Posts filed under 'Dipendenze'
Attacchi di panico ed ansiolitici

Sempre più spesso è possibile assistere ad interventi da parte di medici sui diversi media che, senza troppo lasciare alla disanima dei casi proposti, consigliano di cominciare a prendere ansiolitici di varia natura alla prima comparsa di un attacco di panico (o addirittura alla prima comparsa di sintomi di natura ansiosa). Lungi da me l’idea di pensare che questi siano i dettami di una logica di mercato che vede nel farmaco (e dello psicofarmaco più in particolare) una fetta consistente degli introiti delle case farmaceutiche. Resta allora da capire perché, si consiglia l’immediata assunzione di benzodiazepine, quasi senza neanche ascoltare i motivi ed il CONTESTO in cui il paziente accusa la comparsa dei sintomi di matrice ansiosa. Quello che più e più volte, assieme al collega Bargellini, abbiamo detto sulle pagine di questo blog, e che ancora oggi voglio io ribadire è che una pillola, per quanto efficace non da un senso alle cose, e rimane pertanto efficace solo e solamente nel momento in cui la si assume. Con questo non intendo certo svilire l’efficacia della farmacopea, che in alcune situazione è essenziale al superamento della patologia psichica (come, ad esempio nel caso di gravi depressioni o in gravissime sindromi ansiose), MA a questa si dovrebbe sempre affiancare un supporto tipo psicoterapeutico. La psicoterapia ad oggi è il più mirato e preciso intervento di modificazione psichica cui disponiamo. Certo c’è da saperla fare, ed è molto più difficile della prescrizione di una medicina.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment maggio 6, 2010
Effetti della cannabis

E’ vero, per intossicazione da marijuana o hashish non è mai morto nessuno. È vero anche che la pianta della canapa ha una miriade di utilizzi, i quali se venissero attuati su scala industriale, abbasserebbero di molto l’inquinamento dovuto al petrolio e ai suoi derivati. Credo anche nella demonizzazione che ne è stata fatta ad opera di chi, dal petrolio aveva da guadagnare. Ma assolutamente non credo nella sua innocuità quando usata come droga. La diffusione di queste droghe tra i giovani e giovanissimi in Italia è cosa risaputa, si stima che 3 ragazzi su 5 entro i 18 anni l’abbiano provata almeno una volta (e l’Italia, nella classifica del consumo di cannabis, detiene addirittura il record in Europa: è prima insieme alla Spagna, con l’11,2% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ne fa uso). Gli effetti sulla psiche umana nell’immediato sono ben conosciuti e studiati: Il THC si lega nel cervello ai recettori per l’anandamide, una sostanza organica; questi recettori si trovano nel cervello, nel cervelletto ed in alcuni nuclei del mesencefalo. Queste strutture partecipano ai processi di percezione e riconoscimento, alla memoria, allo stato d’animo e a funzioni intellettive e motorie superiori. Si capisce pertanto come mai il consumo di Marijuana si ripercuota negativamente e in modo dannoso proprio su queste funzioni alterandole. La piacevole sensazione di euforia, di distacco dalle cose quotidiane, il senso di leggerezza che la “canna” da a chi la fuma sono indubbi (a meno che non si verifichi un attacco di panico ad insorgenza indotta proprio dal THC). Cosi come è indubbia la tendenza ad abusarne di molte delle persone che ne fanno uso. Questo post allora non vuole essere una demonizzazione della pratica del fumare cannabis, ma vorrebbe essere un monito per chi consuma questa droga. Anni fa si credeva e si diceva che la cannabis era la porta d’accesso alle droghe pesanti e si commentava questo in modo estremamente stupido, asserendo che il 90% degli eroinomani era prima passato dagli spinelli (che è esattamente come dire che il 90% dei piloti di jet ha anche la patente per la macchina). Così campagne su campagne che certo non hanno colpito il bersaglio perché colme di bugie e di esagerazioni. Oggi un dato è certo e cioè che come di qualunque altra sostanza l’abuso di cannabinoidi ha pesati ripercussioni sulla vita mentale e, prima ancora, sociale di chi ne fa uso, porta alla slatentizzazione di tratti di personalità paranoici può accelerare l’insorgenza della schizofrenia (in chi è predisposto). In generale rallenta le capacità cognitive e compromette le capacità di analisi situazionale. Tutto qua, ma vi garantisco che non è poco.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 29, 2009
Bevi responsabilmente
