano le loro radici nella personalità dell’individuo.
Di conseguenza Il vero grande aiuto che lei può offrire alla persona che le stà a cuore è quello di suggerirle o sostenerla nel cominciare una psicoterapia .
Debbo avvertirla che un percorso terapeutico, potrebbe essere lungo e faticoso, ma senz’altro restituirebbe l’equilibrio che manca alla persona a cui lei vuole bene.
La saluto cordialmente
Dottor. Ettore Bargellini
Disturbo ossessivo compulsivo
Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è una realtà psicopatologica piuttosto diffusa. Tratti o caratteristiche di natura ossessiva si possono inoltre rintracciare in molti quadri clinici . La tendenza al controllo, all’ordine o alla schematicità è infatti un elemento assolutamente ubiquitario e, entro certi limiti, normale.Di conseguenza si potrebbe parlare di ossesivo-compulsività in continuum che si muove dalla normalità alle forme più severe di disturbo. Di seguito riporterò alcune tra le caratteristiche predominanti di questo disturbo. Vorrei però integrare a questo elenco diagnostico, che come tale non dice nè rappresenta affatto la storia di nessuno, alcune immagini tratte dal cinema. Mezzo d’espressione, assieme alla letteratura, che molto spesso sa affrontare più efficacemente di molti manuali clinici l’essenza di molti mali che affliggono l’essere umano. Qualcosa è cambiato è un film divertente ma con ottimi spunti di riflessione…..
Le caratteristiche essenziali del disturbo ossessivo compulsivo sono pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che creano allarme o paura e che costringono la persona a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali.
Come il nome stesso lascia intendere, il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. Almeno l’80% dei pazienti con DOC ha sia ossessioni che compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo compulsioni.
Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi che si presentano più e più volte e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e intrusive, e, almeno quando le persone non sono assalite dall’ansia, sono giudicate come infondate ed insensate. Le persone con disturbo ossessivo compulsivo possono preoccuparsi eccessivamente dello sporco e dei germi. Possono essere terrorizzate dalla paura di avere inavvertitamente fatto del male a qualcuno, di poter perdere il controllo di sé e diventare aggressive in certe situazioni, di aver contratto malattie infettive o di essere omosessuali, anche se di solito riconoscono che tutto ciò non è realistico. Le ossessioni sono accompagnate da emozioni sgradevoli, come paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel “modo giusto”, e gli innumerevoli sforzi per contrastarle non hanno successo, se non momentaneo.
Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo vengono anche definite rituali o cerimoniali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere formule mentalmente) messi in atto per ridurre il senso di disagio e l’ansia provocati dai pensieri e dagli impulsi tipici delle ossessioni. Costituiscono, cioè, un tentativo di elusione del disagio, un mezzo per cercare di conseguire un controllo sulla propria ansia. In generale tutte le compulsioni che includono la pulizia, il lavaggio, il controllo, l’ordine, il conteggio, la ripetizione ed il collezionare si trasformano in rigide regole di comportamento e sono spesso bizzarre e francamente eccessive.
Il disturbo ossessivo compulsivo colpisce, indistintamente per età e sesso, dal 2 al 3% della popolazione. Può infatti manifestarsi sia negli uomini sia nelle donne, indifferentemente, e può esordire nell’infanzia, nell’adolescenza o nella prima età adulta
L’età tipica in cui compare più frequentemente è tra i 6 e i 15 anni nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle donne. I primi sintomi si manifestano nella maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni) e in bassissima percentuale dopo i 40 anni.
Se il disturbo ossessivo compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.
