Archive for giugno 2009
Effetti della cannabis

E’ vero, per intossicazione da marijuana o hashish non è mai morto nessuno. È vero anche che la pianta della canapa ha una miriade di utilizzi, i quali se venissero attuati su scala industriale, abbasserebbero di molto l’inquinamento dovuto al petrolio e ai suoi derivati. Credo anche nella demonizzazione che ne è stata fatta ad opera di chi, dal petrolio aveva da guadagnare. Ma assolutamente non credo nella sua innocuità quando usata come droga. La diffusione di queste droghe tra i giovani e giovanissimi in Italia è cosa risaputa, si stima che 3 ragazzi su 5 entro i 18 anni l’abbiano provata almeno una volta (e l’Italia, nella classifica del consumo di cannabis, detiene addirittura il record in Europa: è prima insieme alla Spagna, con l’11,2% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ne fa uso). Gli effetti sulla psiche umana nell’immediato sono ben conosciuti e studiati: Il THC si lega nel cervello ai recettori per l’anandamide, una sostanza organica; questi recettori si trovano nel cervello, nel cervelletto ed in alcuni nuclei del mesencefalo. Queste strutture partecipano ai processi di percezione e riconoscimento, alla memoria, allo stato d’animo e a funzioni intellettive e motorie superiori. Si capisce pertanto come mai il consumo di Marijuana si ripercuota negativamente e in modo dannoso proprio su queste funzioni alterandole. La piacevole sensazione di euforia, di distacco dalle cose quotidiane, il senso di leggerezza che la “canna” da a chi la fuma sono indubbi (a meno che non si verifichi un attacco di panico ad insorgenza indotta proprio dal THC). Cosi come è indubbia la tendenza ad abusarne di molte delle persone che ne fanno uso. Questo post allora non vuole essere una demonizzazione della pratica del fumare cannabis, ma vorrebbe essere un monito per chi consuma questa droga. Anni fa si credeva e si diceva che la cannabis era la porta d’accesso alle droghe pesanti e si commentava questo in modo estremamente stupido, asserendo che il 90% degli eroinomani era prima passato dagli spinelli (che è esattamente come dire che il 90% dei piloti di jet ha anche la patente per la macchina). Così campagne su campagne che certo non hanno colpito il bersaglio perché colme di bugie e di esagerazioni. Oggi un dato è certo e cioè che come di qualunque altra sostanza l’abuso di cannabinoidi ha pesati ripercussioni sulla vita mentale e, prima ancora, sociale di chi ne fa uso, porta alla slatentizzazione di tratti di personalità paranoici può accelerare l’insorgenza della schizofrenia (in chi è predisposto). In generale rallenta le capacità cognitive e compromette le capacità di analisi situazionale. Tutto qua, ma vi garantisco che non è poco.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 29, 2009
Disturbo dell’erezione: Diffusione, descrizione, cura.

Il disturbo dell’erezione è una delle relata cliniche sessuali più diffuse ed allo stesso tempo trascurate nell’uomo. Come spesso accade l’aspetto sessuale si incrocia con importanti elementi di tipo psicologico. Una recente ricerca sottolinea che più della metà (63%) degli uomini che richiedono una terapia per un disturbo dell’erezione hanno uno o più disturbi psicologici associati. Le sindromi più frequenti sono disturbo depressivo (25%), disturbo d’ansia (quasi il 12%), disturbo depressivo ansioso (7%), disturbi di personalità (6%), disturbo psicotico (4%) e il 10% rimanente con “altri disturbi”. Bisogna ricordare che però che la durata e la gravità del disturbo dell’erezione non sono indici della probabilità di avere anche un disturbo psicologico né della gravità dei sintomi depressivi. Un dato particolarmente significativo, soprattutto dal punto di vista dell’intervento clinico, è che gli uomini che discutono del disturbo con il partner hanno sintomi depressivi meno gravi di chi è single. Riprenderò più tardi questo argomento. Ma torniamo alle caratteristiche salienti di questo disturbo. Un problema di erezione è, nella maggior parte dei casi, un problema con una origine psicologica, per essere più precisi, un problema ad organizzazione psicofisiologica.