La frase che da il titolo a questo post è completamente priva d’ogni possibile significato. Non esiste un modo “responsabile” di bere alcolici perché non esistono quantità minime consigliate. L’OMS ha infatti da tempo classificato l’alcol nella categoria “droghe” togliendo qualunque soglia di sicurezza alle bevande alcoliche. L’alcol è altresì la principale causa di incidente stradale, come riportato in questo bell’articolo sul blog di Ciannilli Luigi Antonio. Ogni giorno la conta dei giovanissimi morti in lamiere contorte è un macabro e infinitamente triste rito che si ripete uguale a sé stesso, per noi che lo guardiamo ma che ha dietro uno strazio (quello dei sopravvissuti, genitori e parenti) difficilmente immaginabile. Lo stato che fa? Citando De André si potrebbe dire che: “S’arrabbia, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Perché se da una parte abbassa il tasso alcolico rilevabile in un guidatore dall’altra permette cose vergognose come questa:

L’età media degli avventori di un noto locale fiorentino era attorno ai 17 anni, e fra i tavolini all’aperto vagano due ragazzi molti carini (un ragazzo e una ragazza), questi PR avvicinavano chiunque gli passasse a tiro ed il compito che avevano era quello di consegnare dei “gratta e vinci” sponsorizzati dalla Jack Daniel’s. All’interno di questi tagliandi 4 possibili cocktails realizzabili con il suddetto whiskey. Grattando e trovando le giuste combinazioni di frutta si potevano vincere T-shirt, cappellini, moschettoni ecc, (tutto a marchio Jack Daniel’s). Senza contare lo slogan che accompagna la nuova campagna: “Jack on the Beach” (bere whiskey in spiaggia…l’apoteosi del benessere!). A mio personale parere di uomo prima che di clinico trovo assolutamente riprovevole che si permetta la diffusione di certe strategie di marketing che vanno a colpire direttamente i giovanissimi, uno ad uno, istigandoli (perché di istigazione si tratta) a bere alcolici. Non è moralmente accettabile che si possa fare pubblicità così ad una delle principali cause di morte (diretta o indiretta) dei giovani.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 19, 2009
Gli effetti della cocaina

La cocaina è un alcaloide. Ma non credo che questa delucidazione serva. La cocaina è una droga. Ed è una droga maledettamente “cattiva”, perché a differenza dell’eroina non stigmatizza chi ne fa uso e a differenza degli allucinogeni non esige che il consumatore smetta di fare quello che sta facendo. La cocaina è una droga cattiva perché fa credere a chi la consuma che non è un drogato, ma che anzi è una persona iperattiva, piena d’energia e ben calata nella società contemporanea, magari anche un uomo di successo, non come quei “reietti” che si bucano o come quei “fulminati” che calano. Non ci vogliono aghi per la cocaina, non ci sono segni evidenti, la si tira su col naso, o la si fuma. Sembra normale farlo, e sembra, e questo è l’inganno di questa droga, che non ci siano particolari controindicazioni, che, tutto sommato, i benefici siano più dei costi, che fisicamente non lasci particolari segni. Poi “tiravano e tirano ” personaggi di successo del mondo della finanza, dello sport, dello spettacolo, e se lo fanno loro…
Fra qualche anno scoppierà una delle più grandi emergenza sanitarie che l’umanità abbia mai conosciuto, e sarà un emergenza sottesa che non avrà il clamore di un’epidemia di influenza o di un virus letale, ma ci coglierà ugualmente del tutto impreparati. Tra qualche anno (al massimo una decina) tutti quei ragazzi che oggi abusano di cocaina e che lo fanno con la stessa naturalezza con cui si può bere un caffè (che tra l’altro è anch’esso un alcaloide), saranno adulti e soffriranno delle innumerevoli conseguenze che l’uso della polvere bianca porta meschinamente con sé. Infatti, se saranno sopravvissuti al rischio d’infarto, di ictus, o di incidente stradale, avremo delle persone profondamente diverse, modificate nei loro tratti di personalità solitamente nella direzione paranoica. La cocaina, bloccando il riassorbimento della noradrenalina e della dopamina (due neurotrasmettitori) fa sì che il funzionamento normale del cervello si blocchi e che compaiano (sul lungo periodo) un ventaglio di disturbi spesso indistinguibile dalla psicosi, e per i quali non ci sono rimedi che possano riportare la persona allo stato pre-sintomi. L’unica soluzione che abbiamo è quella di non arrivare a questo. Smettere prima che sia troppo tardi, con l’aiuto di chi (famiglia, psicoterapeuti e psichiatri) può farlo.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 16, 2009
Introduzione al gioco d’azzardo patologico

Da tempo mi occupo con curiosità ed impegno clinico di quello che viene descritto come gioco d’azzardo patologico (GAP). Tale dipendenza, come tutte le altre, trova la sua diffusione anche in corrispondenza dei processi di legittimazione e deresponsabilizzazione operati dalla nostra società.