Dottor Bargellini
Attacchi di panico

Descrivere un attacco di panico se non lo si è mai provato non è cosa facile. Infatti, al di là di qualsiasi definizione accademica, niente può rendere il senso di profondo terrore e la sensazione di morte o follia imminente che investe la persona senza che questa possa fare null’altro che subire. È come se non ci fosse niente oltre quei minuti, come se il mondo intero si fosse cristallizzato in un unico orribile attimo di terrore. La tachicardia, l’affanno la sensazione che nulla sia reale… parole. Queste sono solo parole di uno psicoterapeuta e non possono neanche avvicinarsi alla verità delle persone che l’hanno provata. Molto spesso le persone che soffrono di questo disturbo finiscono per vergognarsene, per rinunciare a parlarne perché per gli altri, sono loro “sani” non hanno niente di organico a scusare le loro crisi. Quasi vengono colpevolizzati “in fondo si ti senti male è perché ti ci vuoi sentire”.
Oggi in televisione si vedono sempre più di frequente psichiatri e medici generici che inneggiano all’uso di psicofarmaci, decantandone i benefici e l’immediatezza dei risultati. Una pasticca e l’attacco passa. Un’altra pasticca e un altro attacco passa. Poi, magari un giorno si finiscono le pasticche… e ci si accorge che la paura non è finita. Se una cosa la psicoterapia la sa fare bene è proprio quella di curare le patologie di spettro ansioso (cui gli attacchi di panico sono un esimio esponente). Allora il dubbio è che ancora una volta le case farmaceutiche si prendano il lusso di fare diagnosi e cura, senza considerare null’altro che il loro, già gonfio, portafoglio.
Dott. Cristiano Pacetti
Il lutto: Viverlo e superarlo.

Andrea Boyer
Affrontare l’assenza di qualcuno è un momento doloroso ed inevitabile della vita. Sebbene la morte sia un concetto ed un fenomeno costante nell’esistenza dell’uomo, quando la persona che ci è stata accanto scompare non si può essere mai abbastanza preparati. Vivere il lutto è un momento spesso contraddistinto da grande sofferenza ed intensità emotiva ma allo stesso tempo risulta indispensabile per la crescita delle persone. Di solito la corretta elaborazione del lutto prevede il susseguirsi, non sempre con un ordine preciso, di alcune importanti fasi che consento all’individuo un pieno superamento dell’evento. La letteratura su tale argomento è enorme,accade quindi che si possano incontrare argomentazioni sinceramente riduttive ed improbabili su come le persone debbano vivere il lutto in modo “normale”. E’ difficile pronunciarsi su quanto e come l’uomo debba soffrire nel momento in cui l’altro se ne va per sempre. Quello che l’esperienza psicoterapeutica mi ha insegnato è che di attraverso il lutto ci si può ammalare, nel senso che anche la vita di chi rimane può arenarsi e rimanere impigliata nel vuoto che la morte ha lasciato.I manuali diagnostici parlano, da un punto di vista esclusivamente descrittivo e generale, di un anno di tempo entro il quale le tipiche emozioni e reazioni alla morte dovrebbero diventare qualcosa di accettabile per i soggetti. Forse è vero. Ma affrontare la morte di qualcuno a cui abbiamo voluto bene o al quale ci siamo legati (un figlio, un genitore, un familiare, una relazione che non è più tale) non è soltanto una semplice questione di tempo che scorre. Ciò che permette alle persone di elaborare un lutto è la possibilità e lo spazio per poter vivere le emozioni che la morte porta con se. Disperazione , solitudine, rabbia, colpa, paura ma anche ( e non è affatto raro) senso di liberazione o apparente indifferenza. La morte sottopone l’uomo ad un ampio ventaglio di emozioni e l’uomo, se vuole continuare a vivere, non può far altro che concedersele e dargli un senso. Il problema, a volte il sintomo, si verifica quando tutto questo sentire, non può o non deve verificarsi compiutamente, quando i vivi , per una serie di ragioni, bloccano le loro vite e le loro risorse emotive. Ci sono persone che se ne vanno facendoci sentire soli, inutili, oppure segretamente arrabbiati. Altre ci lasciano senza averci dato la possibilità di dirgli quanto erano importanti per noi o senza mai avergli chiesto scusa. Sono molteplici, aldilà delle diverse sintomatologie, le cause che stanno dietro ad un lutto non affrontato e non elaborato.I motivi per cui il dolore rimane così profondo da non poter essere attraversato sono di solito ben celati. In questo caso la psicoterapia non rappresenta certo un modo per cambiare ciò che non potrà mai essere cambiato. Di sicuro, là dove una persona non ci riesca con le sue forze, è una strada per accettare e convivere meglio con le ferite. Scrivo queste poche righe soprattutto per ribadire il concetto che la dove c’è un dolore che è stato affrontato e superato è perché qualcuno si è permesso di viverlo fino a fondo, fino al punto di lasciare quel peso ed andare avanti.