Sappiamo che la psiche è un insieme di processi superiori dell’organismo che influenza l’intera fisiologia. In questo senso anche il problema di erezione può essere inteso come una realtà di organizzazione psicofisiologica dell’organismo che viene mantenuto da pensieri, comportamenti e atteggiamenti che, nel tentativo di risolvere l’ansia legata alla prestazione, stanno in realtà peggiorando la situazione. Questo modello interpretativo e di intervento del disturbo erettile è oggi assai diffuso, esistono però molte altre variabili, soprattutto di ordine relazionale e di coppia che devono essere considerate. Esistono infatti per questo disturbo diverse cause psicologiche e non. La disfunzione erettile è spesso il prodotto di un intreccio di fattori, ognuno dei quali, preso singolarmente può essere più o meno importante nel determinare la sindrome in quel particolare individuo, ma che spesso produce la disfunzione agendo congiuntamente con gli altri. Sul piano psicologico troviamo un arco ininterrotto di cause che vanno da una superficiale prefigurazione di insuccesso fino a quella profonda psicopatologia in cui la risposta sessuale acquista un pericoloso significato simbolico a livello inconscio. Ciò che è importante rilevare è che in ogni caso sono dei fattori in grado di pregiudicare appunto nell’immediato le reazioni dell’individuo coinvolto in un comportamento sessuale, quali:
• Paura dell’insuccesso
Può essere basata su esperienze negative pregresse, su esagerata reattivita’ ai normali cali di erezione durante i preliminari e il rapporto, eccessiva attenzione al piacere della partner che pregiudica l’abbandono necessario e l’ascolto delle proprie sensazioni, pretese di prestazioni da parte della partner, ecc.
• Spectatoring
Atteggiamenti di difesa involontari dalle sensazioni erotiche attraverso” comportamenti di autosservazione o pensieri critici ossessivi” (H. Kaplan), che rendono difficile o impossibile l’ abbandono, il perdersi nell’esperienza sessuale e inficiano le normali reazioni sessuali a vari livelli.
La persona si pone cioè al di fuori di sé come un osservatore e spesso giudice della propria performance.
• Difficoltà a produrre un comportamento sessuale efficace
Queste difficoltà possono basarsi sull’ignoranza delle dinamiche sessuali, causata talvolta dalla presenza di timori e sensi di colpa che ostacolano la sperimentazione e l’esplorazione della sessualità, e portano a produrre tecniche amatorie inadeguate e poco attente e sensibili.
Se timori e sensi di colpa predominano, la persona piu’ o meno inconsapevolmente può cercare partners poco attraenti, cercare rapporti sessuali in circostanze sfavorevoli, impedire in vari modi alla partner di stimolarlo in modo efficace, distrarsi dall’ascolto e dall’assecondamento delle proprie sensazioni erotiche, far si che la mente venga assorbita da pensieri antierotici, ecc. É assolutamente evidente come cominci prefigurarsi un insieme di condizioni, sentimenti, boicottaggi più o meno espliciti che rimandano direttamente a dinamiche interpersonali e di coppia.
Introduco dunque alcune delle cause inerenti al rapporto di coppia:
Rifiuto della partner: tutte le cause che possono portare a un rifiuto della partner, spesso non riconosciuto, possono essere causa di difficoltà erettili. Quando un uomo prova non attrazione o addirittura repulsione per una donna, sul versante fisico o psicologico, riesce naturalmente molto difficile, se non impossibile, funzionare sessualmente. Se l’uomo non ne e’ consapevole o ha ragioni che lo portano a rifiutare questa consapevolezza, può ritenere di essere portatore di un disturbo che in realtà rappresenta solo una normale reazione fisiologica.