Vi propongo di seguito una breve riflessione su tale argomento.
L’analisi del gioco d’azzardo ci porta a due diverse realtà.
Una di grande diffusione e innocuità dove il gioco assume la forma di una attività libera che permette alla persona di esaltare, modificare, transfigurare la realtà oltre che a crescere in modo sano rispettando la propria autonomia.
L ‘altra di grossa sofferenza e problematicità, contraddistinta da una situazione che spesso diviene intollerabile dal punto di vista personale, familiare e sociale. Riflettere sul gioco d’azzardo pretende dunque di tenere presenti entrambe le dimensioni. Il gioco d’azzardo evoca immagini contraddittorie, di divertimento e di preoccupazione, non solo relativamente all’ambito della morale e della legalità, ma anche nell’ambito più strettamente clinico ed in relazione ai sempre più evidenti e diffusi casi di patologia da gioco.Giocare può essere (dovrebbe essere) un occupazione spensierata, libera dai vincoli della vita reale, che pone tutti i giocatori sullo stesso piano. Solo così il momento ludico si traduce in esperienza irrinunciabile della vita umana, capace di rapire il soggetto, elargire gioia e liberarlo dalla ripetitività dell’esistenza.Si scopre così quell ‘importanza ontologica del gioco sostenuta da Eugen Fink nel suo saggio”Oasi della gioia” (1957).“Il gioco rassomiglia a un oasi di gioia raggiunta nel deserto del nostro tendere e della nostra tantalica ricerca .
Il gioco ci rapisce .
Giocando siamo un po’ liberati dall’ingranaggio della vita, come trasferiti su un nuovo mondo dove la vita appare più leggera, più aerea, più felice”(p.8). D’altra parte giocare d’azzardo fa anche appello al nostro desiderio di onnipotenza, ambizione che non può far altro che scontrarsi con una quantità di fattori incontrollabili. Giocare è sinonimo d’ interruzione della routine, prendersi una pausa e alleggerirsi del peso dell’esistenza. Ma se dovessimo parlare del gioco soltanto come un oasi della gioia volgeremmo la nostra attenzione solo sulla faccia luccicante di una medaglia che nel suo rovescio cela una realtà potenzialmente devastante. L’esperienza ludica può essere totalmente fagocitante da non aver più niente in comune con la sua funzione ricreativa. Così il gioco da magico può rivelarsi demoniaco.
Il momento ludico può trascinare l’uomo ,talvolta nell’arco di un’ esistenza ,talvolta con modalità più dirompenti, (ci sono storie di persone che si giocano tutto in una notte , dove sono sufficienti poche scommesse per decidere se affidare tutto ciò che si è e che si ha nelle mani della sorte) nel mondo incandescente che è tipico del gioco d’azzardo.Il mio impegno nell’affacciarmi a tale fenomeno è quello di considerarlo nei suoi molteplici aspetti , guardarlo nella globalità di una realtà antica quanto l’essere umano ma che ,da un punto di vista scientifico, è ancora ai suoi esordi. Giocatori d’azzardo lo sono potenzialmente e innocuamente tutti, in tutti albergano le stesse pulsioni di irresistibile attrazione verso il rischio contrapposte a quelle di censura e di rifiuto moralistico.Sono dinamiche che spaccano l’individuo a prescindere dalla sua patologicità.
