Sconfiggere l’alcolismo
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A definire l’alcool come droga è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’alcool non fa “categoria a sé”, non è corretto dunque parlare di droga ed alcool perché l’una è l’altra cosa. Questo a livello di sostanza. A livello sociale invece la distinzione c’è ed è molto netta. Nessuno (o meglio quasi nessuno) insisterebbe affinché il proprio figlio di 8 anni festeggi il compleanno della zia facendo un tiro di marijuana, ma con un sorso di “spumantino” dolce sì. L’alcool e i suoi derivati sono fortemente inseriti e connaturati al nostro vivere sociale, alle occasioni speciali, allo stare insieme in convivialità; non a caso si parla di ENO-gastronomia, dove il suffisso “eno” (cioè vino) si è legato in maniera simbiotica al cibo, al buon mangiare e dunque buon vivere. In TV non è raro sentire opinioni che esaltano le qualità nutritive di un buon bicchiere di vino a pasto (pranzo e cena) e le pubblicità non fanno che rinforzare l’assioma bere=divertirsi=belle ragazze/i.
Da anni orami sono impegnato attraverso l’associazione ACAT, nella conduzione dei gruppi di ex-alcolisti e la realtà è tristemente molto lontana dal mondo scintillante, innocuo ed ovattato che spesso viene dipinto attorno al consumo di alcool. L’alcool è infatti la prima causa di morte in UE prima di trenta anni e rappresenta in assoluto la DROGA più pericolosa per danni diretti ed indiretti. Uscire dall’alcolismo inoltre è spesso più difficile che abbandonare altre sostanze data l’elevatissima reperibilità e la grande accettazione sociale. Dicevamo, “è più difficile” il che non significa “impossibile”. Il senso di sconforto e di impotenza che spesso avvolge la famiglia dell’alcolista può trasformarsi in spinta a cambiare se si utilizza un approccio terapeutico che sappia sfruttare tutte le risorse possibili (famiglia o familiari su tutti). Uscire dall’alcolismo è possibile a patto però che l’impegno sia da parte di tutto il “sistema famiglia” e non solo del diretto interessato o del familiare che più soffre.
Dott. Cristiano Pacetti
Steve Jobs e il suo discorso alla Stanford University
Ieri, 6 ottobre 2011 è morto Steve Jobs, un uomo che ha saputo entrare nella vita di milioni di persone, modificandone abitudini e comportamento. Noi vorremmo rendergli omaggio pubblicando il testo integrale del suo famoso discorso tenuto davanti ad una platea di neo-laureati della Stanford University; ma non lo pubblichiamo in questo sito solo per ricordare il grande ideatore che fu, ma anche e soprattutto perché è un bel discorso, un bel modo di raccontarsi e un testo pieno di speranza e umanità. E’ senza dubbio un testo terapeutico e speriamo che ognuno di voi sappia trarre qualcosa da queste belle parole.
Dott. Cristiano Pacetti & Dott. Ettore Bargellini
“È per me un onore essere qui con voi, oggi, alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per essere onesto, questa è l’esperienza più vicina ad una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.
La prima storia: unire i puntini
Lasciai il Reed College dopo il primo semestre, ma continuai a frequentare in maniera ufficiosa per circa 18 mesi prima di abbandonare definitivamente. Perché mollai?
Tutto cominciò prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata e decise di darmi in adozione. Credeva fortemente che avrei dovuto essere cresciuto da persone laureate e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare alla nascita da un avvocato e da sua moglie. Quando arrivai al mondo, però, loro decisero all’ultimo minuto che preferivano una bambina. Così i miei genitori, che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete?”. Loro risposero: “Certamente”. Solo dopo, mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Accettò di farlo mesi dopo, solo quando i miei genitori promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.
Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno costoso tanto quanto Stanford e tutti i risparmi dei miei genitori finirono nelle tasse universitarie. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, a spendere tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando una vita intera. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. Era piuttosto spaventoso all’epoca, ma guardandomi indietro è stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo stesso in cui abbandonai il college, smisi di seguire i corsi che non mi entusiasmavano e cominciai invece a frequentare quelli che trovavo più interessanti.