Proiezioni sulla partner : proiezioni di vissuti non derivanti dall’esperienza attuale dell’individuo ma da quella precedente con i genitori o con altre figure significative, che rendono difficile l’abbandono sessuale: ad es. l’immagine interna di una madre critica, autoritaria e punitiva rivissuta sulla partner, può sicuramente più fragile la funzionalità sessuale, ecc.
• Mancanza di fiducia nella partner
• Lotte di potere
Conflitti, ad esempio, legati a chi controlla e a chi comanda nella coppia, in cui il sesso può diventare uno strumento di lotta.
• Grandi aspettative consapevoli o inconsapevoli deluse
• Difficoltà nella comunicazione
Una relazione sessuale riuscita implica spesso la possibilità di essere in grado di comunicare con sufficiente chiarezza i propri bisogni, desideri, emozioni, ecc. ed ogni ostacolo nel fare questo può tradursi nella difficoltà a portare avanti adeguatamente la relazione ( H. Kaplan).
Alla fine di questo elenco e’ naturalmente bene precisare che queste sono solo le cause più importanti e di più frequente riscontro nella pratica clinica, ma che purtroppo non esauriscono certo tutte le cause possibili. Arriviamo infine agli aspetti terapeutici e di eventuale risoluzione del disturbo. L’intervento psicoterapeutico (integrato ad altre tipologie di intervento) non può certo prescindere dalla storia, dalle caratteristiche e dalle precedenti relazioni di ogni singolo individuo. Determinante sarà strutturare un processo terapeutico che sappia tener conto non soltanto dell’uomo “portatore” della difficoltà ma anche del suo contesto relazionale: il/la partner. Ovviamente non sempre è possibile agire congiuntamente ottenendo la partecipazione della coppia ( a volte la coppia non c’è nemmeno), ritengo comunque che l’azione psicoterapeutica debba necessariamente sondare e fare emergere le difficoltà d’incontro, di scambio e di godimento reciproco che si celano dietro il disturbo sessuale in genere. In questo senso anche il disturbo dell’erezione (quando ha un origine psico-fisiologica) non può non rimandare ed essere affrontato come una difficoltà di stare e concedersi alla relazione con l’altro.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment giugno 25, 2009
Il tradimento

Nel suo ormai celebre saggio “Senex et puer” lo psicoanalista Hillman parla del tradimento e lo fa, come suo solito, introducendo elementi di grande interesse e novità, all’interno di un dibattito che fino a prima soleva stagnare sulla ricerca del “colpevole”. Per parlare di tradimento bisogna prima definire e capire che cosa è la fiducia, e per farlo Hillman ricorre a quella “fiducia primaria” cui ogni essere umano anela e che è “una situazione in cui si è protetti dal nostro inganno e dalla nostra stessa ambivalenza” . Hillman prosegue poi con una verità essenziale sulla fiducia e sul tradimento e cioè che l’uno contiene l’altro e che non è possibile avere fiducia senza la possibilità del tradimento. Il tradimento ci viene solo ed esclusivamente da quei rapporti in dove la fiducia primaria è possibile “noi possiamo essere veramente traditi solo quando ci fidiamo veramente […] più grandi sono l’amore, la lealtà, l’impegno, l’abbandono e maggiore è il tradimento”. Ne consegue che “la fiducia ha in sé il germe del tradimento” . Ma cosa succede quando si esperisce il tradimento? Cosa accade quando scopriamo che quella relazione a cui c’eravamo dati in totale abbandono, alla quale avevamo confessato cose inconfessabili a chiunque altro si trasforma in tradimento? Accade che l’oro è ridotto a feci e che perle che avevamo consegnato con tanto amore sono in realtà state consegnate ai porci. Accade che ci difendiamo distruggendo non solo quello che era (l’altro) ma anche quello che eravamo (noi stessi). Questa posizione è estremamente protettiva ma porta con sé un enorme pericolo che è quello dell’inganno perpetuato a nostro danno: non si vive una sofferenza autentica, ma “si tradisce se stessi per mancanza di coraggio di essere”. Piuttosto che soffrire dimentichiamo chi eravamo e cosa provavamo nei confronti di chi ci ha tradito. Così l’atteggiamento del cinico, del disilluso, trasformano le persone in qualcosa di diverso, di coartato di vendicativo, o di trattenuto di non vissuto. Ma allora, ci si può a questo punto domandare, che cosa si può fare quando si subisce un tradimento?
