Archive for maggio 2009
Introduzione al gioco d’azzardo patologico

Da tempo mi occupo con curiosità ed impegno clinico di quello che viene descritto come gioco d’azzardo patologico (GAP). Tale dipendenza, come tutte le altre, trova la sua diffusione anche in corrispondenza dei processi di legittimazione e deresponsabilizzazione operati dalla nostra società.
Vi propongo di seguito una breve riflessione su tale argomento.
L’analisi del gioco d’azzardo ci porta a due diverse realtà.
Una di grande diffusione e innocuità dove il gioco assume la forma di una attività libera che permette alla persona di esaltare, modificare, transfigurare la realtà oltre che a crescere in modo sano rispettando la propria autonomia.
L ‘altra di grossa sofferenza e problematicità, contraddistinta da una situazione che spesso diviene intollerabile dal punto di vista personale, familiare e sociale. Riflettere sul gioco d’azzardo pretende dunque di tenere presenti entrambe le dimensioni. Il gioco d’azzardo evoca immagini contraddittorie, di divertimento e di preoccupazione, non solo relativamente all’ambito della morale e della legalità, ma anche nell’ambito più strettamente clinico ed in relazione ai sempre più evidenti e diffusi casi di patologia da gioco.Giocare può essere (dovrebbe essere) un occupazione spensierata, libera dai vincoli della vita reale, che pone tutti i giocatori sullo stesso piano. Solo così il momento ludico si traduce in esperienza irrinunciabile della vita umana, capace di rapire il soggetto, elargire gioia e liberarlo dalla ripetitività dell’esistenza.Si scopre così quell ‘importanza ontologica del gioco sostenuta da Eugen Fink nel suo saggio”Oasi della gioia” (1957).“Il gioco rassomiglia a un oasi di gioia raggiunta nel deserto del nostro tendere e della nostra tantalica ricerca .
Il gioco ci rapisce .
Giocando siamo un po’ liberati dall’ingranaggio della vita, come trasferiti su un nuovo mondo dove la vita appare più leggera, più aerea, più felice”(p.8). D’altra parte giocare d’azzardo fa anche appello al nostro desiderio di onnipotenza, ambizione che non può far altro che scontrarsi con una quantità di fattori incontrollabili. Giocare è sinonimo d’ interruzione della routine, prendersi una pausa e alleggerirsi del peso dell’esistenza. Ma se dovessimo parlare del gioco soltanto come un oasi della gioia volgeremmo la nostra attenzione solo sulla faccia luccicante di una medaglia che nel suo rovescio cela una realtà potenzialmente devastante. L’esperienza ludica può essere totalmente fagocitante da non aver più niente in comune con la sua funzione ricreativa. Così il gioco da magico può rivelarsi demoniaco.
Il momento ludico può trascinare l’uomo ,talvolta nell’arco di un’ esistenza ,talvolta con modalità più dirompenti, (ci sono storie di persone che si giocano tutto in una notte , dove sono sufficienti poche scommesse per decidere se affidare tutto ciò che si è e che si ha nelle mani della sorte) nel mondo incandescente che è tipico del gioco d’azzardo.Il mio impegno nell’affacciarmi a tale fenomeno è quello di considerarlo nei suoi molteplici aspetti , guardarlo nella globalità di una realtà antica quanto l’essere umano ma che ,da un punto di vista scientifico, è ancora ai suoi esordi. Giocatori d’azzardo lo sono potenzialmente e innocuamente tutti, in tutti albergano le stesse pulsioni di irresistibile attrazione verso il rischio contrapposte a quelle di censura e di rifiuto moralistico.Sono dinamiche che spaccano l’individuo a prescindere dalla sua patologicità.
Rischiare e azzardare emergono come componenti che evadono dallo specifico del gioco e invadono ogni aspetto della nostra vita .Il caso infatti sembra dominare la vita dell’uomo, beffando di continuo il suo bisogno di previsioni certe (Ekeland,1992).Per molto tempo ha dominato una visione del gioco d’azzardo, oltre che moralistica, elitaria, dostoevskijana ,riferita a mondi passati e diversi . Forse, proprio perchè così distante, tale rappresentazione del gioco d’azzardo ci affascina lasciandoci allo stesso tempo indifferenti.Oggi giocare d’azzardo non appartiene più soltanto a classi sociali abbienti che annoiate e aliene alla vita comune sperperano il loro denaro nei casinò. Oggi , più semplicemente e più spesso ,sono le persone come noi che dilapidano uno stipendio al bar sotto casa . Ancora oggi ,come soprattutto nota Dickerson (1984) , l’introduzione del gambling nel D.S.M. manifesta grosse lacune .Lo studio del gioco d’azzardo patologico è terreno sul quale non si incontrano pareri unanimi , a partire dai criteri diagnostici fino alla semplice definzione della categoria nosografica di giocatore d’azzardo. In letteratura l’interesse è stato rivolto soprattutto alla dimensione patologica mirando ,non senza difficoltà ,al suo inquadramento diagnostico e al suo studio come forma di addiction, recentemente però l’attenzione si è anche indirizzata verso la comprensione dell’aspetto sociale del gioco d’azzardo e quindi all’aspetto non patologico dello scommettitore occasionale e di quello abituale (Lavanco,2001).