Non fu tutto rose e fiori. Non avevo più una camera nel dormitorio ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Riportavo al negozio le bottiglie di Coca Cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. E tutte le domeniche camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente l’unico buon pasto della settimana all’Hare Krishna. Adoravo tutto questo. E quello che trovai seguendo la mia curiosità e la mia intuizione risultò, solo dopo, essere senza prezzo.
Vi faccio subito un esempio. Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la migliore formazione del Paese in calligrafia. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con grafie bellissime. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito il corso di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri serif e sans serif, la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, quello che rende eccezionale un’eccezionale stampa tipografica. Era bello, storico, artistico e raffinato in un modo che la scienza non è in grado di offrire e io ne ero completamente affascinato.
Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare un’applicazione pratica nella mia vita. Ma dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, tutto quello che avevo imparato mi tornò utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una bellissima tipografia. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi mai partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto caratteri tipografici differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non avrei mai frequentato quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità tipografiche che ora hanno. Chiaramente, quando ero al college, era impossibile unire i puntini guardando al futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardarmi indietro.
Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi indietro. Dovete aver fiducia che, in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
Seconda storia: l’amore e la perdita
Io sono stato fortunato: ho trovato molto presto quello che amo fare. Io e Woz fondammo la Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Lavorammo duramente e in 10 anni Apple, da quell’azienda fatta di noi due e un garage, si è trasformata in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima realizzavamo la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io compivo 30 anni. L’anno seguente fui licenziato.
Come si fa ad essere licenziati dall’azienda che tu stesso hai creato? Facile: quando Apple divenne più grande, assunsi qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me e per il primo anno le cose andarono molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro cominciarono a divergere e alla fine arrivammo ad uno scontro. Quando questo successe, la commissione dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni, io ero fuori. E in maniera piuttosto plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era perso e io devastato.
Per alcuni mesi non seppi assolutamente che cosa fare. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Fu talmente un fallimento pubblico che presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: amavo ancora quello che avevo fatto. Ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato di un bit questo amore. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.
Non me ne resi conto allora, ma essere licenziato dalla Apple era stata la miglior cosa che mi potesse capitare. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.
Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT, un’altra azienda chiamata Pixar e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe poi diventata mia moglie. Pixar produsse il primo film d’animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più famoso al mondo. In un significativo susseguirsi di eventi, la Apple comprò NeXT, io ritornai alla Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è ora il cuore dell’attuale rinascita di Apple. E io e Laureen abbiamo una meravigliosa famiglia.
Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina molto amara, ma credo che il paziente ne avesse bisogno. Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa. Ma non perdete la fede. Sono convinto che l’unica cosa che mi trattenne dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quello che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre più bello con il passare degli anni. Perciò continuate a cercare finché non lo avrete trovato. Non vi accontentate.
La terza storia: la morte
Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta era “no” per troppi giorni di fila, capivo che c’era qualcosa che doveva essere cambiato.
Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai trovato per fare le grandi scelte della mia vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutte le paure di imbarazzi o fallimenti – svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore per non cadere nella trappola di pensare che abbiamo qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.
Circa un anno fa mi fu diagnosticato un cancro. Alle sette e mezzo del mattino feci la scansione che mostrava chiaramente un tumore al pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che avrei avuto si e no 3 mesi di vita. Mi dissero di andare a casa e sistemare le mie faccende (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa che dovevo prepararmi a dire ai miei figli, in pochi mesi, tutto quello che pensavo di avere ancora una vita per dire. Significa che dovevo essere sicuro che tutto fosse organizzato in modo tale che per la mia famiglia fosse il più semplice possibile. Significa che dovevo dire i miei “addii”.
Vissi con il responso di quella diagnosi per tutto il giorno. Quella sera mi fecero una biopsia, in cui ti infilano un endoscopio giù per la gola, attraverso lo stomaco fino all’intestino per inserire un ago nel pancreas e prelevare alcune cellule del tumore. Io ero sotto anestesia, ma mia moglie – che era lì – mi raccontò che quando i medici videro le cellule al microscopio iniziarono a piangere, perché avevano appena scoperto che avevo una forma di cancro molto rara e curabile con un intervento chirurgico. Mi sottoposi all’intervento chirurgico e adesso sto bene.
Quella fu la volta in cui mi avvicinai di più alla morte e spero che, per qualche decennio, sia anche l’ultima. Essendoci passato, posso parlarvi adesso con un po’ più di certezza di quando la morte fosse per me solo un concetto astratto.
Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. Ma comunque la morte è la meta che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è come deve essere, perché molto probabilmente la morte è la più grande invenzione della vita. E’ l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Ora, il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico, ma è la pura verità.
Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e le vostre intuizioni. In qualche modo loro sanno che cosa volete veramente. Tutto il resto è secondario.
Quando ero ragazzo esisteva una meravigliosa rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, che era una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci mise dentro tutto il suo tocco poetico. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e dell’editoria elettronica, quindi la rivista era interamente creata con macchine da scrivere, forbici e polaroid. Era una specie di Google in versione cartacea, 35 anni prima che Google fosse inventato: era idealistica, traboccante di strumenti chiari e concetti meravigliosi.
Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina di questo numero c’era una fotografia di una strada di campagna al mattino presto, quel tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete abbastanza avventurosi. Sotto la foto erano scritte queste parole: “Stay Hungry. Stay Foolish”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi. Stay Hungry. Stay Foolish. Grazie a tutti.
Steve Jobs
Stress e Lavoro: istruzioni per l’uso.
E’ finalmente uscito il nostro libro, un pratico manuale su come poter rendere il modo di lavorare e l’ambiente lavorativo il meno stressante possibile. Riportiamo di seguito un estratto dall’introduzione. Se qualcuno fosse interessato all’acquisto può contattarci tramite email.
Introduzione
A un certo punto della sua lunga esistenza, quando ormai sentiva l’avvicinarsi della fine del suo tempo e la sua persona era circondata da un’aura quasi mistica, fu rivolta questa domanda al professor Freud: «Ma dottore, alla fine qual è la ricetta per vivere una vita felice?». Freud aspettò qualche secondo, ripassò la domanda nella sua mente e, come capita a volte alle menti geniali, riassunse la ricetta in due parole: «Amore e Lavoro». Può sembrare semplicistica ma davvero non lo è. Infatti è facile pensare che quando una persona vive una vita sentimentale appassionante e appagante e ha un lavoro che lo fa sentire realizzato, allora manca davvero poco affinché possa aspirare alla felicità.
Ciò però genera anche un’altra riflessione, una riflessione sull’importanza che il lavoro ha nella vita dell’essere umano, ma ancora prima: «Cosa significa lavorare?». Se guardiamo all’etimologia latina il termine Labor significa fatica, e per fatica s’intende proprio quella fisica, quella del sudore e delle mani spaccate, quella della schiena ricurva e dei pesi sollevati. Si faticava per vivere perché niente era concesso all’essere umano, tutto doveva essere conquistato. Oggi, nella società occidentale, il lavoro di “fatica” pura non esiste quasi più, o per meglio dire rappresenta una piccola percentuale sul totale dei lavoratori. Ci sono macchine che aiutano a spostare carichi pesanti, che aiutano a spaccare la pietra, che aiutano ad arare i campi. Certo non si scappa “dalla macchina”, non è possibile affrancarsi dal lavoro, la fatica permane anche se in forme diverse. Un altro cambiamento fondamentale è che il lavoro serve sempre alla sopravvivenza dell’uomo, ma serve a un particolare tipo di sopravvivenza, a quella che si potrebbe definire come “sopravvivenza sociale”. Non si lavora esclusivamente per procacciare il cibo alla fami- glia, ma anche per garantire a noi stessi e ai nostri cari la possibilità di godere degli agi che oggi sono dati per scontati, e che sono ormai alla base della nostra quotidianità. Il lavoro rappresenta (o per meglio dire “dovrebbe rappresentare”) la base sicura dalla quale poter far partire e sviluppare i nostri progetti di essere uma- no: una casa, una famiglia, una continuità temporale. Purtroppo non è più così. Il “posto fisso” è diventato quasi una chimera. Il mercato del lavoro ha subìto e sta continuando a subire una profonda trasformazione. Forme contrattuali di precariato non consentono più una progettualità a lungo termine, né una sicurezza sulla quale poter fare affidamento.
Con felicità per il lavoro svolto,
Dott. Cristiano Pacetti & Dott. Ettore Bargellini
la psicologia ed il Reparto di Reumatologia d Prato
E’ con l’orgoglio di chi ha visto crescere giorno dopo giorno un progetto e l’ha visto diventare grande e forte che pubblichiamo l’articolo che il Tirreno ci ha dedicato. Non vorremmo aggiungere altro se non la nostra gratitudine a chi a creduto che questo potesse diventare possibile e ha dato il suo contributo.