Hillman introduce allora il concetto di perdono: “dobbiamo subito dire che il perdono non è cosa facile […] il perdono ha significato solo quando l’Io non può dimenticare né perdonare” e continua: “Né la fiducia né il perdono possono essere compresi fino in fondo senza il tradimento”. E in questa frase che forse si compie il senso ultimo di questo saggio, Hillman infatti illumina il tradimento con una luce nuova e ci fa capire quanto possa essere fase essenziale nella vita di una coppia il capire e l’accettare il tradimento dell’altro (quando questo non è patologico o continuativo). Ci dice anche che mentre uno dovrebbe poter perdonare l’altro dovrebbe poter espiare: “espiazione è mantenere il comportamento silenzioso […] sebbene comprenda fino in fondo quello che ha fatto non lo spiega all’altro, e con ciò espia, cioè introietta l’accaduto.” Attraverso il dramma del tradimento può rinascere l’amore, perché: “dopo tutto, questo pieno riconoscimento dell’altro non è proprio amore?”
Dott. Cristiano Pacetti
1 comment giugno 24, 2009
Psicologia infantile: la terapia (2)
La possibilità di coinvolgere un bambino in un percorso di terapia familiare è qualcosa che solitamente suscita qualche perplessità e resistenza. Spesso sono gli stessi genitori ad avanzare delle legittime richieste di chiarimento. In questa sede sarà sufficiente dire che i bambini si prestano più o meno volentieri a qualche colloquio se i genitori sono più o meno convinti che sia utile dover andare in terapia.Di frequente gli adulti valutano ed interpretano differentemente il problema, questa, assieme ad altre divergenze, sono proprio uno degli aspetti fondamentali per individuare modalità alternative e condivise di gestione e risoluzione delle difficoltà sofferte dai figli. Non di rado l’intera famiglia si presenta in seduta con una visione del problema o del sintomo poco chiara, come se fosse qualcosa di apparentemente incomprensibile. Mi preme di conseguenza insistere su quelle che ritengo essere le funzioni principali del processo terapeutico familiare: 1) Fornire alla famiglia gli strumenti per vedere e comprendere il sintomo come l’espressione di un qualche disagio dotato di storia, di funzione e quindi di senso 2) Operare di conseguenza questa trasformazione di significato, dove il il sintomo non è più qualcosa di incomprensibile e terrorizzante, ma, proprio perché dotato di senso, qualcosa che potrebbe essere compreso, condiviso e risolto in base al suo essere relazionabile.