Rischiare e azzardare emergono come componenti che evadono dallo specifico del gioco e invadono ogni aspetto della nostra vita .Il caso infatti sembra dominare la vita dell’uomo, beffando di continuo il suo bisogno di previsioni certe (Ekeland,1992).Per molto tempo ha dominato una visione del gioco d’azzardo, oltre che moralistica, elitaria, dostoevskijana ,riferita a mondi passati e diversi . Forse, proprio perchè così distante, tale rappresentazione del gioco d’azzardo ci affascina lasciandoci allo stesso tempo indifferenti.Oggi giocare d’azzardo non appartiene più soltanto a classi sociali abbienti che annoiate e aliene alla vita comune sperperano il loro denaro nei casinò. Oggi , più semplicemente e più spesso ,sono le persone come noi che dilapidano uno stipendio al bar sotto casa . Ancora oggi ,come soprattutto nota Dickerson (1984) , l’introduzione del gambling nel D.S.M. manifesta grosse lacune .Lo studio del gioco d’azzardo patologico è terreno sul quale non si incontrano pareri unanimi , a partire dai criteri diagnostici fino alla semplice definzione della categoria nosografica di giocatore d’azzardo. In letteratura l’interesse è stato rivolto soprattutto alla dimensione patologica mirando ,non senza difficoltà ,al suo inquadramento diagnostico e al suo studio come forma di addiction, recentemente però l’attenzione si è anche indirizzata verso la comprensione dell’aspetto sociale del gioco d’azzardo e quindi all’aspetto non patologico dello scommettitore occasionale e di quello abituale (Lavanco,2001).
Parlare di gioco d’azzardo vuol dire confrontarsi con un fenomeno la cui complessità e l’ambivalenza, si articola su un probabile e drammatico continuum che comprende una zona di gioco mondo mondo ricreativo Caratterizzato da divertimento e socializzazione, fino a giungere ad una deriva fatta d’abuso e di sofferenza. Si può perciò descrivere un’ampio percorso che nasce dalle origini storico-antropologiche del gioco e che nei secoli, attraverso diversi paradigmi, giunge a una visione medico-psicologica dell’azzardo. Perché dell’azzardo si può parlare come dell’eterna passione umana per il rischio, ma anche, nellla deriva della dipendenza, attraverso le più recenti prospettive terapeutiche.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 29, 2009
Alcol e adolescenza
L’incontro degli adolescenti con l’alcol è un momento sempre più precoce quanto preoccupante. Le ripercussioni del consumo in età giovanile di alcolici riguardano sia la sfera fisica, che psicologica, che sociale. Sul versante fisico l’aspetto deleterio riguarda soprattutto il fatto che l’organismo dei ragazzi non possiede ancora gli enzimi necessari per elaborare l’alcol. Di conseguenza questa sostanza va ad incidere con tutto il suo impatto sui giovani, e non ancora formati, tessuti nervosi e del fegato. Sul versante psicologico gli effetti possono essere diversi, ed ovviamente hanno a che vedere con le modalità di reazione e di contenimento che i contesti attorno all’ adolescente adottano. E’ chiaro che bere alcol è un comportamento legittimato e sollecitato nella nostra cultura, di conseguenza, prima o poi, ogni adolescente stabilirà un qualche contatto con essa. Negare questa possibilità con eccessiva rigidità sarebbe forse peggio. La questione si gioca però sul versante dei bisogni psicologici e relazionali che la sostanza va ad appagare o a coprire. Una cosa è bere qualcosa ad una festa o magari per semplice spirito emulativo, un altra è bere per non sentire il peso di un disagio altrimenti insopportabile o per richiamare a se un genitore troppo assente. In questo aspetto, il contesto ( familiare e non solo) deve essere ben sintonizzato e capace di intervenire. Oltre all’informazione e alla prevenzione che gli adulti devono saper fare, è necessario leggere e comprendere quali bisogni profondi l’effetto dell’ alcol potrebbe incrociare. La famiglia, come primo sistema di riferimento dell’individuo, dovrebbe poi ” sostituire” la relazione con l’alcol con relazioni alternative ma allo stesso tempo appaganti all’interno dei propri schemi .Sono diversi anni che mi occupo, presso uno dei molti club per alcolisti in trattamento a Prato, dell’intervento