Dott. Cristiano Pacetti &
Dott. Ettore Bargellini
Psicologia e Malattia Reumatica
Quella che troverete in allegato a questo post, è il frutto di due anni di lavoro presso il reparto di reumatologia dell’ospedale di Prato, sotto l’egidia dell’Associazione Toscana Malati Reumatici (A.T.Ma.R.). Siamo molto felici di poter condividere con chi vorrà questa versione “semplificata” di una ricerca certamente innovativa e, speriamo per voi, interessante.
Per poter scaricare il PDF cliccate Ricerca Atmar.
dott. Cristiano Pacetti & dott. Ettore Bargellini
Stress: un’altro modo per affrontarlo (parte 2)
Con quest’esempio vogliamo mettervi in guardia da tutti quei meccanismi mentali ricorsivi e di auto sabotaggio che tempestano la psicologia del lavoratore sotto stress lasciandolo scivolare in una condizione di solitudine e disperata coazione a ripetere.
C’era una volta un ragioniere, Giovanni, al quale venivano assegnati moltitudini di incarichi e responsabilità, mentre i suoi 2 colleghi sembrano sempre schivare con disinvoltura e complicità ogni tipo di noia o rimprovero da parte del capo. Questo poveretto, dopo mesi di una tale vita, aveva di fronte a se due possibilità: o fare come il soggetto della vignetta chiudendosi in un carosello psicosomatico senza speranza oppure capire una cosa fondamentale:
La difficoltà a prendere sonno, la rabbia mal riposta, i mal di testa ricorrenti, la spossatezza cronica, l’incapacità di concentrarsi, il senso di svuotamento e disaffezione al lavoro, il desiderio sempre più urgente di piangere o fare una strage non sono soltanto un insieme incomprensibile e nefasto di sintomi. Essi sono l’ultimo, indiretto, poco consapevole modo per comunicare a chi lo circonda il suo disagio profondo e lo sfinimento insanabile che lo pervadono.
Se il ragioniere trovasse la forza e la consapevolezza necessari per segnalare diversamente al suo contesto di lavoro i problemi che lo affliggono, forse i sintomi non sarebbero più l’unica ed incomprensibile voce a sua disposizione, forse chi lo ascolta riuscirebbe a dare una risposta più soddisfacente ai suoi bisogni.
Vi racconteremo cosa decise di fare il povero Giovanni dopo qualche colloquio di sostegno psicologico.
Ne parlò col suo capo che, diversamente da quanto si poteva aspettare, si era già reso conto di una certa difficoltà sul lavoro del suo dipendente, pur non riuscendo bene a comprendere che cosa gli stesse capitando. Si arrivò a capire che se il direttore aveva deciso di non intervenire era perché l’impiegato pareva quasi evitarlo tradendo una sorta mal celata indisposizione nei suoi confronti. Il superiore, in ragione di quell’atteggiamento, aveva preferito starsene alla larga.
A questo punto vi aspetterete chissà quale intervento radicale da parte dello psicologo per migliorare il rapporto tra i tre colleghi ed equilibrare i loro compiti, o magari un training tanto lungo quanto costoso per aiutare il mal capitato a sopportare meglio lo stress.
Niente di tutto questo! Partendo dalla considerazione che lo stress professionale può essere inteso e trattato come una forma di comunicazione che si sviluppa all’interno di un determinato contesto, l’impiegato è stato semplicemente sostenuto nel modificare alcuni dettagli nel sue abitudini comunicative e di relazione con i colleghi:
Una volta informato della situazione anche il direttore fu messo nella condizione di poter venire incontro alle esigenze di Giovanni. Con la scusa di “ riconfigurare la disposizione degli uffici” (ogni tanto il tecnicismo del gergo burocratico può tornare persino utile) venne cambiata la postazione a uno dei due colleghi, sostituendola con quella del nostro impiegato; inoltre, per evitare pericolose resistenze o sabotaggi da parte dei due a questo cambiamento, venne chiesto al ragionier Giovanni di investire una piccola somma di spiccioli per migliorare il suo rapporto con loro. Considerando le modeste capacità del ragioniere nel prendere l’iniziativa o nel sapersi relazionare, gli proponemmo di offrire per un paio di volte a settimana il caffè a entrambi i colleghi. In pratica gli si chiedeva di fare una cosa apparentemente banale; offrire dei caffè, un espediente semplice ma incredibilmente risolutivo. L’efficacia di quest’intervento sta proprio nella comunicazione. Primo: il semplice spostamento delle postazione aveva interrotto una precedente organizzazione, non soltanto dal punto di vista spaziale, ma aveva alterato il gioco di alleanze e di esclusioni specifiche di quel sistema. Fino a quel momento i due colleghi avevano tra di loro una relazione e una comunicazione complice, diretta, certamente amichevole e solidale, ma tutto questo era limitato all’interno del loro rapporto. Da questo tipo di comunicazione era palesemente escluso il protagonista della nostra storia; la disposizione dei loro posti testimoniava la distanza e la differenza tra loro, anzi, le alimentava.