Vorrei adesso approfittare di questo spazio in maniera paradossale mostrandovi cosa e come NON DOVREBBE ESSERE LA TERAPIA FAMILIARE. Buona visione
Dottor Ettore Bargellini
Add comment giugno 22, 2009
Bevi responsabilmente
La frase che da il titolo a questo post è completamente priva d’ogni possibile significato. Non esiste un modo “responsabile” di bere alcolici perché non esistono quantità minime consigliate. L’OMS ha infatti da tempo classificato l’alcol nella categoria “droghe” togliendo qualunque soglia di sicurezza alle bevande alcoliche. L’alcol è altresì la principale causa di incidente stradale, come riportato in questo bell’articolo sul blog di Ciannilli Luigi Antonio. Ogni giorno la conta dei giovanissimi morti in lamiere contorte è un macabro e infinitamente triste rito che si ripete uguale a sé stesso, per noi che lo guardiamo ma che ha dietro uno strazio (quello dei sopravvissuti, genitori e parenti) difficilmente immaginabile. Lo stato che fa? Citando De André si potrebbe dire che: “S’arrabbia, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Perché se da una parte abbassa il tasso alcolico rilevabile in un guidatore dall’altra permette cose vergognose come questa:

L’età media degli avventori di un noto locale fiorentino era attorno ai 17 anni, e fra i tavolini all’aperto vagano due ragazzi molti carini (un ragazzo e una ragazza), questi PR avvicinavano chiunque gli passasse a tiro ed il compito che avevano era quello di consegnare dei “gratta e vinci” sponsorizzati dalla Jack Daniel’s. All’interno di questi tagliandi 4 possibili cocktails realizzabili con il suddetto whiskey. Grattando e trovando le giuste combinazioni di frutta si potevano vincere T-shirt, cappellini, moschettoni ecc, (tutto a marchio Jack Daniel’s). Senza contare lo slogan che accompagna la nuova campagna: “Jack on the Beach” (bere whiskey in spiaggia…l’apoteosi del benessere!). A mio personale parere di uomo prima che di clinico trovo assolutamente riprovevole che si permetta la diffusione di certe strategie di marketing che vanno a colpire direttamente i giovanissimi, uno ad uno, istigandoli (perché di istigazione si tratta) a bere alcolici. Non è moralmente accettabile che si possa fare pubblicità così ad una delle principali cause di morte (diretta o indiretta) dei giovani.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 19, 2009
Psicologia infantile: la terapia (1)

Il modello sistemico relazionale propone come “setting” ideale per l’osservazione ed il trattamento delle problematiche infantili quello che si riferisce al bambino e ai genitori congiuntamente. Oggi ci troviamo in un periodo storico e scientifico dove la fase d’inquadramento psicodiagnostico nei bambini ha integrato le importanti indicazioni fornite dalla psicologia familiare proprio riguardo alle dinamiche relazionali-familiari sottostanti all’evoluzione di molti disturbi. Agli esordi della psicologia infantile hanno dominato le posizioni ed interpretazioni psicodinamiche (d’estrazione freudiana) oggi assistiamo invece ad un allargamento verso “la relazione”, in particolare modo verso la relazione diadica con i care giver. Allo stesso tempo c’è stato un ulteriore ampliamento verso il così detto “triangolo primario”, aggiungendo finalmente anche la terza figura del padre all’interno della relazione di primaria importanza per lo sviluppo del bambino. Già a 3 mesi il piccolo riconosce le due figure genitoriali distintamente e, all’interno delle diverse relazione, si creano alleanze alterne. I disturbi dei bambini sono quindi particolarmente sensibili e reattivi al contesto familiare, di conseguenza i genitori, spesso in modo inconsapevole, possono stimolare o irrigidire comportamenti problematici o sintomatici. Questo non significa certamente che esista un rapporto di causa effetto tra coniugalità disfunzionale e psicopatologia dello sviluppo, sicuramente le due cose sono strettamente legate. A volte , per esempio, non è la coniugalità ma la genitorialità a non funzionare bene ( ripetersi di modelli familiari disfunzionali, rigida divisione di ruoli culturali, ecc.). Secondo diversi autori (vedi per es. Minuchin) spesso il bambino si trova all’interno di triangoli relazionali dove c’è tensione. Di conseguenza l’obiettivo della psicoterapia è mettere in carico i genitori rispetto alle difficoltà dei figli e a far sperimentare direttamente in terapia modalità relazionali alternative. Spesso si giunge alla terapia familiare come ultima spiaggia ( prima vengono il neuropsichiatra, i farmaci ecc,) Al contrario più è precoce l’intervento familiare e più velocemente possono rientrare i sintomi, soprattutto se di area psicosomatica e nevrotica. Spesso i genitori di figli con problemi ( soprattutto legati alla condotta) arrivano sfiniti ed esasperati e con una certa punteggiatura verso il bambino: ” Noi siamo così perchè lui è così !” , in questa maniera non se ne esce. La terapia familiare rivela la sua innovazione ed efficacia nel creare le condizioni per consentire ai genitori di pensare ed agire come parte in causa…… ( questo intervento verrà concluso a breve attraverso una secondo e conclusiva parte. Di conseguenza, a presto caro Lettore.)