Dott. Ettore Bargellini
Uscire dalla depressione

Pubblichiamo il testo dell’itervista al dott. Ettore Bargellini che Radio Fiesole ha mandato in onda venerdì scorso:
Abbiamo il piacere di avere in linea con noi il Dottor Ettore Bargellini, dello studio di psicologia per l’individuo e la famiglia, buongiorno dottore. Buongiorno a lei.
Dottore sappiamo che la depressione è un disturbo assai complesso, potrebbe darcene una spiegazione Possiamo definire la depressione come un persistente abbassamento del tono dell’umore che spesso si accompagna a perdita dell’interesse e di piacere nello svolgere le diverse attività che di solito le persone portano avanti. Voglio precisare che il nostro stato emotivo è normalmente esposto a continue variazione che, in base a quello che ci accade, può oscillare da emozioni più o meno tristi ad emozioni di segno positivo. Quello che sto dicendo, e che vorrei far capire a chi ci ascolta, è che è del tutto normale provare una sincera tristezza e demotivazione dopo un licenziamento, un evento traumatico o dopo una qualsiasi piccola o grande delusione. Di solito con un po’ di tempo e volontà le persone riescono a superare da sole questi momenti. Quando invece parliamo di Depressione abbiamo a che fare con una realtà clinica che va ben al di là, per durata ed intensità, di una normale flessione del tono dell’umore.
Può aiutarci a capire quando abbiamo a che fare con uno stato depressivo vero e proprio? Guardi la prima caratteristica da tenere presente è la PERSISTENZA , cioè quando la tristezza, l’apatia, la mancanza di voglia e di iniziativa, l’angoscia, le anomalie nel sonno e nell’alimentazione continuano ad insistere nella persona nonostante il passare del tempo. Altra caratteristica fondamentale è la così detta pervasività, cioè quando l’atteggiamento tipicamente depresso, rinunciatario, svalutante, apatico non è circoscritto ad una specifica situazione ma progressivamente tende ad investire ogni aspetto della vita della persona. Quando le relazioni, gli affetti, i progetti della persona sembrano perdere ogni valore ed attrattiva, quando tutto appare inutile e pesante allora, con ogni probabilità, abbiamo a che fare con uno stato depressivo. A questo punto è quindi indispensabile agire tempestivamente e terapeuticamente.
Quindi la depressione può essere curata? Esattamente. Dalla depressione si può uscire e l’intervento psicoterapeutico rappresenta una modalità indispensabile ed efficace per aiutare le persone a capire l’origine ed il senso del loro dolore e a trovare,assieme allo psicoterapeuta, la forza per affrontarlo. Può spiegarci un po’ meglio come? Vede, la parola che forse rappresenta meglio la depressione e che spesso i pazienti riportano è DOLORE. La depressione infatti è una sorta di dolore profondo che può offuscare e paralizzare la persona. Questo dolore spesso trova origine in una qualche forma di perdita, di lutto, di delusione di ferita che la persona porta con sé. La terapia in fondo non fa altro che sostenere il paziente a dare voce al proprio dolore e quindi affrontarlo attraverso nuove risorse ed una nuova scrittura. Chi soffre di depressione invece è continuamente insidiato dalla tentazione di arrendersi, spesso si rassegna a rimanere imprigionato in questa condizione, o nel migliore dei casi a sedare i morsi di questo male di vivere sotto l’effetto dei farmaci. La psicoterapia allora rappresenta una via d’uscita da una realtà solo apparentemente cronica. Perché ogni dolore per quanto grande si può superare solo se troviamo la forza ed il coraggio per attraversarlo. ( e questo la persona depressa da sola fa fatica a farlo).