Secondo: l’offerta di caffè non voleva essere soltanto un gesto per farsi apprezzare dai colleghi e fargli accettare meglio quel cambiamento; ma rappresentava una vera e propria innovazione nel registro comunicativo di Giovanni. Con l’aiuto di qualche tazzina d’alcaloide il ragioniere stava passando da una comunicazione esclusivamente incentrata sul rapporto e sul conflitto professionale, ad una comunicazione informale, quella tipica di tre persone che si stanno rilassando davanti a un caffè. Durante la ricreazione infatti si usa un linguaggio più sciolto e libero, aiutando così lo stabilirsi di un rapporto più intimo e personale. Con una tazza in mano i tre, riuscirono più facilmente a sganciarsi dai soliti discorsi sul fare e sul produrre, spesso animati da competizione e sotterranea rivalità, per addentrarsi in tematiche più libere, disinteressate e confidenziali. In definitiva si stava stabilendo un tipo di comunicazione alternativa rispettò alla realtà che giorno dopo giorno si era consolidata. Nella precedente situazione ognuno era arroccato nella sua trincea, ognuno interpretava l’altro come origine del problema e a Giovanni non era rimasto che lo stress, come ultima e disperata risorsa per segnalare il duo disagio inesprimibile. Inutile dire che ampliando le sue possibilità di comunicazione e di contatto con i propri compagni di lavoro, il ragionier Giovanni vide rapidamente svanire i sintomi del suo stress.
A quel punto non aveva più scuse per non andare in palestra o per passare un pò di tempo con sua moglie, ma questa è tutta un’altra storia.
Con questo esempio si è voluta sottolineare con forza la funzione di relazione ed espressiva di ogni sintomatologia legata allo stress. Se accettiamo che lo stress non sia un virus che all’improvviso infesta il nostro corpo, ma piuttosto una serie di segni che trovano origine, sviluppo e soprattutto un senso all’interno dell’ambiente in cui si manifestano, allora possiamo cominciare a pensare che risolvere lo stress non significhi necessariamente cambiare lavoro, prendere dei calmanti o diventare più capaci nel sopportarlo. Molto spesso il sintomo diventa l’ultima carta da giocare quando non riusciamo a “parlare con altri linguaggi”.
Dott. Ettore Bargellini
Stress: un’altro modo per affrontarlo (parte 1)
Stress: una forma di linguaggio!
Cosa pensereste se vi dicessimo che lo stress, per quanto spiacevole sia, rappresenti soltanto una delle svariate forme di comunicazione a disposizione dell’uomo?
Per spiegare questo concetto c’è bisogno di fare un passo indietro e partire da uno degli assiomi fondamentali della comunicazione umana: “ l’uomo non può non comunicare”.
Questa sentenza così lapidaria ci ricorda che ogni nostro comportamento, azione e persino sintomo può e deve essere inscritto all’interno di una qualche relazione.
Ok, se siete degli eremiti e passate la vostra esistenza nella solitudine più severa, forse avete sbagliato lettura. Tutto il resto degli individui che vive e lavora a contatto con propri simili può proseguire.
In funzione di quanto appena scritto ogni situazione che prevede la presenza di almeno due persone riconosce alla totalità delle nostre manifestazioni una funzione comunicativa. Di conseguenza, a prescindere dall’ambiente, dobbiamo concludere che se le persone condividono lo stesso spazio esse sono continuamente impegnate a comunicare. A pensarci bene la nostra vita è interamente scandita da contatti con l’Altro.