Add comment giugno 18, 2009
La Follia

La follia ci alberga, in quanto essa appartiene, in misura diversa, ad ognuno di noi. La follia non è solo dei pazzi. Tutti noi, per esempio, conosciamo gli stati allucinati e deliranti tipici del sonno. Nell’esperienza onirica, come nella pazzia, i concetti di tempo, spazio e di causalità degli eventi si allentano o si perdono del tutto. Vi è cioè uno slittamento dei processi mentali propri del pensiero razionale verso quelli caratteristici della follia. Al risveglio, lentamente, tutto si ristabilisce. Potremmo dire allora che la follia, a prescindere dalle sue declinazioni, è caratterizzata dall’avanzamento delle istanze profonde e pulsionali (insite in ogni essere umano) sulla ragione e le capacità difensive dell’io. Questo succede non di rado,il caso più banale è quando si assumono dosi sufficienti di alcol o di altre sostanze psicoattive. A quel punto la componente razionale si inibisce per lasciare il campo a quella dei processi bizzarri della follia. In conclusione ciò che ci separa dai folli non è la presenza o l’assenza della follia; ma è solo la quantità di questa. Essere folli o no è dunque un fattore quantitativo e non qualitativo.
Dottor Ettore Bargellini
Add comment giugno 17, 2009
Gli effetti della cocaina

La cocaina è un alcaloide. Ma non credo che questa delucidazione serva. La cocaina è una droga. Ed è una droga maledettamente “cattiva”, perché a differenza dell’eroina non stigmatizza chi ne fa uso e a differenza degli allucinogeni non esige che il consumatore smetta di fare quello che sta facendo. La cocaina è una droga cattiva perché fa credere a chi la consuma che non è un drogato, ma che anzi è una persona iperattiva, piena d’energia e ben calata nella società contemporanea, magari anche un uomo di successo, non come quei “reietti” che si bucano o come quei “fulminati” che calano. Non ci vogliono aghi per la cocaina, non ci sono segni evidenti, la si tira su col naso, o la si fuma. Sembra normale farlo, e sembra, e questo è l’inganno di questa droga, che non ci siano particolari controindicazioni, che, tutto sommato, i benefici siano più dei costi, che fisicamente non lasci particolari segni. Poi “tiravano e tirano ” personaggi di successo del mondo della finanza, dello sport, dello spettacolo, e se lo fanno loro…
Fra qualche anno scoppierà una delle più grandi emergenza sanitarie che l’umanità abbia mai conosciuto, e sarà un emergenza sottesa che non avrà il clamore di un’epidemia di influenza o di un virus letale, ma ci coglierà ugualmente del tutto impreparati. Tra qualche anno (al massimo una decina) tutti quei ragazzi che oggi abusano di cocaina e che lo fanno con la stessa naturalezza con cui si può bere un caffè (che tra l’altro è anch’esso un alcaloide), saranno adulti e soffriranno delle innumerevoli conseguenze che l’uso della polvere bianca porta meschinamente con sé. Infatti, se saranno sopravvissuti al rischio d’infarto, di ictus, o di incidente stradale, avremo delle persone profondamente diverse, modificate nei loro tratti di personalità solitamente nella direzione paranoica. La cocaina, bloccando il riassorbimento della noradrenalina e della dopamina (due neurotrasmettitori) fa sì che il funzionamento normale del cervello si blocchi e che compaiano (sul lungo periodo) un ventaglio di disturbi spesso indistinguibile dalla psicosi, e per i quali non ci sono rimedi che possano riportare la persona allo stato pre-sintomi. L’unica soluzione che abbiamo è quella di non arrivare a questo. Smettere prima che sia troppo tardi, con l’aiuto di chi (famiglia, psicoterapeuti e psichiatri) può farlo.