Parlare di gioco d’azzardo vuol dire confrontarsi con un fenomeno la cui complessità e l’ambivalenza, si articola su un probabile e drammatico continuum che comprende una zona di gioco mondo mondo ricreativo Caratterizzato da divertimento e socializzazione, fino a giungere ad una deriva fatta d’abuso e di sofferenza. Si può perciò descrivere un’ampio percorso che nasce dalle origini storico-antropologiche del gioco e che nei secoli, attraverso diversi paradigmi, giunge a una visione medico-psicologica dell’azzardo. Perché dell’azzardo si può parlare come dell’eterna passione umana per il rischio, ma anche, nellla deriva della dipendenza, attraverso le più recenti prospettive terapeutiche.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 29, 2009
Alcol e adolescenza
L’incontro degli adolescenti con l’alcol è un momento sempre più precoce quanto preoccupante. Le ripercussioni del consumo in età giovanile di alcolici riguardano sia la sfera fisica, che psicologica, che sociale. Sul versante fisico l’aspetto deleterio riguarda soprattutto il fatto che l’organismo dei ragazzi non possiede ancora gli enzimi necessari per elaborare l’alcol. Di conseguenza questa sostanza va ad incidere con tutto il suo impatto sui giovani, e non ancora formati, tessuti nervosi e del fegato. Sul versante psicologico gli effetti possono essere diversi, ed ovviamente hanno a che vedere con le modalità di reazione e di contenimento che i contesti attorno all’ adolescente adottano. E’ chiaro che bere alcol è un comportamento legittimato e sollecitato nella nostra cultura, di conseguenza, prima o poi, ogni adolescente stabilirà un qualche contatto con essa. Negare questa possibilità con eccessiva rigidità sarebbe forse peggio. La questione si gioca però sul versante dei bisogni psicologici e relazionali che la sostanza va ad appagare o a coprire. Una cosa è bere qualcosa ad una festa o magari per semplice spirito emulativo, un altra è bere per non sentire il peso di un disagio altrimenti insopportabile o per richiamare a se un genitore troppo assente. In questo aspetto, il contesto ( familiare e non solo) deve essere ben sintonizzato e capace di intervenire. Oltre all’informazione e alla prevenzione che gli adulti devono saper fare, è necessario leggere e comprendere quali bisogni profondi l’effetto dell’ alcol potrebbe incrociare. La famiglia, come primo sistema di riferimento dell’individuo, dovrebbe poi ” sostituire” la relazione con l’alcol con relazioni alternative ma allo stesso tempo appaganti all’interno dei propri schemi .Sono diversi anni che mi occupo, presso uno dei molti club per alcolisti in trattamento a Prato, dell’intervento su questa realtà. La mia personale esperienza mi porta a ritenere che proprio l’ approccio familiare-ecologico (Hudolin) sia tra i più incisivi ed efficaci nel sollecitare il cambiamento verso un migliore stile di vita. Questo perchè vi è un coinvolgimento dell’intero sistema che ruota attorno a chi manifesta il problema.Il cambiamento viene così sollecitato attingendo da quelle che sono le risorse di ogni membro e modificandone eventuali dinamiche disfunzionali. Questo perchè i problemi alcol correlati, negli adolescenti soprattutto, si possono leggere ed affrontare meglio all’interno dei sistemi d’appartenenza entro i quali si sviluppano e si manifestano. Questo non significa che l’adolescente non debba mettere a fuoco le proprie fragilità e modificarsi in prima persona. Dico soltanto che quando un giovane beve troppo non solo lui, è coinvolto nel problema. L’attivazione del sistema famiglia,allora, può rappresentare lo strumento migliore per capire i perchè del bere ed i come smettere.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 21, 2009
Quando le parole non bastano

Questa che segue è la prefazione al libretto che raccoglie i pensieri dei ragazzi delle scuole di Prato che hanno partecipato al progetto “Prima…vera Educazione stradale”. Noi, assieme all’Associazione Marco Michelini, portiamo da ormai qualche anno nelle scuole che ne fanno richiesta, un messaggio che crediamo essere diverso dai soliti, abusati (e troppo spesso inascoltati), inviti alla prudenza. Quest’anno abbiamo voluto dare voce ache ai veri protagonisti, ai ragazzi. I quali, ancora una volta stupiscono per profondità e freschezza. Questo è un omaggio, a loro, a Marco, e a chi si impegna per rendere le strade un luogo più sicuro.