su questa realtà. La mia personale esperienza mi porta a ritenere che proprio l’ approccio familiare-ecologico (Hudolin) sia tra i più incisivi ed efficaci nel sollecitare il cambiamento verso un migliore stile di vita. Questo perchè vi è un coinvolgimento dell’intero sistema che ruota attorno a chi manifesta il problema.Il cambiamento viene così sollecitato attingendo da quelle che sono le risorse di ogni membro e modificandone eventuali dinamiche disfunzionali. Questo perchè i problemi alcol correlati, negli adolescenti soprattutto, si possono leggere ed affrontare meglio all’interno dei sistemi d’appartenenza entro i quali si sviluppano e si manifestano. Questo non significa che l’adolescente non debba mettere a fuoco le proprie fragilità e modificarsi in prima persona. Dico soltanto che quando un giovane beve troppo non solo lui, è coinvolto nel problema. L’attivazione del sistema famiglia,allora, può rappresentare lo strumento migliore per capire i perchè del bere ed i come smettere.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 21, 2009
Uscire dalla cocaina

Tamara De Lempicka
Uscire dalla cocaina
Nonostante la cocaina sia diventata una droga tra le più consumate i servizi territoriali e le comunità soffrono un grave ritardo rispetto alla messa a punto di programmi specifici per la cura e la riabilitazione dei cocainomani. Questo soprattutto in ragione dell’attenzione quasi esclusiva che per molti anni è stata rivolta all’eroina e all’alcol. Soltanto in tempi più recenti ci si è accorti che la cocaina stava rapidamente diventando la droga di tutti, anche della gente normale, e che probabilmente andava affrontata attraverso le sue specifiche caratteristiche e gli specifici effetti che provoca sulle persone che ne fanno uso.
Come è noto la cocaina è un eccitante di conseguenza i suoi effetti agiscono sulla personalità dell’uomo in direzione dell’esaltazione, dell’euforia, dell’onnipotenza, in ogni caso allontanando il soggetto da quella condizione necessaria per riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto. Questo è forse l’aspetto più incidente sulla difficoltà dei servizi nel curare la dipendenza da cocaina. Spesso chi ne fa uso, nonostante il bisogno crescente della sostanza, lavora, frequenta gli altri, si sente attivo, produttivo, è in qualche modo inserito. Di conseguenza l’immagine, se pur artefatta, che ha costruito di se stesso non lascia spazio alcuno all’accettazione di aver un problema e di essere collaborativo con chi vorrebbe aiutarlo ad accettarlo.Insomma, il Sert, le comunità, l’ospedale, sono per i drogati, per gli alcolisti, per i perdenti, non per chi si sente forte ed infallibile come molti cocainomani. Così sembrano ragionare, soprattutto all’inizio della terapia, molti cocainomani. E’ chiaro che niente come la cocaina può arrivare ad accarezzare così efficacemente il lato narcisista delle persone.E qui veniamo al nodo centrale della dipendenza da cocaina. Perchè sotto l’armatura luccicante che il cocainomane si è messo addosso, c’è forse un un uomo o una donna che non può permettersi di sentirsi fragile, insicuro, bisognoso dell’aiuto dell’altro. La cocaina serve esattamente a quello, a scacciare la paura intollerabile di essere debole, non all’altezza, inadeguato ad un mondo che può essere affrontato solo se aiutato dalla spinta della coca. Così mentre ci si sforza i convincere la gente a non usare cocaina e la si sottopone ai percorsi di disintossicazione, parallelamente ci deve essere chi aiuta la persona a mettersi in contatto con quella parte fragile e nascosta. Credo sia questo, in ultima analisi, il compito psicoterapeutico da porsi con chi fa uso di cocaina. Uscire dalla dipendenza, non può essere un semplice esercizio all’astinenza, ma anche una ricerca di quei bisogni inespressi che la sostanza, da un certo momento in poi, ti ha fatto credere di non avere più.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 7, 2009
Freud e la cocaina

Quella che segue è l’introduzione scritta dal dottor Bargellini per una nuova edizione di un vecchio classico della psicoanalisi ovvero: “Sulla Cocaina” di S. Freud. Nella speranza che possa stimolare la vostra curiosità alla lettura.