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment giugno 16, 2009
Disturbo bipolare e di personalità: Cosa sono?

Riporto , ovviamente garantendo la privacy di chi mi ha scritto, una domanda che mi è stata posta qualche tempo fa: “Vorrei alcuni chiarimenti su queste patologie : Disturbo bipolare, borderline e narcisistico.Credo che una mia amica ne possa soffrire ,starle vicino è purtroppo molto difficile come posso starle accanto ed aiutarla? - Grazie D.
Risposta : Gentile D. i 3 disturbi che lei cita fanno parte di categorie diagnostiche distinte . Ciò nonostante esistono tra di essi numerose aree di convergenza , alcune loro caratteristiche infatti possono essere riscontrabili nella stessa persona .
La precisione con la quale identifica i tre disturbi ,lascia intuire oltre alla preoccupazione per la sua amica, una attenta osservazione delle dinamiche che la riguardano e tormentano.
Una discussione dettagliata delle tre patologie risulterebbe certamente pesante e fuori luogo, cercherò quindi di poterle dare alcune indicazioni essenziali e mi auguro utili.
Il disturbo bipolare coinvolge principalmente il tono dell’umore e sottopone la persona a rapide ed intense variazioni del suo stato d’animo, delle sue energie e delle sue progettualità. Questo rende il soggetto periodicamente esposto a stati emotivi o eccessivamente depressi o esageratamente euforici (stato maniacale).
Diventa perciò assai difficile convivere con questo tipo di persone , quindi occorrerà da parte sua una grande pazienza e ,in particolar modo, una notevole ” centratura”.
Per centratura intendo dire equilibrio ,proprio quell’equilibrio che sembra mancare alla sua amica.
Le caratteristiche di imprevedibilità ,impulsività e talvolta aggressività, sono particolarmente evidenti nel disturbo Borderline ( che però fa parte dei disturbi di personalità)quindi ancora una volta le sarà richiesto di non farsi coinvolgere o travolgere dai vissuti estremi che questa persona le rimanderà.
Borderline significa “confine”, ovvero lo spartiacque tra un area di tipo nevrotico ( comunque sempre a contatto con la realtà) ed una di tipo psicotico che tende perciò ad una deriva dove comportamenti e sintomi possono assumere caratteristiche di perdita di contatto con il reale.
Le persone con tratti della personalità borderline possono avere la tendenza coinvolgere ed in qualche modo sedurre chi vive attorno a loro e, se questi non rispondono alle loro aspettative, possono rivelarsi aggressive o minacciare di abbandonarli. Spesso infatti sono proprio loro a sentirsi in qualche modo trascurate o abbandonate . Questa modalità relazionale fa in modo che chi se ne occupa ,sia portato ad un grande investimento affettivo nei loro confronti correndo però sempre il rischio di deluderle o essere abbandonate .
Inoltre il lato narcisistico della personalità della sua amica potrebbe ulteriormente esaltarne la parte seduttiva, onnipotente e forse egoistica. Bisogna ricordare che tali atteggiamenti potrebbero essere funzionali a coprire il senso profondo di solitudine e di abbandono al quale questa persona rischia di sentirsi sempre minacciata ed esposta.
Così D. , proprio in ragione del suo coinvolgimento, lei corre il pericolo di rimanere invischiata e ferita dalle complesse dinamiche che colpiscono la persona a cui vuole bene. In qualche modo più lei si prodigherà e si darà da fare per il bene della sua cara più sarà esposta ai suoi lati estremi ed imprevedibili.