Quindi premessa indispensabile per uscire dalla depressione , è quella di volerla affrontare? Certo, questo può sembrare facile ma spesso non lo è? Affrontare il proprio dolore può spaventare, spesso viene rimandato o visto come qualcosa di non modificabile, a volte ci si appella a improbabili spiegazioni genetiche o costituzionali, altre ancora si pensa che sia un fattore di carattere e perciò definitivo. Tutto questo rappresenta un rischio per la persona depressa perché significa rassegnarsi al proprio dolore e rinunciare a trovarne un senso ed una soluzione. Guardi la motivazione ad affrontare la depressione è un fattore così importante che spesso dico ai pazienti che vedo per la prima volta e che mi chiedono quanto durerà la terapia: Se lei ha trovato la motivazione per venire in terapia ed affrontare il suo disagio, allora ha già fatto metà percorso per cambiare le cose.
A questo punto non rimane altro che salutarla e ricordare ai nostri ascoltatori che potranno parlare direttamente con lei o con gli altri specialisti dello studio di psicologia dell’individuo e della famiglia, contattando il numero 0574 – 186121.
Attacchi di Panico

Quella che segue è la sbobinatura di un’intervista radiofonica registrata per Radio Fiesole 100
- Salve
Oggi parleremo degli attacchi di panico, una patologia molto diffusa. Ci può spiegare di cosa si tratta, con semplici parole?
- Certo. Gli attacchi di panico sono degli episodi di breve durata (infatti la loro durata media è di circa mezz’ora) in cui l’individuo si sente improvvisamente travolgere da una spaventosa sensazione di terrore, spesso legata all’urgenza di fuggire di fronte a particolari situazioni, dalle quali però sa di non potersi immediatamente allontanare. La sintomatologia è soprattutto organica ed assomiglia a quanto si può provare nelle prime fasi di un infarto, tanto che talvolta al presentarsi del primo attacco la persona chiede di essere portata all’ospedale.
E in quel caso che succede?
- Niente. Accertato subito che non si tratta di un infarto o di altre patologie di natura medica, e riconosciuto il malessere come un disturbo a carattere psicosomatico, la persona viene rimandata a casa, solitamente con l’indicazione di stare tranquilla. Naturale però che tranquilla la persona non ci starà perché l’esperienza che ha vissuto la farà stare nella costante apprensione che possa ripresentarsi un altro attacco di panico. Perché i sintomi vissuti sono realmente terrorizzanti.
Quali sono questi sintomi?
- La sintomatologia è molto varia e comprende: palpitazioni, sudorazione, tremori, dolore al petto, nausea, sensazione di sbandamento, svenimento, de realizzazione e cioè un senso di irrealtà, che non fa che aumentare il panico, depersonalizzazione, ovvero la sensazione di essere staccati da se stessi, quasi come se ci si stesse guardando dall’esterno. Sono quasi sempre presenti la Paura di morire o di stare impazzendo. Naturalmente non è detto che si presentino tutti assieme questi sintomi, ma ne bastano quattro di questi per poter parlare di attacco di panico.
Sembra un disturbo molto serio
- E per certi versi lo è. Una delle difficoltà maggiori che la persona che soffre di attacchi di panico ricorrenti ha è proprio quella di convincere gli altri della sua reale difficoltà. Spesso infatti quelli che ha d’introno tendono a minimizzare l’accaduto dicendo che se dalle analisi non risultano componenti organiche allora non c’è motivo per stare così male. Facendo intendere che, insomma, se sta così, la colpa è anche un po’ sua.
Ed è così?
- No che non è così.
Ma se ne può uscire e se sì, come?