Se escludiamo l’alcool sniffare, fumare, assumere cocaina rappresenta adesso la modalità più comune per accedere a stati di alterazione psicofisica . La cocaina non è più esclusiva degli strati abbienti della società, non è appannaggio di fotomodelle o imprenditori, oggi la polvere bianca si trova raccolta in “pezzi”, appallottolata in piccole confezioni di cellofan nelle tasche della gente comune, nelle borsette delle signore, nelle mutande degli spacciatori, negli zaini degli studenti, nella cassaforte dei politici, ovunque. L’hanno beccata disciolta nelle acque dell’Arno in percentuali imbarazzanti, ce ne sono residui nella maggior parte delle banconote che maneggiamo (non tutti si possono permettere il foglio da cento come Scar face), viene scaldata, poi la si frantuma (di solito con la stessa carta di credito utilizzata per prelevare i soldi) suddivisa in strisce o “botti”, poi si tira su. Sniff, da una narice, sniff ,dall’altra. Ecco fatto, niente aghi, nessuna traccia di sangue, nessun rischio di contrarre sindromi nefaste, nessuna stigmate sociale da eroinomane, se mai l’illusione di appartenere ad una folta schiera di personaggi tra i quali si possono certamente riconoscere vip, attori, calciatori, presidenti, insomma quelli che ci vengono reclamizzati come vincenti. Farsi di cocaina oggi è terribilmente semplice e a buon mercato, e sebbene si assista ad un crescente allarme e presa di coscienza attorno ai rischi connessi a questa sostanza, il fenomeno cocainomania continua la sua inesorabile espansione. Ma come si è arrivati a tutto questo? Ma la coca non era una pianta sudamericana utilizzata e masticata dalle popolazioni indigene durante le loro ritualità? Ma chi diamine ce l’ha portata dalle nostre parti? Vi sorprenderà sapere che tra i primi sostenitori e diffusori dell’alcaloide in occidente possiamo placidamente riconoscere il veneratissimo Sigmund Freud. Quella che segue è una breve prefazione de me scritta per una ri-edizione del celebre saggio freudiano Uber Coca, sua prima, inestimabile pubblicazione. “Nella mia ultima depressione ho fatto uso di cocaina e una piccola dose mi ha portato alle stelle in modo fantastico. Sto ora raccogliendo del materiale per scrivere un canto di preghiera a questa magica sostanza” Tali entusiastiche parole non appartengono a nessuna rock star degenerata né sono riconducibili ad uno dei tanti tossici durante la sua luna di miele con la sostanza. Può apparire paradossale, ma questa non è una lettera appassionata firmata Diego Armando Maradona, trattasi invece di un prezioso carteggio intrattenuto dal Dottor Sigmund Freud con la sua signora: Martha Bernays . A Vienna correva l’anno 1884. Dovrà ancora passare del tempo prima che Freud incominci a frequentare le pionieristiche lezioni del Professor Charcot presso l’università della Sorbona, ancora non è al corrente dei fenomeni ipnotici e dissociativi, l’isteria non rappresenta affatto il centro dei suoi interessi,ergo teoria e metodo psicoanalitici sono ben lungi dall’essere partoriti. Possiamo serenamente dire che all’epoca il giovane dottore, né aveva trovato una precisa collocazione all’interno del panorama medico – scientifico, né era riuscito dare alla sua vita professionale e di coppia sufficiente stabilità. Certo niente di paragonabile alle difficoltà che un giovane di oggi deve incontrare per poter guardare al futuro con un minimo di tranquillità, ma è certamente interessante notare come l’incontro del padre della psicoanalisi con la cocaina va a collocarsi in una fase non facile e turbolenta della sua vita.