La famiglia, la coppia, la scuola, lo sport e, dulcis in fundo, il lavoro.
Certo, le forme d’espressione del nostro repertorio sono molteplici, più o meno efficaci e volontarie; così tutto quel corteo sintomatologico che accompagna lo stress lavorativo può assumere un significato per coloro che ci circondano. Sebbene possa apparire come un dramma tutto personale, lo stress sul lavoro nasce e si esprime prevalentemente in un luogo condiviso con l’Altro (colleghi, clienti, superiori, ecc.)
Di conseguenza gli altri, non solo contribuiscono attivamente al nostro stress, ma ad esso reagiscono e possono essere parte della sua soluzione.
Nella maggior parte dei casi chi lavoro sotto la gogna dello stress non riesce a interpretare e gestire le proprie difficoltà all’interno delle relazioni che vive, manca cioè di una visione più ampia e interconnessa all’altro. La tendenza più comune è quella di chiudersi nel proprio problema, ritenendo gli altri inadatti, insensibili, responsabili delle nostre sventure o incapaci di poterle risolvere. In definitiva ci escludiamo dalla possibilità di vedere il problema attraverso una prospettiva allargata, gli esperti direbbero sistemica, che faccia leva sugli aspetti relazionali dello stress. Le manovre di sterile irrigidimento e chiusura sono evidenti nei tipici processi mentali del lavoratore stressato. Si stabiliscono di fatto pensieri ricorsivi e senza via d’uscita che imprigionano il pensiero in uno schema tanto ripetitivo quanto inutile.
Il tipico esempio è quello di una persona (e ce ne sono molte) che vive il lavoro come una tortura insopportabile, consacrando l’intera giornata a pensare al momento in cui tornerà a casa per mettersi finalmente a riposo. Lavora al limite della sopportazione, costantemente sull’orlo di una crisi, vorrebbe risolvere il problema ma in realtà confida soltanto nel momento tanto atteso in cui tornerà a casa, come sempre sfinito, per gettarsi sul divano o sprofondare sul letto. In sostanza si è rassegnato a sopportare, non ad affrontare la situazione, si rimette passivamente alla fuga dal lavoro una volta arrivate le tanto agognate cinque del pomeriggio.
Finalmente torna a casa! Teso, traumatizzato da otto ore di calvario quotidiano, non gli sono rimaste energie neanche per salutare la moglie. L’abbonamento in palestra è scaduto ormai da mesi e gli amici hanno smesso da tempo di provare a coinvolgerlo. In effetti quando una persona torna da lavoro in condizioni tanto disastrate pensa soltanto a una cosa: riposare.
Così lui ci prova a recuperare ma… strano, non ci riesce fino in fondo. C’è un pensiero ridondante e molesto che pare non abbandonarlo più: domani deve andare a lavoro.
Farmaci, psicofarmaci e parafarmaci.
In merito all’articolo di ieri sull’uso degli psicofarmaci, ho trovato oggi un’interessantissima ricerca effettuata sull’aumento delle prescrizioni dei farmaci in generale. L’articolo è molto ben scritto e molto, molto interessante, per leggerlo nella sua interezza cliccate QUI
Di seguito voglio riassumere alcuni tra gli elementi più interessanti (a mio avviso) dello scritto.
In Inghilterra, il numero di farmaci prescritti è raddoppiato negli ultimi 20 anni, con un incremento annuale che attualmente si attesta intorno al 4-5%.
- Le industrie farmaceutiche investono nel marketing dal 20 al 30% del proprio budget (significativo è il confronto con gli investimenti in ricerca e sviluppo, che rappresentano invece il 10-20%).
- La medicalizzazione alimenta l’incremento dell’utilizzo di farmaci. I medici, sia come clinici sia come ricercatori, possono infatti contribuire, consapevolmente o inconsapevolmente, ad un’espansione dei limiti del patologico come è avvenuto ad esempio nell’ambito delle patologie psichiatriche (a questo proposito basti ricordare tutte le “nuove dipendenze” dallo shopping, alla dipendenza da lampada abbronzante).