La morte di un ragazzo di venticinque anni è qualcosa di orrendo ed ingiusto, qualcosa che le parole fanno fatica a raccontare. Marco se ne è andato il 25 maggio del 2005. Da allora abbiamo cercato di incontrare quanti più giovani possibile per parlare di sicurezza stradale, nel tentativo di dare un senso a questa e ad altre tragedie. La strada è il luogo dove i ragazzi muoiono più spesso, dove la vita se ne può andare in un attimo; ma la strada è anche il “viaggio e la scoperta”, il punto di partenza per ogni momento rubato all’immobilità ed alla noia. Il viaggio è l’unico modo che abbiamo per crescere. Allora, al di là di tutti i numeri e di tutte le immagini di dolore che stanno dietro agli incidenti stradali, al di là delle grida rubate dalle telecamere e dei segni lasciati sull’asfalto, noi abbiamo preferito aiutare i ragazzi a cercare l’aspetto sano ed esaltante del muoversi. Per quanto i drammi e la morte ci colgano sempre impreparati, parlare di questi argomenti può trasformarsi, soprattutto con i più giovani, in un esercizio retorico che va ad aggiungersi alla decine di voci che quotidianamente ignoriamo. Così abbiamo deciso di rinunciare alla didattica fatta di norme e di moniti e abbiamo cominciato a raccontare delle storie. Storie di ragazzi sulla strada, storie di ragazzi a cui la strada ha chiesto un pedaggio terribile, storie di chi alla fine si è salvato, storie di chi, come Marco, ci ha lasciato troppo presto. Questo è stato il nostro tentativo di coinvolgere i ragazzi e lasciargli un messaggio sul quale riflettere. Niente di più. In mezzo al bombardamento costante e paradossale di chi si lamenta per le stragi mentre vende stili di vita tanto più remunerativi quanto più spingono a rischiare e sballarsi, il nostro progetto rappresenta solo un momento. Siamo consapevoli che un momento è poco, ma poco basterebbe anche per salvarsi la vita. Queste lettere ci dicono che il viaggio che abbiamo intrapreso assieme ai ragazzi, a volte guidandoli, altre volte semplicemente camminando vicini, è un percorso fatto di riso e pianto, di riflessione e svago, ma soprattutto fatto di emozioni. Emozioni che abbiamo vissuto senza risparmiarci, senza tirarsi indietro, con coraggio e cuore. Grazie ragazzi.
Dott. Ettore Bargellini
Dott. Cristiano Pacetti
Add comment maggio 18, 2009
Uscire dalla cocaina

Tamara De Lempicka
Uscire dalla cocaina
Nonostante la cocaina sia diventata una droga tra le più consumate i servizi territoriali e le comunità soffrono un grave ritardo rispetto alla messa a punto di programmi specifici per la cura e la riabilitazione dei cocainomani. Questo soprattutto in ragione dell’attenzione quasi esclusiva che per molti anni è stata rivolta all’eroina e all’alcol. Soltanto in tempi più recenti ci si è accorti che la cocaina stava rapidamente diventando la droga di tutti, anche della gente normale, e che probabilmente andava affrontata attraverso le sue specifiche caratteristiche e gli specifici effetti che provoca sulle persone che ne fanno uso.