Si laurea con sensibile ritardo in medicina (1881) e si trasferisce Inghilterra, poco dopo torna a Vienna dove si dedica alla studio e alla ricerca in zoologia. Quest’ultima disciplina lo lascia piuttosto insoddisfatto, decide allora di cambiare e concentrare i suoi sforzi nella fisiologia. In questo periodo della sua esistenza si applicherà alle seguenti branche mediche: neurologia, istologia, dermatologia, persino l’oftalmologia riuscirà a solleticare i suoi interessi. Ad ogni modo il successo ed i riconoscimenti ai quali Freud sarà destinato non si concederanno mai attraverso queste materie. E se dal punto di vista professionale la situazione non si è ancora del tutto definita, il giovane sembra avere non trascurabili fragilità anche sul versante mentale. Come è noto a quel tempo Freud soffriva di depressione, fatica cronica ed altri sintomi di natura nevrotica. E’ quindi legittimo pensare che il rapporto dell’autore con la sostanza andasse ben al di là di un semplice interesse scientifico per essa, e che la cocaina rappresentasse piuttosto un possibile rimedio ai suoi disagi. Non a caso Freud si rivolge così alla fidanzata in una lettera del 21 Aprile del 1884: “Ho letto della cocaina (….) Me ne sto procurando un po’ per me e poi vorrei provarla per curare le malattie cardiache e gli esaurimenti nervosi…”
2 comments dicembre 22, 2008
Il fumo non spaventa nessuno
Dal primo di ottobre in Inghilterra è cominciata una campagna choc per tentare di far smettere di fumare i sudditi di Sua Maestà. Ancora una volta per realizzare questo bell’intento i pubblicitari si sono serviti di tumori, bocche guaste e bambini sofferenti; hanno insomma messo in primo piano le nefaste e terribili conseguenze a cui il tabagismo può portare. Che tutti siano dimentichi di quell’esperimento fatto in America agli inizi degli anni 50 io non credo. Dovete infatti sapere che nel 1946 l’igiene orale era un lusso per pochi e il governo degli Stati Uniti s’intese di promuovere il bel sorriso in due modi diversi: ad una parte della popolazione venne proposta una campagna incentrata sui positivi effetti del lavarsi denti (quindi con sorrisi brillanti e aria felice sui cartelloni per strada), all’altra parte degli Americani si propose invece il terrorismo di marci denti. E indovinate un pò quale delle due strade dette i migliori risultati? Esatto. Quella che veicolava un messaggio positivo, perché la mente umana ha più facilità a recepire una cosa a favore della sua esistenza piuttosto che no. Quando ci fanno vedere immagini troppo forti i meccanismi di difesa che regolano il nostro quieto vivere entrano subito in funzione. Io che loro non lo sappiano non ci credo. A questo proposito consiglio il bel film sulla persusione dell’industria del tabacco dal titolo “Thank you for smoking”. E faccio i miei migliori auguri a tutti coloro i quali decideranno di smettere di fumare, per loro reale motivazione.
Dott. Cristiano Pacetti
1 comment novembre 3, 2008
Droga Hard Discount
Riportiamo questo articolo a cura di Emilio Radice apparso su “Salute” il supplemento settimanale di Repubbluca.
La droga, anzi le droghe. In giro ce n’è per tutti i gusti e di tutti i tipi, eppure quasi non si vede. Non perché sia nascosta e nemmeno perché la si consumi con discrezione. Anzi è vero il contrario. L’uso della droga (delle droghe) è oggi talmente diffuso da essere diventato “normale”. Dunque occultato dalla mancanza di scandalo e – in una società viziata dalla abbondanza di immagini – dall’assenza di una documentazione visiva che crei una reazione negativa. La droga, insomma, rischia di diventare un prezzo corrente del nostro vivere, al pari dello smog e degli incidenti stradali. Situazione tanto più grave quanto più drogarsi è facile. Il mercato clandestino ha registrato un crollo dei prezzi, ora alla portata anche dei giovanissimi. A Milano e a Firenze sono state recentemente sequestrate dosi di cocaina e di eroina “da sniffo” vendute a 10 euro.