- Infine, (si legge sempre nella ricerca inglese) la capacità dei governi di agire come “potere contrastante” viene limitata dalle efficaci attività di lobby dell’industria e dal suo peso nell’economia del paese. Infatti, sebbene i governi abbiano un forte interesse a ridurre la spesa pubblica attraverso la regolamentazione dei prezzi dei farmaci, essi possono trovarsi in una situazione di conflitto per il concomitante desiderio di non danneggiare le industrie farmaceutiche, in quanto forniscono un valido contributo all’economia del paese.
Dott. Cristiano Pacetti
Attacchi di panico ed ansiolitici

Sempre più spesso è possibile assistere ad interventi da parte di medici sui diversi media che, senza troppo lasciare alla disanima dei casi proposti, consigliano di cominciare a prendere ansiolitici di varia natura alla prima comparsa di un attacco di panico (o addirittura alla prima comparsa di sintomi di natura ansiosa). Lungi da me l’idea di pensare che questi siano i dettami di una logica di mercato che vede nel farmaco (e dello psicofarmaco più in particolare) una fetta consistente degli introiti delle case farmaceutiche. Resta allora da capire perché, si consiglia l’immediata assunzione di benzodiazepine, quasi senza neanche ascoltare i motivi ed il CONTESTO in cui il paziente accusa la comparsa dei sintomi di matrice ansiosa. Quello che più e più volte, assieme al collega Bargellini, abbiamo detto sulle pagine di questo blog, e che ancora oggi voglio io ribadire è che una pillola, per quanto efficace non da un senso alle cose, e rimane pertanto efficace solo e solamente nel momento in cui la si assume. Con questo non intendo certo svilire l’efficacia della farmacopea, che in alcune situazione è essenziale al superamento della patologia psichica (come, ad esempio nel caso di gravi depressioni o in gravissime sindromi ansiose), MA a questa si dovrebbe sempre affiancare un supporto tipo psicoterapeutico. La psicoterapia ad oggi è il più mirato e preciso intervento di modificazione psichica cui disponiamo. Certo c’è da saperla fare, ed è molto più difficile della prescrizione di una medicina.
Dott. Cristiano Pacetti
Disoccupazione e Depressione

Queste le fredde cifre tratte da Repubblica del primo dicembre 2009: “più di due milioni di disoccupati in Italia. E’ la prima volta dal marzo del 2004 che l’Istat rileva un numero così elevato di senza lavoro. A ottobre il tasso di disoccupazione è salito all’8% dal 7,8% di settembre. Il numero delle persone in cerca di lavoro è di 2.004.000, in aumento del 2% (+39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% (+236mila) su base annua. Il tasso di disoccupazione giovanile – aggiunge l’istituto di statistica – a ottobre è aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre.”
A questo sconsolante quadro si aggiungono le innumerevoli situazioni di lavoro precario cui adesso sembra addirittura dover aspirare un giovane. Ma se la precarietà crea ansia, non potendo disporre di una progettualità a lungo tempo, non potendo investire nel domani, la disoccupazione si correla molto frequentemente con disturbi ben più gravi. Il primo e quasi inevitabile è un abbassamento del tono dell’umore che dalla tristezza può arrivare ad una vera e propria patologia depressiva. La persona che si ritrova senza un lavoro a quaranta o cinquanta anni vive una condizione di profondo disagio, determinata da un insieme di fattori che coinvolgono non solo la parte meramente economica (certo essenziale) ma anche e soprattutto il ruolo sociale che viene a modificarsi. Il lavoro è vita perché struttura la personalità, in una qualche misura si è ciò che si fa (anche se, non sempre si ha la fortuna di fare ciò che si è). Ecco dunque che quando manca la routine quotidiana del lavorare viene a mancare una parte essenziale non soltanto del mondo esterno ma anche del cosiddetto mondo interiore. Con pesanti ricadute sul senso di auto-efficacia e di autostima. Queste persone vengono spesso lasciate al loro destino, non ci si preoccupa delle conseguenze, a volte tragiche, che questa nuova condizione può produrre. Uno Stato che aneli davvero al benessere dei suoi cittadini dovrebbe disporre di maggiori ammortizzatori sociali e di un sostegno psicologico gratuito per tutte quelle situazioni a rischio, e non “stupirsi” a posteriori per i gesti sconsiderati di omicidio/suicidio che troppo spesso si è costretti a leggere in cronaca.
Dott. Cristiano Pacetti