Come è noto la cocaina è un eccitante di conseguenza i suoi effetti agiscono sulla personalità dell’uomo in direzione dell’esaltazione, dell’euforia, dell’onnipotenza, in ogni caso allontanando il soggetto da quella condizione necessaria per riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto. Questo è forse l’aspetto più incidente sulla difficoltà dei servizi nel curare la dipendenza da cocaina. Spesso chi ne fa uso, nonostante il bisogno crescente della sostanza, lavora, frequenta gli altri, si sente attivo, produttivo, è in qualche modo inserito. Di conseguenza l’immagine, se pur artefatta, che ha costruito di se stesso non lascia spazio alcuno all’accettazione di aver un problema e di essere collaborativo con chi vorrebbe aiutarlo ad accettarlo.Insomma, il Sert, le comunità, l’ospedale, sono per i drogati, per gli alcolisti, per i perdenti, non per chi si sente forte ed infallibile come molti cocainomani. Così sembrano ragionare, soprattutto all’inizio della terapia, molti cocainomani. E’ chiaro che niente come la cocaina può arrivare ad accarezzare così efficacemente il lato narcisista delle persone.E qui veniamo al nodo centrale della dipendenza da cocaina. Perchè sotto l’armatura luccicante che il cocainomane si è messo addosso, c’è forse un un uomo o una donna che non può permettersi di sentirsi fragile, insicuro, bisognoso dell’aiuto dell’altro. La cocaina serve esattamente a quello, a scacciare la paura intollerabile di essere debole, non all’altezza, inadeguato ad un mondo che può essere affrontato solo se aiutato dalla spinta della coca. Così mentre ci si sforza i convincere la gente a non usare cocaina e la si sottopone ai percorsi di disintossicazione, parallelamente ci deve essere chi aiuta la persona a mettersi in contatto con quella parte fragile e nascosta. Credo sia questo, in ultima analisi, il compito psicoterapeutico da porsi con chi fa uso di cocaina. Uscire dalla dipendenza, non può essere un semplice esercizio all’astinenza, ma anche una ricerca di quei bisogni inespressi che la sostanza, da un certo momento in poi, ti ha fatto credere di non avere più.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 7, 2009
Il lutto: Viverlo e superarlo.

Andrea Boyer
Affrontare l’assenza di qualcuno è un momento doloroso ed inevitabile della vita. Sebbene la morte sia un concetto ed un fenomeno costante nell’esistenza dell’uomo, quando la persona che ci è stata accanto scompare non si può essere mai abbastanza preparati. Vivere il lutto è un momento spesso contraddistinto da grande sofferenza ed intensità emotiva ma allo stesso tempo risulta indispensabile per la crescita delle persone. Di solito la corretta elaborazione del lutto prevede il susseguirsi, non sempre con un ordine preciso, di alcune importanti fasi che consento all’individuo un pieno superamento dell’evento. La letteratura su tale argomento è enorme,accade quindi che si possano incontrare argomentazioni sinceramente riduttive ed improbabili su come le persone debbano vivere il lutto in modo “normale”. E’ difficile pronunciarsi su quanto e come l’uomo debba soffrire nel momento in cui l’altro se ne va per sempre. Quello che l’esperienza psicoterapeutica mi ha insegnato è che di attraverso il lutto ci si può ammalare, nel senso che anche la vita di chi rimane può arenarsi e rimanere impigliata nel vuoto che la morte ha lasciato.I manuali diagnostici parlano, da un punto di vista esclusivamente descrittivo e generale, di un anno di tempo entro il quale le tipiche emozioni e reazioni alla morte dovrebbero diventare qualcosa di accettabile per i soggetti. Forse è vero. Ma affrontare la morte di qualcuno a cui abbiamo voluto bene o al quale ci siamo legati (un figlio, un genitore, un familiare, una relazione che non è più tale) non è soltanto una semplice questione di tempo che scorre. Ciò che permette alle persone di elaborare un lutto è la possibilità e lo spazio per poter vivere le emozioni che la morte porta con se. Disperazione , solitudine, rabbia, colpa, paura ma anche ( e non è affatto raro) senso di liberazione o apparente indifferenza. La morte sottopone l’uomo ad un ampio ventaglio di emozioni e l’uomo, se vuole continuare a vivere, non può far altro che concedersele e dargli un senso. Il problema, a volte il sintomo, si verifica quando tutto questo sentire, non può o non deve verificarsi compiutamente, quando i vivi , per una serie di ragioni, bloccano le loro vite e le loro risorse emotive. Ci sono persone che se ne vanno facendoci sentire soli, inutili, oppure segretamente arrabbiati. Altre ci lasciano senza averci dato la possibilità di dirgli quanto erano importanti per noi o senza mai avergli chiesto scusa. Sono molteplici, aldilà delle diverse sintomatologie, le cause che stanno dietro ad un lutto non affrontato e non elaborato.I motivi per cui il dolore rimane così profondo da non poter essere attraversato sono di solito ben celati. In questo caso la psicoterapia non rappresenta certo un modo per cambiare ciò che non potrà mai essere cambiato. Di sicuro, là dove una persona non ci riesca con le sue forze, è una strada per accettare e convivere meglio con le ferite. Scrivo queste poche righe soprattutto per ribadire il concetto che la dove c’è un dolore che è stato affrontato e superato è perché qualcuno si è permesso di viverlo fino a fondo, fino al punto di lasciare quel peso ed andare avanti.
Dott. Ettore Bargellini
Add comment maggio 6, 2009