Il fenomeno è confermato dagli operatori dei SerT, sempre più spesso alle prese con tossicodipendenti adolescenti: “Lo spaccio di ogni tipo di sostanza stupefacente a prezzi stracciati non solo mira ad attrarre fasce di consumatori prima escluse ma comporta un altro rischio, e cioè che in una situazione di sostanziale policonsumo il giovane assuntore di droga non sa più di preciso cosa prende e quali rischi corra. In un rito di gruppo uno tira quel che capita, al buio. Ma il pericolo è anche un altro: sta cambiando radicalmente la modalità di assunzione delle droghe in genere. I ragazzi che si accostano all’eroina, ad esempio, non la assumono con una iniezione endovena ma la fumano o la sniffano. Questo fa crollare una forte barriera psicologica che prima si opponeva al consumo di tale droga ed espone i giovani a un rischio-dipendenza che non riescono a valutare”. Insomma, a differenza di qualche anno fa, quando le strategie di contrasto erano calibrate su consumi lineari e tipici, oggi il policonsumo mischia e rende incerti addirittura gli approcci terapeutici. “E poi”, aggiungono gli operatori, “non si deve dimenticare la presenza costante e massiccia dell’alcol”.
La situazione generale sullo stato delle tossicodipendenze è stata recentemente “fotografata” dalla relazione annuale al Parlamento da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega ai problemi delle tossicodipendenze, Carlo Giovanardi. Nel 2007 in Italia ci sono stati 589 morti per overdose, prevalentemente uomini, con un incremento del 6% rispetto al 2006 (erano stati 517). La quota di decessi attribuita all’eroina è del 40%. Quella attribuita alla cocaina è passata dal 2,3% del 2001 al 6,1%. I soggetti in trattamento presso i SerT sono stati 171.771, ma si stima che almeno altre 130.000 persone siano rimaste senza trattamento pur avendone bisogno.
Dunque il totale della popolazione “tossica” è stimato in oltre 300.000 individui. Il 74% degli utenti dei SerT nel 2007 era dipendente da oppiacei (morfina, eroina), il 16% da cocaina, l’8% da cannabis. Ma ben il 47% è un policonsumatore, ovvero “si fa” con tutto. Segue l’analisi sociale, che qui sunteggiamo nei dati essenziali: il 51% degli studenti ritiene facile trovare droga, o in discoteca, o per strada (spacciatore), o a scuola. Vale a dire che le droghe sono praticamente ovunque, raggiungibilissime. E se ad esse aggiungiamo l’alcol, il cui consumo è in continuo aumento, non è azzardato affermare che buona parte della popolazione nazionale, prevalentemente giovane, vive spesso in stato di alterazione psichica e comportamentale. Vista la situazione, sensibilmente peggiorata nonostante la stretta repressiva introdotta dalla legge anti-droga Fini/Giovanardi da qualche anno in vigore, torna a essere di estrema attualità la vecchia domanda: che fare?
Forse il primo punto di un nuovo programma di intervento dovrebbe essere quello del rilancio di una presa di coscienza collettiva. “I primi a non rendersi conto dei loro problemi spesso sono proprio i tossicodipendenti. L’uso facile e diffuso delle droghe li convince di avere la situazione sotto controllo”, dicono alla Federferd, la federazione degli operatori dei SerT, “salvo poi chiedere aiuto dopo avere avuto un collasso. Altri entrano a contatto con i Sert in seguito ai controlli stradali, qualcuno grazie a un genitore attento e pochi dalle scuole dove i consultori funzionano. Ma la situazione è questa: per quanto riguarda l’alcol, è in cura solo lo 0,25% di quanti ne avrebbero bisogno; è in cura il 60/70% degli assuntori di droghe classiche; e dei consumatori di droghe “minori” chiede aiuto solo il 10%”. E i cannabinoidi? E’ vero o no che c’è un’ondata di hashish particolarmente potente e pericoloso? “Non è proprio così, l’osservatorio europeo di Lisbona non ha segnalato questa “epidemia”. Ma è vero che sono in circolazione centinaia di tipi delle stesse droghe. Ed è stato sequestrato anche dell’hashish più potente dell’ordinario. Il discorso è sempre quello: oggi i ragazzi non sanno cosa assumono”. Dunque che fare? (continua…)
Add comment settembre 30, 2008