- Certo che se può uscire. Gli attacchi di panico per quanto devastanti e frequenti sono comunque la manifestazione di un’ansia che pervade la persona. Questa ansia la si può combattere o con degli psicofarmaci (gli ansiolitici esistono per questo), che però sono dei sintomatici, agiscono cioè sulle manifestazioni del disturbo e non sulle cause. Oppure la si può affrontare con coraggio nel corso di una terapia psicologica.
Molti però non vanno in terapia per la paura che questa abbia una grande durata.
- So che nell’immaginario comune la terapia è un processo lunghissimo e costosissimo, ma questo non è necessariamente vero. Dipende dall’approccio del terapeuta, e da cosa il paziente vuole. La nostra esperienza dimostra, che nel caso degli attacchi di panico un numero di dieci sedute può essere sufficiente a far scomparire il sintomo.
Il nostro studio infatti può avvalersi di strategie integrate che mirano ad ottenere i migliori risultati nel minor tempo possibile.
Una domanda sull’Ipocondria

Ci è stata sottoposta una domanda riguardo l’ipocondria.
Nel seguente articolo oltre ad informazioni di carattere generale e descrittivo, proverò ad introdurre anche alcuni spunti interpretativi per tale condizione.
Domanda: E’ da circa un anno che mi sento teso e preoccupato di avere qualcosa che non va, dopo un anno di visite mediche di vario genere mi è stato detto che “ e’ SOLO IPOCONDRIA” come se la cosa mi potesse aiutare in qualche modo, potrebbe darmi qualche informazione in più?
Ringraziando in anticipo vi saluto.
I.I.
Risposta: Non è raro che dopo lunghi peregrinaggi da uno specialista all’altro senza ricevere né una diagnosi precisa né una risposta rassicurante , venga suggerita al paziente l’ipotesi di una generica “ipocondria”. Nel peggiore dei casi ci si può sentire liquidati da un’altrettanto generico “ Non si preoccupi lei è soltanto un po’ stressato”.Comunque dando per scontato che l’indicazione da lei ricevuta sia corretta, il nodo centrale del problema non ha tanto a che fare con l’essere affetto da una qualche malattia ( cosa che va in ogni modo verificata) ma con l’ansia e la preoccupazione di poterlo essere.
Capisco quanto possa essere spiacevole la sensazione di essere malati e non riuscire a trovare in chi ti dovrebbe aiutare una soluzione rapida e convincente.
Nella condizione ipocondriaca è come se la persona avesse la paradossale necessità di sentirsi dire che è malata per poter tirare un sospiro di sollievo.
L’ipocondria infatti viene definita come il timore , e a volte la convinzione, da parte del soggetto di essere affetto da un qualche tipo di malattia che però non viene riscontrata da un punto di vista strettamente medico.
Ciò che risulta importante sottolineare è che non si tratta né di simulazione, né di menzogna da parte del soggetto il quale si trova effettivamente a soffrire un insieme di disagi che ne minacciano l’autonomia, le relazioni ed il lavoro.
Molto frequentemente la persona trascorre il suo tempo in uno stato di allerta, sempre attenta a rilevare anche il più piccolo ed insignificante cambiamento corporeo, spesso interpretandolo, dopo lunghe e sofferte ruminazioni,come segni inequivocabili di patologia.
Con il tempo, la convinzione di essere affetti da qualche male non trova più conferma da parte dei medici e dei familiari,facendo sentire la persona sola, incompresa ed indifesa nei confronti della propria sofferenza.
A volte l’assidua frequentazione di medici, la lettura di riviste di settore, rende queste persone dei pazienti molto preparati ed esigenti.
Di conseguenza possono non accontentarsi di una semplice visita generica e delle rassicurazioni del proprio medico sulla loro salute, spesso continuano in una disperata ricerca della loro patologia attraverso visite ed analisi specialistiche sempre più approfondite.
Altro aspetto paradossale e complicante dell’ipocondria è che al momento in cui il medico, credendo di rassicurare il proprio paziente, comunica che non c’è niente di cui preoccuparsi, il soggetto può sentirsi deluso e trascurato da chi dovrebbe aiutarlo a guarire.