Come vede non c’è una ricetta o una formula magica che le possa improvvisamente consentire di aiutare la sua amica. Queste sono infatti problematiche che hanno origini lontane ed affondano le loro radici nella personalità dell’individuo.
Di conseguenza Il vero grande aiuto che lei può offrire alla persona che le stà a cuore è quello di suggerirle o sostenerla nel cominciare una psicoterapia .
Debbo avvertirla che un percorso terapeutico, potrebbe essere lungo e faticoso, ma senz’altro restituirebbe l’equilibrio che manca alla persona a cui lei vuole bene.
La saluto cordialmente
Dottor. Ettore Bargellini
Add comment giugno 15, 2009
Disturbo ossessivo compulsivo
Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è una realtà psicopatologica piuttosto diffusa. Tratti o caratteristiche di natura ossessiva si possono inoltre rintracciare in molti quadri clinici . La tendenza al controllo, all’ordine o alla schematicità è infatti un elemento assolutamente ubiquitario e, entro certi limiti, normale.Di conseguenza si potrebbe parlare di ossesivo-compulsività in continuum che si muove dalla normalità alle forme più severe di disturbo. Di seguito riporterò alcune tra le caratteristiche predominanti di questo disturbo. Vorrei però integrare a questo elenco diagnostico, che come tale non dice nè rappresenta affatto la storia di nessuno, alcune immagini tratte dal cinema. Mezzo d’espressione, assieme alla letteratura, che molto spesso sa affrontare più efficacemente di molti manuali clinici l’essenza di molti mali che affliggono l’essere umano. Qualcosa è cambiato è un film divertente ma con ottimi spunti di riflessione…..
Le caratteristiche essenziali del disturbo ossessivo compulsivo sono pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che creano allarme o paura e che costringono la persona a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali.
Come il nome stesso lascia intendere, il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. Almeno l’80% dei pazienti con DOC ha sia ossessioni che compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo compulsioni.
Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi che si presentano più e più volte e sono al di fuori del controllo di chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e intrusive, e, almeno quando le persone non sono assalite dall’ansia, sono giudicate come infondate ed insensate. Le persone con disturbo ossessivo compulsivo possono preoccuparsi eccessivamente dello sporco e dei germi. Possono essere terrorizzate dalla paura di avere inavvertitamente fatto del male a qualcuno, di poter perdere il controllo di sé e diventare aggressive in certe situazioni, di aver contratto malattie infettive o di essere omosessuali, anche se di solito riconoscono che tutto ciò non è realistico. Le ossessioni sono accompagnate da emozioni sgradevoli, come paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel “modo giusto”, e gli innumerevoli sforzi per contrastarle non hanno successo, se non momentaneo.
Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo vengono anche definite rituali o cerimoniali e sono comportamenti ripetitivi (lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (contare, pregare, ripetere formule mentalmente) messi in atto per ridurre il senso di disagio e l’ansia provocati dai pensieri e dagli impulsi tipici delle ossessioni. Costituiscono, cioè, un tentativo di elusione del disagio, un mezzo per cercare di conseguire un controllo sulla propria ansia. In generale tutte le compulsioni che includono la pulizia, il lavaggio, il controllo, l’ordine, il conteggio, la ripetizione ed il collezionare si trasformano in rigide regole di comportamento e sono spesso bizzarre e francamente eccessive.
Il disturbo ossessivo compulsivo colpisce, indistintamente per età e sesso, dal 2 al 3% della popolazione. Può infatti manifestarsi sia negli uomini sia nelle donne, indifferentemente, e può esordire nell’infanzia, nell’adolescenza o nella prima età adulta
L’età tipica in cui compare più frequentemente è tra i 6 e i 15 anni nei maschi e tra i 20 e i 29 nelle donne. I primi sintomi si manifestano nella maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni) e in bassissima percentuale dopo i 40 anni.
Se il disturbo ossessivo compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.
Dottor Bargellini
Add comment giugno 8, 2009