È chiaro che la persona ipocondriaca è vittima di una sequenza circolare ed auto rinforzante di eventi che irrigidiscono la sua situazione e sembrano impedire una via d’uscita:
MI SENTO MALATO E MOLTO ANSIOSO perché NON CAPISCO COSA POSSA ESSERE → MI RIVOLGO AD UN MEDICO PERCHE’ POSSA AIUTARMI→ QUESTO INVECE AUMENTA I MIEI DUBBI E LA MIA SENSAZIONE DI IMPOTENZA E RABBIA→ I SINTOMI ANSIOSI SI ACUISCONO ASSIEME ALLA PERCEZIONE DI DEBOLEZZA E FRAGILITA’………E IL CICLO SI RIAVVIA.
E’ ovvio che se questa sequenza di eventi non viene interrotta la persona difficilmente riuscirà da sola a risolvere le sue difficoltà
Un intervento psicoterapeutico in questo caso aiuta innanzitutto a spostare il fuoco dell’attenzione dalle presunte cause organiche del sintomo alle dinamiche psicologiche e relazionali sottostanti.
Spesso dietro al controllo che la persona cerca di esercitare sul proprio corpo e sulle sue reazioni si può celare la necessità di controllare e ricevere le attenzioni dalle persone che stanno più vicine al soggetto.
Come ogni altro sintomo l’ipocondria ha un suo significato ed una sua funzione se collocato all’interno della storia del paziente e del contesto in cui vive.
In molti casi la condizione di malato blocca il sia il soggetto che le persone che gli stanno attorno, magari “proteggendolo” da situazioni che non vorrebbe o non può affrontare.
La psicoterapia , una volta escluse le possibili cause mediche, può certamente aiutare le persone con tratti ipocondriaci ad intraprendere un cammino verso una maggiore autonomia. Tale “sentiero” potrebbe addirittura richiedere più coraggio che farsi diagnosticare una malattia.
Attacchi di panico
La sintomatologia ansiosa che si concretizza in quegli che vengono definiti “attacchi di panico” è purtroppo una delle più diffuse specialmente nella fascia d’età che va dai 18 ai 30 anni. Descrivere in maniera veritiera la sensazione provata in quei momenti non è facile, e credo, neanche possibile. Ma cosa sono questi “attacchi”?
Sono episodi acuti di ansia caratterizzati da un vero e proprio terrore insostenibile che ostacola una qualsivoglia organizzazione del pensiero e dell’azione. Il panico che può associarsi e fenomeni di de-personalizzazione (sensazione di distacco da sé stessi) e di de-realizzazione (senso di irrealtà del mondo) è accompagnato da forti segnali fisici come ipersudorazione, pallore, palpitazioni, tremore, nausea, sensazione di soffocamento etc. Tra gli attacchi di panico si possono distinguere:
- Attacchi di panico provocati dalla situazione quando questi si verificano sempre in concomitanza con una data situazione ad esempio guidando la macchina o sul treno.
- Attacchi di panico sensibili al contesto quando esiste si una relazione col contesto ma meno stretta del precedente esempio
- Attacchi di panico non provocati (inaspettati) quando questi si verificano in presenza di stati mentali in apparenza benigni, come durante il rilassamento, oppure in situazione cui paiono del tutto ingiustificati
Perché si possa parlare di diagnosi di disturbo di panico vi debbono essere attacchi di panico inaspettati e ricorrenti; l’esclusiva presenza di attacchi di panico causati dalla situazione riflette invece, con ogni probabilità, la presenza di una fobia.
Fortunatamente le patologie dello spettro ansioso hanno un’eccellente probabilità di remissione se adeguatamente affrontate. A questo proposito un percorso di tipo psicoterapeutico è sicuramente quello che, oltre alla risoluzione in tempi relativamente brevi, offre anche la minor percentuale di possibilità di ritorno della sintomatologia.
Dott. Cristiano Pacetti